Articoli, Brevi Testi e Pensieri di MArio Avagliano
Mario Avagliano
Storico e scrittore

La storia italiana raccontata attraverso persone, documenti e memoria

Racconto la storia italiana attraverso libri, ricerche e incontri pubblici, con particolare attenzione alle vicende delle persone comuni e ai passaggi decisivi della nostra democrazia.

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Le suppliche a Pio XII e l’alba delle Fosse Ardeatine

di Mario Avagliano

Le lettere inedite indirizzate a Pio XII dai familiari di alcuni martiri delle Fosse Ardeatine aprono uno squarcio prezioso sulla Roma occupata: non solo il dolore e la paura, ma anche l’idea che, di fronte alla violenza nazista, la Santa Sede potesse rappresentare l’ultima istanza di salvezza. È una storia che aggiunge nuovi documenti a un tema che, in parte, era già emerso nei miei libri e nel podcastsu Rai Radio 3 su Giuliano Vassalli.

Le Fosse Ardeatine non sono soltanto il luogo simbolo di una strage. Sono anche il punto terminale di una trama di arresti, torture, attese, illusioni, tentativi di mediazione, richieste disperate. Prima della cava sulla via Ardeatina c’è via Tasso. Prima dell’eccidio c’è il carcere. Prima della morte c’è, quasi sempre, qualcuno che cerca di impedirla.

Per questo le lettere inedite a Pio XII, di cui ha scritto Roberto Rotondo su Avvenire il 22 marzo 2026, in un articolo intitolato L'alba delle Ardeatine: le suppliche a Pio XII, hanno un valore che va oltre la novità documentaria. Ci mostrano, nella loro nudità, il momento in cui la storia grande si condensa in un gesto elementare e assoluto: scrivere a un’autorità ritenuta ancora capace di ascoltare, intervenire, salvare.

Non si tratta solo di carte d’archivio, rinvenute nel corso della ricerca coordinata da Andrea Ciampani, ordinario di Storia contemporanea della Lumsa, tra le carte del pontificato di Pio XII e rese disponibili dall’Archivio Apostolico Vaticano. Si tratta di voci. Di mogli, madri, sorelle che non discutono di geopolitica, ma implorano una grazia, un rinvio, almeno una mitigazione della pena. Nella Roma occupata, dove molte porte si erano già chiuse, il Papa appariva ancora a molti come l’ultima porta possibile.

Le suppliche come documento storico

Gli incipit di queste lettere sono già, da soli, una sintesi della condizione umana e morale di quei mesi: «Dio Vi illumini, S. Padre, mentre Vi degnate di leggere questa supplica, che disperatamente Vi rivolgo»; «Sono una madre tanto infelice e mi rivolgo a Vostra Santità perché voglia ascoltarmi»; «Beatissimo Santo Padre, rivolgo questa umilissima domanda alla Santità Vostra per implorare grazia al caso pietoso che mi colpisce»; «Beatissimo Padre, in un’era di inesprimibile angoscia rivolge al Vostro Paterno Cuore la sua supplice ed ardente preghiera una madre».

In queste formule non c’è soltanto il linguaggio devoto dell’epoca. C’è la drammaticità di una società precipitata nell’arbitrio. C’è la consapevolezza che il diritto è stato sospeso e che resta solo l’appello alla misericordia, all’influenza morale, all’intercessione personale.

La lettera di Gilda Frascà, moglie di Paolo, datata 28 febbraio 1944, è esemplare:

«Tutte le porte sono chiuse per me e solo da Dio e da Voi spero aiuto. Sono una povera madre di sette figli, tutti piccoli; la mia salute non è buona, poiché sono malata ai polmoni non leggermente: tanto che dovrò esser ricoverata in sanatorio. Dal 27 gennaio 1944, manca da casa mio marito Paolo Frascà, fu Fortunato, e soltanto da pochi giorni so che egli si trova in Via Tasso, detenuto dalla polizia tedesca. S. Padre, Paolo è l’unico sostegno della famiglia, che poteva vivere con quello che egli ricavava dal suo lavoro di impiegato; ma ora, ora che egli non è con noi i miei figli soffrono la fame».

Qui la persecuzione politica si intreccia alla devastazione sociale. Il carcere non colpisce solo il detenuto: travolge la famiglia, priva i figli del pane, trasforma la repressione in fame, malattia, abbandono.

La lettera della madre di Mario Gelsomini, Sparta, del 14 marzo, aggiunge un’altra dimensione:

«Mio figlio (…) si trova tuttora in via Tasso. Io non so la gravità dell’accusa, ma qualunque essa sia mi rivolgo a Vostra Santità perché voglia liberarlo e restituirlo alla mia casa. Mio marito è gravemente ammalato per una operazione polmonare ed io sono sola senza nessuno che mi possa dare conforto e aiuto. Non so la ragione che abbia spinto mio figlio a fare ciò essendo egli un giovane onesto e religioso; anzi doveva contrarre matrimonio con una buonissima signorina proprio in quei giorni che fu arrestato. Esplica la sua professione di medico pediatra con coscienza e zelo ammirevole».

È il tentativo, tipico di molte suppliche, di restituire al prigioniero un volto morale: non un imputato astratto, ma un figlio, un medico, un uomo prossimo al matrimonio, una persona la cui vita appare socialmente e affettivamente preziosa.

La lettera di Isabella Gesmundo, sorella di Gioacchino, scritta il 23 marzo 1944, cioè il giorno prima dell’eccidio, è forse la più lacerante:

«Sono vedova con un figlio di 14 anni e mio fratello è per me l’unico appoggio e per il mio ragazzo fa le veci del padre. Nella situazione gravissima in cui si trova mio fratello l’unica speranza che conservo è che l’alto interessamento della Santità Vostra venga a mutare il suo destino».

Qui il dato storico e quello emotivo coincidono tragicamente. Noi leggiamo oggi queste parole sapendo ciò che lei ancora non sa: che il tempo è ormai quasi finito.

Infine la madre di Aladino Govoni, Teresa, formula con chiarezza il limite stesso della sua richiesta:

«Tutto quanto era umanamente possibile fare per salvare la mia creatura, io l’ho fatto; ma, purtroppo, nessun positivo risultato ho ragionevolmente da attendere dai miei innumerevoli passi. La mia ultima speranza è risposta ora nell’eventuale intervento della Vostra Suprema Autorità morale presso le Autorità Germaniche. Non mi aspetto che mio figlio vada indenne da pene; ma che egli abbia, almeno, salva la vita».

È una frase decisiva. Non si chiede l’innocenza. Non si chiede la piena assoluzione. Si chiede la vita. In questa soglia minima si misura l’abisso in cui Roma era sprofondata.

