Quando Cervetti trasformò il Pci in un partito “di governo e di lotta”

di Mario Avagliano

   I partiti in Italia, e il Pci più di ogni altro, hanno rappresentato a lungo, per centinaia di migliaia di italiani e di italiane, la comunità di riferimento. La storia della comunità del Pci, soprattutto nel periodo post-Togliatti, da Longo a Berlinguer fino ad Occhetto e D’Alema, è in larga parte ancora da studiare e analizzare. Chi si farà carico dell’arduo compito, non potrà mancare di citare l’appassionato ritratto autobiografico di quell’epoca fornito da Gianni Cervetti in “Compagno del secolo scorso. Una storia politica” (Bompiani, pp. 350), appena uscito in libreria, con una pregnante prefazione di Paolo Franchi.

Di famiglia antifascista, negli anni Cinquanta Cervetti  è un universitario milanese di belle speranze, che dopo il liceo Manzoni si è iscritto alla sezione Gramsci del Pci e sogna di fare il medico. Finché il partito, puntando sul suo talento, nel 1956 lo invia a Mosca, nella Russia di Nikita Krusciov, per studiare economia e politica. Anni decisivi nella sua formazione, nei quali conosce la moglie Franchina, nasce il figlio Andrea, e incontra un giovane Bettino Craxi, reduce da Pechino e vestito alla cinese, che gli rivela i suoi piani futuri sul ruolo del Psi.
Al ritorno in Italia, nel 1961, trova una Milano nel bel mezzo del boom economico, con una vita politica e culturale effervescenti. Cervetti scala i vertici del partito e diventa segretario della federazione. Anni esaltanti anche se difficili, con la nascita dell’eversione di destra e di sinistra, la strage di Piazza Fontana, la cosiddetta “Gladio rossa” (che Cervetti derubrica a misure di sicurezza prese dai dirigenti del partito per non essere vittime di attentati), i primi tentativi di infiltrazione della mafia a Milano (con l’arresto clamoroso del boss Luciano Liggio, che avviene con la collaborazione attiva alla polizia del Pci milanese, con particolari inediti che Cervetti rivela nel libro), ma anche il referendum sul divorzio (sul cui esito positivo, racconta Cervetti, Berlinguer nutriva molti dubbi) e l’uscita del Pci dal lungo tunnel dell’opposizione.
È in questo clima che si forgia la classe dirigente dei riformisti milanesi, etichettati come i “destri” del partito e considerati a torto, secondo Cervetti, come “dei praticoni incapaci di elaborare idee e cultura”, ma in realtà protagonisti della stagione delle giunte di sinistra (a partire dal 1975) nel capoluogo milanese e del compromesso storico con la Dc.
L'ala riformista, i cui leader sono i due Giorgi, Amendola e Napolitano, è la vera vincitrice del IV congresso del Pci, che si tiene a marzo del 1975 e pone la base della vittoria elettorale del 1976, ed entra in forze nella segreteria, ben sei membri su nove, compreso Cervetti, al quale viene affidato il delicato compito dell’amministrazione del partito e poi quello dell'organizzazione. La svolta è netta, anche in politica estera, con la piena accettazione del Patto atlantico, la politica dell’eurocomunismo, l'apertura del dialogo con gli Stati Uniti e il lavorio di Napolitano per far entrare il Pci nella sinistra democratica europea.
Sarà Cervetti a coniare il fortunato slogan “partito di governo e di lotta”, che è il titolo della relazione da lui redatta nel 1976 al comitato centrale, con un’ulteriore novità: l’abbandono esplicito del centralismo democratico, che fino ad allora aveva regolato la vita del partito.
Il distacco dall’Urss che, secondo la nota definizione di Berlinguer aveva "esaurito la sua spinta propulsiva”, è sancito anche dal punto di vista economico dallo stesso Cervetti nel gennaio 1978, quando comunica di persona alle autorità sovietiche che il Pci non intascherà più “l’oro di Mosca”.
Sarà sempre Cervetti a verificare la candidatura del giovane Massimo D'Alema a segretario dei giovani comunisti, dando il suo "ok" nonostante alcuni giudizi contrari di compagni di partito a Pisa che lo giudicavano intelligente ma troppo tendente "alla prevaricazione".
Dopo le elezioni del 1979, che segnano un arretramento del Pci, il peso dei riformisti nella segreteria del partito si riduce drasticamente e anche Cervetti ne esce, tornando a Milano come segretario del Pci lombardo.
Gli ultimi capitoli del libro sono i più amari per Cervetti, con poche eccezioni. La morte di Berlinguer, leader di una rivoluzione del partito profonda ma incompiuta (il libro rivela che il segretario era già debilitato da tempo, ma nascondeva a tutti le sue condizioni), il "patto del garage" tra Achille Occhetto e Massimo D'Alema per succedere a Natta con una staffetta, che segna l'involuzione dei rapporti e del modus operandi all'interno del partito, la svolta della Bolognina dopo la caduta del muro di Berlino e la nascita del Pds, alla quale partecipa con passione, il coinvolgimento in Tangentopoli, che si conclude con l'assoluzione piena e il giudice che quasi si scusa con lui per aver sostenuto l'accusa. Fino all'elezione dell'amico Napolitano al Quirinale, seduta alla quale Cervetti partecipa da spettatore, commuovendosi perché quel voto è un po' una vittoria anche sua, di un'idea di politica mite, riformista, "migliorista", come li denigravano gli avversari.
L'analisi di Cervetti non è priva di autocritiche, ad esempio sull'eccessiva timidezza in alcuni passaggi storici del gruppo dirigente del Pci e della stessa ala riformista, e a tratti forse soffre di qualche omissione, ma in compenso è ricca di aneddoti, di ritratti di personaggi godibilissimi, come quelli di Pajetta e di Ingrao. E idealmente si chiude con la citazione della canzone di Franco Battiato dedicata alla prospettiva Nevskj, la strada lunga e diritta di San Pietroburgo, in cui si ascoltano queste parole: “Com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”. L'imbrunire di un'epoca, del Novecento e dei partiti ideologici.
 

(una versione più sintetica è pubblicata su Il Messaggero del 15 giugno 2016)

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