La diplomazia vaticana tra intervento e impotenza

Queste lettere aiutano anche a collocare meglio il ruolo della Santa Sede durante l’occupazione. Dalle carte emerge che il Vaticano non restò inerte. Si attivò attraverso la Commissione Soccorsi, facente capo a monsignor Giovan Battista Montini, il futuro Paolo VI, attraverso il nunzio Borgongini Duca e soprattutto attraverso padre Pancrazio Pfeiffer, figura chiave nei rapporti con i comandi tedeschi.

Ma queste stesse lettere mostrano anche il limite di quell’azione. La Santa Sede poteva tentare, perorare, mediare, sollecitare. Non poteva controllare la logica della repressione tedesca né fermare la volontà di annientamento di chi considerava quei detenuti nemici da eliminare.

Proprio per questo è importante evitare sia le letture apologetiche sia quelle liquidatorie. La documentazione ci restituisce un quadro storico più concreto: vi furono interventi reali, vi furono tentativi effettivi, vi furono anche fallimenti drammatici.

Un filo già presente nelle mie ricerche

Questa nuova emersione documentaria non nasce nel vuoto. Il tema delle richieste di intervento a Pio XII e dei tentativi di mediazione vaticana era già affiorato, seppure in forme frammentarie, in diverse storie da me ricostruite negli anni.

In Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine, scritto con Marco Palmieri, emerge ad esempio il caso di Aladino Govoni, uno dei capi del movimento Bandiera rossa. Figlio del poeta Corrado, arrestato il 25 gennaio 1944, torturato a via Tasso, processato dal tribunale militare tedesco e condannato a tre anni di carcere, venne ugualmente assassinato alle Ardeatine. Anche per lui si mosse Pio XII, su richiesta del padre, inviando padre Pfeiffer a visitarlo in carcere.

Nello stesso libro compare il caso del generale Simone Simoni, che aveva conosciuto Eugenio Pacelli all'epoca della prima guerra mondiale, quando era stato fatto prigioniero dai tedeschi e portato all’ospedale di Ellwangen, in Germania, e qui aveva ricevuto la visita del futuro papa Pio XII, nunzio apostolico in Baviera. Dopo il suo arresto, la moglie e le figlie ottennero un’udienza dal pontefice, il quale promise interessamento e consegnò loro tre rosari, chiedendo che uno fosse portato al generale. Anche qui la diplomazia vaticana si mosse, ma senza riuscire a salvarlo. Alla famiglia venne solo concesso di incontrarlo. Lui riuscì a inserire un messaggio cifrato nella biancheria: «Simone Simoni cella dodici – Giuseppe Ferrari due – sono malmenato – soffro con orgoglio – il mio pensiero alla Patria e alla famiglia».

Sempre in Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine ricostruisco la vicenda del sarto lucano Gaetano Sepe, membro di Bandiera rossa, arrestato il 22 marzo 1944 e torturato. Per avere sue notizie si mosse anche Giulio Andreotti, che si rivolse a padre Pfeiffer per tentare di far liberare lui e un altro prigioniero, il socialista Giuseppe Lopresti, attivissimo nella Resistenza e prezioso informatore dell'Oss, il servizio segreto americano. Inutilmente.

Il romano Renato Villoresi, che fa parte del Fronte militare clandestino guidato da Montezemolo, arrestato il 18 marzo 1944 dalle SS, finì anche lui a via Tasso, dove fu torturato senza pietà. Il fratello Massimo, non avendo piú notizie di lui, ottenne un colloquio con papa Pio XII e raccontò che quando il Santo padre, di fronte alle sue domande insistenti, lo abbracciò, capì che per Renato non c’era piú nulla da fare.

Nel libro L’uomo che arrestò Mussolini ho raccontato invece il tentativo compiuto per salvare Giovanni Frignani, Raffaele Aversa e Ugo de Carolis. Una lettera del 22 febbraio 1944, inviata a Pio XII da Elena Hoehn, chiedeva un intervento in loro favore, sostenendo che la loro attività «non era né disonorevole né da considerarsi come un tradimento» e implorando che l’autorevole parola del pontefice potesse mitigare la pena «in un più completo senso di umanità e di giustizia».

Pio XII rispose il 7 marzo attraverso monsignor Montini:

«Pregiatissima Signora, è pervenuta al Santo Padre la lettera del 22 Febbraio u.s. con la quale Ella sollecitava il Suo Paterno interessamento in favore del Ten. Col. Frignani, del Cap. Raffaele Aversa e del Mag. Ugo de Carolis, arrestati dalla polizia germanica.

Mi reco a premura d’informarLa che, per venerata disposizione di Sua Santità, ripetuti passi sono stati fatti nel senso da lei desiderato e non si mancherà di seguire la pratica, per quanto è possibile nelle presenti difficili circostanze.

Nella speranza che la pratica abbia a sortire esito favorevole l’Augusto pontefice imparte a Lei ed ai suoi cari l’Apostolica Benedizione».

Anche qui, però, il tentativo non andò a buon fine, anche perché Frignani era il nemico numero uno di Mussolini: l'uomo che lo aveva arrestato il 25 luglio 1943.

Nel libro Il partigiano Montezemolo ho ricostruito la drammatica ultima carta tentata per salvare Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, il capo del Fronte militare clandestino a Roma e nell'Italia occupata. È lo stesso Beppo, con un biglietto clandestino dal carcere, a scrivere che da lì «non si vede che azione Vaticano» e a sollecitare un intervento del Papa, anche per ottenere l’internamento in Vaticano.

Grazie alla principessa Colonna, la marchesa Fulvia Ripa di Meana ottenne nella notte tra il 18 e il 19 marzo 1944 una udienza privata con Pio XII per parlargli di Montezemolo. Il Papa promise di incaricare Montini. Padre Pfeiffer e la Segreteria di Stato si attivarono. Ma anche qui invano.

Nel volume Il partigiano Tevere emerge ancora il ruolo di questi tentativi di mediazione. Nel caso di Sabato Martelli Castaldi, generale dell'Aviazione originario di Cava de' Tirreni, il Vaticano esercitò pressioni per ottenere la sua liberazione e quella del suo fraterno amico Roberto Lordi. In carcere Sabato segnava i giorni sul muro della cella; il 22 marzo, due giorni prima della strage, scrisse che era un «giorno nero».

Il 24 marzo segna uno spartiacque. Dopo l’eccidio, il silenzio diventa ancora più fitto.

Come racconto in L’uomo che arrestò Mussolini, quando la moglie di Giovanni Frignani, Lina, insieme all’amica Elena Hoehn, torna a via Tasso a cercare notizie e non ne riceve, si rivolge di nuovo a padre Pancrazio Pfeiffer. La risposta è disarmante: via Tasso è ormai «una muraglia cinese», e «nemmeno la Santa Sede aveva potuto avere una benché minima risposta alle varie sue domande. […] Tutto mutismo, tutto mistero».

Il 7 aprile 1944, anche Luisa Martelli Castaldi, moglie del generale, scrive al cardinale Maglione, Segretario di Stato vaticano, per avere notizie del marito, detenuto da mesi: «dal 24 marzo è stato trasferito e non si sa la sua nuova destinazione». E aggiunge: «L’angoscia dei miei figli e mia è tremenda».

Dopo le suppliche, resta il vuoto. E per molte famiglie, anche la verità arriverà solo settimane dopo.

Il caso Vassalli: quando l’intervento riesce

La storia, però, non è fatta soltanto di tentativi falliti. Nel mio podcast su Rai Radio 3 Patria e Libertà, dedicato al socialista Giuliano Vassalli, futuro ministro della Giustizia, emerge un caso in cui l’intervento vaticano riuscì davvero a salvare una vita.

Vassalli descrisse le torture subite a via Tasso con parole terribili:

«Agli interrogatori, che si susseguirono incessantemente per una settimana, venivo portato a spintoni e ogni soldato tedesco si credeva in diritto — durante il percorso dalla cella agli uffici (sempre ammanettato) — di darmi un calcio o di sputarmi addosso. (…) Per l’intera settimana venni torturato con percosse al viso e allo stomaco, con brutalissimi calci, con staffilate e vergate sul dorso, sulle mani e sotto la pianta dei piedi. Venni inoltre percosso ripetutamente sulla testa con dei grossi tubi di metallo e più volte scaraventato a battere la testa per terra o contro le pareti, sino a perdere i sensi».

In quel caso il padre si mosse attraverso i canali vaticani. E Pio XII, tramite Montini e padre Pfeiffer, ottenne la scarcerazione di Vassalli il 3 giugno 1944, alla vigilia della liberazione di Roma.

Più tardi Vassalli ricordò che Kappler stesso gli disse:

«Ha da ringraziare esclusivamente il Santo Padre se lei nei prossimi giorni non viene messo al muro, come ha meritato».

Questo episodio non cancella i fallimenti degli altri casi. Ma dimostra che quei canali non erano fittizi. Esistevano. Talvolta non bastavano. Talvolta arrivavano troppo tardi. Talvolta, invece, riuscivano.

Le Ardeatine come storia di vite cercate fino all’ultimo

Le lettere a Pio XII, lette accanto a queste altre vicende, ci aiutano a vedere le Fosse Ardeatine in modo più pieno. Non solo come esito finale della barbarie nazista, ma come luogo in cui precipitano anche innumerevoli tentativi di salvezza. Prima della morte c’è stata una lotta contro la morte. Una lotta spesso perduta, ma non per questo meno reale.

In quelle lettere c’è il volto di una società civile che non smette di cercare mediazioni, di usare relazioni, di appellarsi alla coscienza religiosa e morale del proprio tempo. C’è l’idea che, finché una parola non è stata pronunciata per l’ultima volta, finché una porta non è stata chiusa definitivamente, qualcosa possa ancora accadere.

Molti di quei familiari non ottennero ciò che chiedevano. Ma proprio per questo le loro parole ci interrogano ancora. Perché danno voce non soltanto alla tragedia compiuta, ma anche alla speranza che la precedette. E in questo senso costituiscono uno dei documenti più intensi dell’alba delle Ardeatine.

Il libro

Strage delle Fosse Ardeatine: nelle vite delle 335 vittime c’è tutta la storia d’Italia – sociale, politica, economica, culturale – e della Resistenza, in una sorta di Spoon River italiana.

- Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine
- L’uomo che arrestò Mussolini
- Il partigiano Montezemolo
- Il partigiano Tevere

A ottantadue anni dall’eccidio, queste suppliche ci restituiscono un frammento essenziale della sua verità storica.
Non solo la violenza di chi uccise, ma anche l’ostinazione di chi tentò fino all’ultimo di salvare.

Fonte
Pubblicato su Marioavagliano.it, 22 marzo 2026.
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Fosse Ardeatine, 82 anni dopo: 7 vittime sono ancora senza nome

di Mario Avagliano

82 anni dalle Fosse Ardeatine: quei nomi che continuano a chiamarci

Ci sono date che non passano. Restano.
Il 24 marzo 1944 è una di quelle.

Nelle cave sulla via Ardeatina, a Roma, 335 uomini vennero condotti uno alla volta, costretti a inginocchiarsi e uccisi. Non erano numeri. Erano vite. Erano storie. Erano nomi.

Scorrere quell’elenco – dalla A di Ferdinando Agnini alla Z di Augusto Zironi – significa attraversare un’Italia intera, colpita nel suo momento più buio.

C’era Don Pietro Pappagallo, sacerdote che scelse di restare accanto agli altri fino all’ultimo.
C’erano i giovanissimi Duilio Cibei e Marco Di Veroli, appena quindicenni.
C’era Gavino Luna, cantante e impiegato delle Poste.

E tra quei 335 c’erano Giovanni Frignani e Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo: due figure centrali della Resistenza romana. Frignani, tenente colonnello dei carabinieri, fu l’uomo che il 25 luglio 1943 ebbe il compito di arrestare Mussolini e che, dopo l’8 settembre, scelse la Resistenza pagando con la vita. Montezemolo, capo del Fronte militare clandestino, organizzò la rete resistenziale nella capitale fino alla cattura e alla morte alle Ardeatine.

E c’era il generale Sabato Martelli Castaldi, generale dell’aeronautica, uomo che ebbe il coraggio di opporsi al regime e che, nella Roma occupata, scelse la strada della dignità e della resistenza, fino alla stessa tragica fine.

E poi centinaia di altri: operai, militari, artigiani, commercianti, contadini.
Resistenti, ebrei, civili. Un intero Paese racchiuso in una cava.

Le Fosse Ardeatine sono questo: non solo una strage, ma il ritratto di una nazione.

Nel mio libro Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine ho cercato di restituire proprio questo mosaico umano. Non solo i fatti, ma le persone. Le loro scelte, le loro paure, i loro affetti. Una sorta di “Spoon River” italiana, dove ogni nome torna ad avere voce.

E alcune di quelle voci arrivano fino a noi.

Come quella di Orlando Orlandi Posti, che dal carcere scriveva parole che ancora oggi colpiscono nel profondo: “l’alba del mio 18 anno di vita la ho passata in carcere morendo di fame”. E alla ragazza di cui era innamorato: “Cara Marcella quando leggerai questa… io sarò nel mondo dove almeno troverò un po’ di pace”.

O come le tante storie di uomini prelevati all’improvviso, senza sapere che non sarebbero mai tornati.

E persino chi si trovò lì per caso, come Rosa Fedele, contadina uccisa dalle SS solo per essersi avvicinata troppo a quel luogo già segnato dalla violenza.

Ogni storia è unica. Ogni storia è necessaria.

Eppure, dopo 82 anni, quel lavoro non è ancora finito.

Appello
Nel sacrario delle Fosse Ardeatine sette tombe portano ancora la scritta Ignoto. Grazie a nuove analisi genetiche, oggi è possibile restituire un nome a quelle vittime. L’appello è rivolto ai familiari e a chiunque possa fornire informazioni utili: contribuire significa completare un fondamentale percorso di memoria e giustizia.

Oggi, grazie al lavoro dell’antropologa forense Elena Pilli e dell’Università di Firenze, si apre una nuova possibilità: restituire un’identità alle vittime ancora sonosciute attraverso il DNA. Ma serve anche il contributo delle famiglie, della memoria privata, delle storie custodite nel tempo.

Dal 2010 a oggi sono state identificate cinque delle dodici vittime inizialmente ignote.

Il risultato è frutto di un approccio interdisciplinare che integra l’antropologia forense – con l’estrazione e la caratterizzazione molecolare del DNA degradato – e la ricerca storico-documentale.

Al progetto hanno collaborato il RIS dei Carabinieri di Roma, l’Ufficio per la Tutela della Cultura e della Memoria della Difesa, il Museo Storico della Liberazione di Roma, la storica Alessia Glielmi, la Comunità Ebraica di Roma, l’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania, i partner del progetto Virtual Biographical Archive (ViBiA), la documentarista Michela Micocci e le rappresentanze delle famiglie delle vittime (ANFIM).

Ma nel sacrario, sette tombe portano ancora una sola parola: Ignoto.
Sette uomini senza nome. Sette vite sospese.

Perché dare un nome non è un dettaglio. È restituire una vita.

La violenza nazifascista voleva cancellare tutto: corpi, identità, storie. Ricostruirle oggi è un atto di giustizia.

E mentre ricordiamo, non possiamo non guardare al presente.
Ancora oggi, in tante guerre, i civili muoiono senza nome. Ancora oggi, esistono fosse senza identità.

Per questo le Fosse Ardeatine non sono solo memoria. Sono responsabilità. Se vogliamo davvero onorare quei 335, dobbiamo continuare a raccontarli. A leggerli. A trasmettere le loro storie. È anche questo il senso del mio lavoro.

Il libro

Strage delle Fosse Ardeatine: nelle vite delle 335 vittime c’è tutta la storia d’Italia – sociale, politica, economica, culturale – e della Resistenza, in una sorta di Spoon River italiana.

- Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine
- L’uomo che arrestò Mussolini
- Il partigiano Montezemolo
- Il partigiano Tevere

Ottantadue anni dopo, quei 335 continuano a parlarci.
E tra loro, sette attendono ancora di essere chiamati per nome.

Sta anche a noi non lasciare incompiuta la loro storia.

Per informazioni e per partecipare a questa ricerca, anche dall’estero: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Fonte
Pubblicato su Marioavagliano.it, 22 marzo 2026.
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Il dopoguerra anticipato del Sud: quando il popolo scrive la Storia

di Pasquale Chessa

Furono tante le guerre che si combatterono in Italia dopo la caduta del fascismo: fra guerra civile e di liberazione, partigiana o di classe, c'è chi ne ha contate almeno sette, insieme a quella mondiale. Di conseguenza non ci fu un solo dopoguerra. Il primo è "scoppiato" almeno due anni prima del 1945, con lo sbarco degli Alleati in Sicilia. Un'asimmetria tutta italiana che rimanda alla frattura geografica e antropologica fra Nord e Sud, per lungo tempo trascurata dalla storiografia, che ha lasciato tracce indelebili non solo nella storia politica ma anche nella mentalità di tutta la nazione.
 
LA RICERCA
Tracce ancora leggibili, come possiamo constatare seguendo la ricostruzione di Mario Avagliano e Marco Palmieri, frutto di una ricerca del tutto inedita sui modi affatto peculiari messi in atto dall'Italia postfascista per uscire dalla Seconda guerra mondiale. Paisà, sciuscià e segnorine. Il Sud e Roma dallo sbarco in Sicilia al 25 aprile (Il Mulino) infatti, non è solo un libro di storia ma piuttosto un racconto di storie che si ramificano nel tempo e nello spazio della geografia. Con una polifonia di voci, che promuove le memorie popolari a fonte storiografica, insieme alle testimonianze giornalistiche e letterarie, compresi romanzi e Sofia Loren nel film del 1960 "La Ciociara" di Vittorio De Sica, dal romanzo di Alberto Moravia film, Avagliano e Palmieri riescono a farci entrare nel vissuto della storia colta nel momento in cui si radica nei comportamenti collettivi. Sapiente è l'equilibrio fra la grande storia, dalla caduta del fascismo alla liberazione di Roma, e i suoi riflessi sul sentimento popolare, dalle "segnorine" che si prostituiscono per salvarsi dalla fame, alle rivolte contadine e ai moti del pane.
 
LA DEFINIZIONE
È stato Enzo Forcella, giornalista politico di primo rango del secondo Novecento, molto sensibile al vissuto collettivo del Paese, a coniare l'innovativa definizione di "altro dopoguerra" in un libro del 1976. Fu infatti un periodo eccezionale, una specie di laboratorio storico-politico, spesso funestato da forme feroci di repressione militare come risposta alle inevitabili rivolte popolari. A Canicattì, il 14 luglio, due giorni dopo la strage perpetrata dai tedeschi in ritirata, gli americani fucilarono almeno una ventina di civili arrestati per aver rubato del sapone... Nella Guida del soldato, la Sicilia è descritta come «un buco infernale [...]abitato da gente troppo povera per andarsene o troppo ignorante per sapere che esistono posti migliori».
 
LA TRAGEDIA
Il romanzo di Alberto Moravia, La ciociara, che Vittorio De Sica tradusse in un film toccante magistralmente interpreto da Sofia Loren, trova la sua ispirazione originaria nella tragedia che travolse la Ciociaria invasa dalle truppe marocchine sbarcate a Napoli nel novembre del 1943 con licenza di saccheggio, fino allo stupro. «1 napoletani non sanno più chi odiare» scriveva Leo Longanesi. Eppure quei due anni «vissuti sotto l'occupazione alleata - riconoscono Avagliano e Palmieri - consolidano il mito della potenza americana collocando definitivamente e stabilmente l'Italia del dopoguerra nella sfera americana e occidentale, nel nuovo scenario della guerra fredda contro la sfera sovietica e comunista».
 
(Il Messaggero, 4 dicembre 2021)

 

Il 7 dicembre presentazione a Roma di "Paisà, sciuscià e segnorine"

Martedì 7 dicembre, alle ore 17.00, presso la sede e sul canale Facebook della Biblioteca di storia moderna e contemporanea, in collaborazione con ANPI, INSMLI e IRSIFAR, sarà presentato il volume Paisà, sciuscià e segnorine. Il Sud e Roma dallo sbarco in Sicilia al 25 aprile di Mario Avagliano e Marco Palmieri. (Il Mulino, 2021). Intervengono: Anna Balzarro, Isabella Insolvibile, Giancarlo Governi,  Gianfranco Pagliarulo. Coordina: Maria Corbi. Saranno presenti gli autori.

È stato chiamato «l'altro dopoguerra» il periodo vissuto dall'Italia meridionale e Roma tra il luglio del 1943, quando gli alleati sbarcano in Sicilia, e il maggio del 1945, quando la guerra finisce. Un lungo periodo, segnato dal procedere lento della linea del fronte verso nord, con combattimenti accaniti, violenze, stragi tedesche e alleate e atti di resistenza, spesso misconosciuti (non solo la battaglia per la difesa di Roma e le Quattro giornate di Napoli). Ma anche un vitale, caotico, difficile ritorno alla pace e alla libertà, con il primo confronto con la democrazia dopo il ventennio fascista. I problemi economici e sociali sono aggravati dall’atteggiamento dei militari alleati, intorno ai quali, come avviene ad esempio a Napoli e a Roma, proliferano fenomeni come segnorine, sciuscià e traffici del mercato nero che portano a un certo decadimento dei costumi morali. Esaurita l’euforia della libertà riconquistata ed emersa la consapevolezza del carattere illusorio dell’aspettativa che l’arrivo degli anglo-americani, simbolizzato dal pane bianco, dalle caramelle e dalle chewing-gum, porti miracolosamente alla fine della miseria, le truppe “salvatrici” nella penisola diventano sempre meno gradite. La presenza degli alleati, il ritorno dei partiti, delle radio, della stampa libera, la voglia di normalità e di divertimento, la rinascita del cinema e del teatro, con Anna Magnani, Totò, i fratelli de Filippo, De Sica e Rossellini, e poi la fame, il banditismo, le marocchinate, la criminalità. Attingendo a lettere, diari, corrispondenza censurata, relazioni delle autorità italiane e alleate, giornali, canzoni, film, il libro compone un racconto corale, curioso e inedito di quell'Italia del dopoguerra.


Mario Avagliano
è un giornalista e storico, collabora alle pagine culturali de “Il Messaggero” e de “Il Mattino”. E’ autore di numerosi saggi su fascismo, seconda guerra mondiale, deportazioni e dopoguerra.

Marco Palmieri è giornalista e storico, ha lavorato per diverse testate e ha pubblicato numerosi saggi sulla deportazione, la resistenza e il dopoguerra.

 

Anna Balzarro è direttrice dell’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza (IRSIFAR) 

Maria Corbi è una giornalista, inviata de La Stampa.

Giancarlo Governi è un autore televisivo, sceneggiatore e scrittore.

Isabella Insolvibile è una storica specializzata nella Resistenza italiana.

Gianfranco Pagliarulo è presidente nazionale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI)                                                            

Patrizia Rusciani è direttrice Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea.



Diretta sul canale FB della Biblioteca
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E nei giorni successivi sul canale youtube della Biblioteca

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Mata Hari e le altre: 007 è donna

Nel '900 rovesciato il modello maschile dell'agente segreto oggi nell'intelligence più responsabilità alle figure femminili

di Mario Avagliano 

Il mio nome è Bond... James Bond Ian Fleming, quando ideò la figura del agente segreto britannico 007, non pensò mai che potesse essere di sesso femminile o tanto meno agli ordini di una donna, come accade invece negli ultimi film della fortunata saga cinematografica, in cui Bond è alle dipendenze di M, interpretata sullo schermo dalla brava Judi Dench. E in effetti nello spionaggio l'impiego delle donne per molto tempo è stato limitato da pregiudizi etabù.Tuteal più il gentil sesso veniva utilizzato nel campo della seduzione, per carpire segreti all'inconsapevolevittima di tumoo ricattare l'imprudente partner con la minaccia di uno scandalo familiare o politico. Ma a partire dal Novecento, come ci racconta il bel libro Le dieci donne spia che hanno fatto la storia (Edizioni Il Capricorno) di Domenico Vecchioni, il paradigma si è rovesciato. E in occasione della prima guerra mondiale anche le donne sono entrate di prepotenza nell'affascinante mondo delle spie. Tanto che oggi le figurefemminli esercitano nell'intelligence ruoli di sempre maggiore responsabilità, finoad anivareall'apice con Gina Haspel, da poco nominata capo della Cia.
La donna spia più esaltata e mitizzata dalla storiografia e dal cinema è sicuramente Mata Hari, che iniziò come ballerina e diventò spia sfruttando i contatti che intratteneva nel bel mondo della capitale francese nel cui ambito sfarfallava, scivolando poi sul terreno del doppio gioco tra Francia e Germania. Ma, come ci racconta Vecchioni, la bella olandese Margaretha Geertruida Zelle, alias Mata Hari, alias agente H2t alta 1.75metri, un po' forte di fianchi, bruna di chioma e di carnagione, tanto da fingere di essere nativa dell'isola di Giava, fu in realtà un agente segreto dai risultati abbastanza insignificanti. Le informazioni che riuscì a passare, in effetti, furono poche e del tutto ininfluenti sul corso della prima guerra mondiale.
Destino paradossale il suo: travolta dagli eventi e dai suoi sentimenti, fu giustiziata in Francia dopo essere stata abbandonata da quegli stessi uomini ai quali aveva dato spesso momenti d'intenso piacere. Destino anche cinico: dopo l'esecuzione, il cadavere di Mata Hari non fu reclamato da alcun parente o amico. Così quel corpo che aveva fatto fremere le platee maschili dei teatri parigini e non solo (si era esibita anche alla Scala di Milano), che aveva fatto perdere la testa a presidenti del Consiglio, ministri, generali, intellettuali e uomini facoltosi (compresi l'italiano Giacomo Puccini e il miliardario di origini ebraiche barone Henri de Rothschild), finì messo a disposizione della facoltà di Medicina di Parigi come cavia per le esercitazioni degli studenti. 
Ben altro spessore, il libro di Vecchioni attribuisce alla spia Gertude Bell, che insieme a Lawrence d'Arabia operò in Medio Oriente e contribuì alla «creazione» dell'Iraq. II loro compito era quello di promuovere la rivolta araba contro la dominazione della Turchia, alleata della Germania. I due si capirono, simpatizzarono e si manifestarono stima reciproca. Avevano tante cose in comune. Entrambi erano archeologi di formazione, entrambi avevano studiato Storia a Oxford, entrambi soffrivano del «mal d'Arabia»esubivano fascine il mistero del Medio Oriente. Entrambi poi avevano alle spalle storie personali «complicate>: Lawrence alle prese con la sua omosessualità latente; Gertrude, dal canto suo, prigioniera del ricordo delsuoamoreperduto. Una delle spie più temibili emisteriose fu certamente la tedesca Fräulein Doktor (a cui Alberto Lattuada dedicherà un film nel 1969), al secolo Elsbeth Schragmüller, implacabile istruttrice di spie ad Anversa per conto della Germania pre-nazista. II capitano Georges Ladoux, capo del controspionaggio francese, il suo diretto avversario, colui che aveva messo in trappola Mata Hari, l'aveva soprannom inala Tigresse d'Anvers.
Altre figure mitiche sono la principessa indiana Noor Inayat Kahn, che nella Francia occupata dai nazisti lavorò come operatore radio dei servizi segreti britannici in supporto alla Resistenza e l'affascinante Venere nera Joséphine Baker, che allo scoppio della seconda guerra mondialesi miseal servizio della Francia, la sua patria di adozione. Virginia Hall, la «signora che zoppica», spia perla Gran Bretagna e poi per gli Usa, divenne l'ossessione di Klaus Barbie (il famigerato boia di Lione), che non riusciva a capire come una donna, per di più con una gamba di legno, potesse tenere in scacco i servizi di sicurezza nazisti. Christine Granville, contessa polacca, era invece la spia preferita di Winston Churchill.
Avvicinandosi ai giorni nostri, una delle storie più sorprendenti è quella di Ana Belén Montes, che per ben sedici anni dal suo ufficio nel cuore dell'intelligence statunitense svolse attività di spionaggio perla Cuba di Fidel Castro. Così come colpisce la vicenda della seducente Anna Kushchenko Chapman, conosciuta come Anna la Rossa, spia a New York per conto di Putin, che nel suo ufficio al grattacielo 20 Exchange Place riceveva i suoi clienti per aiutarli nelle loro scelte, mostrandosi all'occorrenza disponibile anche per altri tipi di assistenza. Scoperta e arrestata, è stata rimpatriata in Russia, dov'è ora una vera e propria star dei rotocalchi. Donne tenaci, intelligenti, astute, che hanno ispirato film e romanzi ma che, ci racconta il libro di Vecchioni, a volte anche grazie al loro fascino hanno saputo servire il loro Paese al pari di un James Bond. E nella realtà, non nella finzione cinematografica. 
 
(pubblicato su Il Mattino, 24 luglio 2019)
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Storie - L'Atlante delle stragi

di Mario Avagliano

Un lavoro di ricerca durato anni che, dopo il portale web e il convegno internazionale svoltosi a settembre 2016, finalmente approda in libreria, con un corposo saggio intitolato Zone di guerra, geografie di sangue. Le stragi naziste e fasciste in Italia (1943-1945), per i tipi del Mulino, a cura di Paolo Pezzino e Gianluca Fulvetti.

È la conclusione del progetto di ricerca promosso da Anpi e Insmli e finanziato dal Governo tedesco, che ha coinvolto 130 ricercatori e ha portato a censire tutte le stragi compiute sul suolo italiano durante il periodo della Repubblica di Salò e dell’occupazione tedesca: un totale di 5.616 episodi di violenza con ben 23.720 vittime

Oltre agli eccidi tragicamente noti, come quelli di Monte Sole e di Sant’Anna di Stazzema, il periodo compreso fra l’8 settembre del ’43 e la fine della lotta di liberazione ha visto cadere sotto il fuoco tedesco e fascista un numero spaventoso di italiani, tutti cittadini inermi e molti del tutto estranei alla lotta partigiana, vittime di rastrellamenti o uccisi senza motivi apparenti. Questo volume fornisce una mappa delle stragi che hanno insanguinato l’Italia, analizzandole dal punto di vista storiografico, interpretativo e geografico, avvalendosi di un apparato cartografico che illustra le fasi principali del conflitto in relazione alla cronologia delle stragi.

Da questo lavoro emergono la caratteristica di “guerra ai civili” del conflitto scatenato nell’Italia occupata (vedi il saggio di Carlo Gentile) e la responsabilità autonoma del restaurato regime fascista di Mussolini in molte delle stragi dei civili (vedi il saggio di Toni Rovatti “La violenza dei fascisti repubblicani), come evidenziato anche nel libro “L’Italia di Salò” (Il Mulino) pubblicato a marzo da me e Marco Palmieri.

L'atlante è disponibile online e accessibile all'indirizzo http://www.straginazifasciste.it e si compone di una banca dati e dei materiali di corredo (documentari, iconografici, video) correlati agli episodi censiti, ospitati all’interno del sito web. Nella banca dati sono state catalogate e analizzate tutte le stragi e le uccisioni singole di civili e partigiani uccisi al di fuori dello scontro armato, commesse da reparti tedeschi e della Repubblica Sociale Italiana in Italia dopo l’8 settembre 1943, a partire dalle prime uccisioni nel Meridione fino alle stragi della ritirata eseguite in Piemonte, Lombardia e Trentino Alto Adige nei giorni successivi alla Liberazione. L’elaborazione su base cronologica e geografica dell’insieme dei dati censiti ha consentito la definizione di una "cronografia della guerra nazista in Italia", che mette in correlazione modalità, autori, tempi e luoghi dei fatti.

La ricerca, come ha sottolineato l’ambasciatore tedesco Susanne Wasum-Rainer, è stata finanziata dal governo della Repubblica Federale di Germania, che attraverso il Fondo italo-tedesco per il futuro ha finanziato anche un altro grande progetto, l’Albo dei Caduti Imi, gli internati militari italiani. Sarebbe bello che anche il governo italiano si facesse promotore di un analogo lavoro di ricerca su pagine nere della nostra storia. Un esempio? Il censimento degli atti di persecuzione agli ebrei perpetrati a seguito dell’entrata in vigore delle leggi razziste del 1938.

(L'Unione Informa e Moked.it del 25 aprile 2017)

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L'Italia di Salò, la recensione di Paolo Mieli sul Corriere della Sera

Ragazzi di Salò anche in Sicilia

Un saggio di Mario Avagliano e Marco Palmieri sulla Rsi. Alla repubblica fascista aderirono molti futuri attori: Walter Chiari, Raimondo Vianello, Giorgio Albertazzi

di Paolo Mieli

La repubblica fascista che Benito Mussolini guidò, per volontà di Adolf Hitler, negli ultimi venti mesi della Seconda guerra mondiale è stata ben analizzata in molti volumi tra i quali sono da menzionare la prima Storia della Repubblica di Salò di William Deakin (Einaudi), L’amministrazione tedesca nell’Italia occupata di Enzo Collotti (Lerici), La guerra civile, ultimo volume della biografia mussoliniana di Renzo De Felice (Einaudi), La storia della Repubblica di Mussolini di Aurelio Lepre (Mondadori), L’occupazione tedesca in Italia di Lutz Klinkhammer (Bollati Boringhieri ), La repubblica delle camicie nere di Luigi Ganapini (Garzanti), Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza di Claudio Pavone (Bollati Boringhieri), L’ultimo fascismo di Roberto Chiarini (Marsilio). Oltre a quelli assai ben scritti di Indro Montanelli e Mario Cervi, Giampaolo Pansa, Giorgio Bocca, Silvio Bertoldi e, sul versante reducistico, Giorgio Pisanò. Eppure ci sono ancora infiniti aspetti che meritano di essere approfonditi, tante questioni apparentemente marginali su cui è utile entrare nel merito, come dimostra un documentatissimo libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri, L’Italia di Salò 1943-1945, che sta per essere pubblicato dal Mulino.

Roberto Chiarini ha scritto che la riduzione dell’ultimo fascismo alla semplice e unica categoria interpretativa della «barbarie consumata da un manipolo di sanguinari», prima ancora di essere una forzatura intellettuale, è stata a lungo un «artificio retorico» che doveva servire alla autoassoluzione in blocco degli italiani e all’occultamento delle responsabilità collettive per quel che accadde davvero ai tempi Salò. Ed è sottile l’analisi di Avagliano e Palmieri delle due memorie contrapposte in merito a quel che si verificò nel Nord Italia tra il 1943 e il 1945, là dove vengono identificati i limiti della storiografia che ha teso a negare ogni dignità a coloro i quali militarono dalla «parte sbagliata» (cosa che del resto durante la guerra civile avevano fatto gli stessi fascisti con i partigiani, chiamandoli «banditi, fuorilegge, animali»). Ciò che Luigi Ganapini ha definito il «disconoscimento totale e reciproco, non solo politico, dell’umanità dell’avversario». Per non parlare della memoria degli ex repubblichini fortemente condizionata — persino nei testi meno autoindulgenti come quelli di Giose Rimanelli e Carlo Mazzantini — dall’umiliazione della sconfitta.

La scelta di Salò, scrivono Avagliano e Palmieri, fu per molti giovani e perfino adolescenti «una sorta di rivolta generazionale contro il vecchio sistema, rappresentato dalla monarchia, dalle forze della borghesia che avevano voltato le spalle a Mussolini e dai quadri dirigenziali del regime», nella speranza, condivisa anche da diversi squadristi della prima ora, che la Repubblica recuperasse le parole d’ordine del fascismo delle origini e segnasse una «pagina nuova». Ma attenzione: «L’immagine dei combattenti di Salò come avventurieri, idealisti o poveri illusi tutto sommato in buona fede, non è stata solo frutto di una distorsione dovuta alle propensioni giustificative della memoria a posteriori; è servita piuttosto a relegare un tema arduo e scomodo in una zona d’ombra dove non fosse più di tanto necessario e richiesto fare i conti con una pagina importante del proprio passato e della propria storia nazionale».

Un dato interessante è la grande quantità di futuri personaggi dello spettacolo (oltre a Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, che erano già molto famosi ed ebbero un ruolo attivo nella lotta ai partigiani) che tra il 1943 e il 1945 in un modo o nell’altro militarono dalla parte di Mussolini e dei tedeschi: Giorgio Albertazzi, Enrico Maria Salerno, Dario Fo, Mario Castellacci, Leonardo Valente, Ugo Tognazzi, Mario Carotenuto, Walter Chiari, Raimondo Vianello, Marco Ferreri, Fede Arnaud Pocek (più moltissimi altri che ebbero ruoli marginali). Tra le giustificazioni addotte — molti anni dopo la fine della guerra — è prevalsa la presa di distanza da questa giovanile adesione alla repubblica di Mussolini. Disse Dario Fo: «Aderii alla Rsi per ragioni pratiche, cercare di imboscarmi, portare a casa la pelle». E Giorgio Albertazzi: «Non sono mai stato fascista; la mia scelta, sbagliata che fosse, nacque per orgoglio nazionale». Forse la spiegazione più articolata fu quella di Raimondo Vianello, che raccontò di aver deciso d’impulso di andare volontario nella Rsi «per ribellione verso il colonnello comandante che il 12 settembre del 1943, con un piede già sulla macchina carica di roba, mi chiamò per dirmi a bassa voce come fosse una confidenza: “Vianello, si salvi chi può!”». I giovani che «andarono a Salò», proseguì Vianello, «erano spinti dall’idea di non abbandonare la battaglia». Pur se consapevoli d’essere «destinati a perdere». Per cui, concluse l’attore, «condannare in toto questo capitolo storico non mi sembra giusto».

Il libro dedica pagine particolarmente interessanti al «primo fascismo clandestino» dei giorni successivi al 25 luglio del 1943; alla «resa dei conti» interna al fascismo; ai prigionieri degli Alleati «non cooperanti», in particolare quelli del campo texano di Hereford; ai «tormenti e ai cambi di fronte» nella Repubblica sociale; al confronto generazionale tra coloro che aderirono alla Rsi; ai loro ultimi scritti e «testamenti ideologici»; al difficile rapporto con i «camerati tedeschi»; al razzismo e all’odio contro gli Alleati; all’illusione finale di un «colpo di coda» mussoliniano. Ricco di particolari inediti è il capitolo dedicato al fascismo clandestino nell’Italia liberata. Si trattò di una consistente «rete dietro le linee nemiche», che si appoggiò a movimenti spontanei ai quali presero parte soprattutto giovani che non accettavano il cambio di alleanze del governo Badoglio. Movimenti spontanei che hanno inizio in Sicilia, nel luglio del 1943, subito dopo lo sbarco e le prime vittorie dell’esercito alleato. Prima cioè della notte del Gran Consiglio in cui il Duce fu messo in minoranza o comunque a ridosso della caduta di Mussolini (25 luglio). La prima formazione censita è «Fedelissimi del Fascismo - Movimento per l’italianità della Sicilia» fondata a Trapani da Dino Grammatico (futuro deputato regionale del Msi) e Salvatore Bramante il 27 luglio, appena quattro giorni dopo l’ingresso in città delle truppe angloamericane. Pochi mesi dopo il gruppo viene scoperto, arrestato e processato da una corte alleata: tra i giovanissimi portati alla sbarra, Maria D’Alì, figlia dell’ultimo vicefederale di Trapani che i giornali di Salò definiscono «la Giovanna d’Arco della Sicilia». Qualcuno li considera, più che dei nostalgici, come ragazzi che reagiscono contro il fenomeno non marginale dei loro concittadini (tra breve connazionali) che si mettono in fila per salire sul carro del vincitore. Non sopportavamo, racconterà Salvatore Claudio Ruta, leader del gruppo dei giovani fascisti di Messina, «che l’italiano fosse additato come il tipico voltagabbana, mandolinista e mangia spaghetti». «Si è trovato un gruppo di fascisti in Sicilia — esulta il 20 dicembre 1943 nel suo diario Giuseppe Prezzolini — meritano un monumento! Un fascista che ha tenuto a dichiarare la sua fede è grande quanto un democratico che non cambiò bandiera sotto il fascismo». Tra i loro avvocati difensori, notano Avagliano e Palmieri, «spicca il nome di Bernardo Mattarella». Il processo, a Palermo, si concluderà con pene severissime e addirittura una condanna a morte: per Bramante, accusato di «sabotaggio» (ma il generale Alexander commuterà immediatamente la pena a vent’anni di carcere).

In concomitanza con questo processo nasce a Palermo il «gruppo Costarini» (dal nome di uno dei primi caduti della Rsi) — fondato da Angelo Nicosia, Lorenzo Purpari, Aristide Metler e Nicola Denaro — che pubblica il giornale ciclostilato «A noi!». Copie di «A noi!» vengono gettate, nel gennaio 1944, dal loggione del teatro Biondo nel corso di una proiezione del Grande dittatore, il film satirico su Hitler (e Mussolini) di Charlie Chaplin, che più volte e in più parti dell’Italia liberata verrà interrotto da questo genere di manifestazioni. A Cisternino, in provincia di Brindisi, quando in un cinegiornale vengono proiettate le immagini della liberazione di Mussolini sul Gran Sasso, un militare dice ad alta voce: «Sì è un po’ sciupato ma è sempre lui! Battiamogli le mani». Molti spettatori si alzano, applaudono e intonano Giovinezza. A Milazzo vengono lanciati manifestini che promettono il ritorno in Sicilia di Mussolini con i tedeschi i quali «faranno vendetta»: «Ci sarà il Vespro Siciliano!», annunciano. A Ficarra fa proseliti l’ex segretario federale fascista Giuseppe Catalano. A Caltanissetta viene fondata la «Lega Italica» alla quale aderiranno Faustino La Ferla e Francesco Paolo Ayala (padre del magistrato Giuseppe). In sostanza la prima regione italiana ad essere liberata, la Sicilia, sarà anche quella in cui si verrà a creare la più forte, motivata e duratura, componente neofascista.

Sempre in Sicilia, nella fase finale della guerra si sviluppa una protesta contro la leva a cui aderiscono insieme elementi neofascisti, anarchici, cattolici, separatisti e comunisti. Strane alleanze destinate a ripresentarsi nella storia siciliana. Ci si batteva — con lo slogan «Non si parte» — per bloccare il reclutamento di soldati che dovevano andare a combattere contro la Rsi, negli ultimi, decisivi mesi del conflitto. Episodio simbolo della rivolta è quello del 4 gennaio 1945, a Ragusa, dove una giovane incinta di cinque mesi, Maria Occhipinti, si sdraia davanti a un camion che si accinge a trasportare nel continente alcuni reclutati. Un consistente gruppo di ragusani si unisce alla protesta. L’esercito spara sulla folla, uccide un ragazzo e il sacrestano Giovanni Criscione. Nel dopoguerra, la Occhipinti sarà eletta deputata del Pci. A Comiso i neofascisti del «Non si parte» creano addirittura una «Repubblica indipendente» (per ottenere lo sgombero gli Alleati minacceranno un bombardamento aereo). A Vittoria occupano le caserme dei carabinieri e della guardia di finanza, così come avevano già fatto, guidati da Vittorio Dell’Agli, a Giarratana, dove erano state date alle fiamme le carte dell’ufficio di leva. A Modica il municipio viene dato alle fiamme.

Qualcosa si muoverà anche in Sardegna. Il 3 dicembre 1943 viene fermato al largo dell’arcipelago della Maddalena un motoscafo partito da Olbia e diretto a Orbetello. Alcuni carabinieri infiltrati nell’equipaggio arrestano su quel natante l’ex console generale della Milizia Giovanni Martini, che porta con sé il verbale della costituzione del Partito fascista repubblicano sardo, che si propone di staccare l’isola dalla madrepatria per sottometterla al regime di Salò. Nel marzo del 1944 ad Olbia vengono tratti in arresto i componenti del gruppo che fa capo ad Antonio Pigliaru, Gavino Pinna, Giuseppe Cardi Giua e al sottotenente Ugo Mattone, che riuscirà a fuggire. Il Tribunale militare territoriale di guerra — pubblico ministero è Francesco Coco (il giudice che nel 1976 sarà ucciso a Genova dalle Brigate rosse) — li farà condannare tutti e la pena più alta, undici anni, sarà per il latitante Mattone. Che però cambierà nome, diventerà un apprezzato sceneggiatore e da quel momento in poi simpatizzerà per il Pci: da questo momento si chiamerà Ugo Pirro e il primo film al quale darà il proprio apporto sarà (nel 1951) Achtung! Banditi! di Carlo Lizzani dedicato all’epopea della lotta partigiana.

In Calabria e a Napoli sarà assai attivo il principe Valerio Pignatelli di Cerchiara, comandante degli arditi nella Grande guerra, rivoluzionario in Messico, capo di una formazione di russi bianchi impegnati a combattere i bolscevichi, presente nella guerra di Etiopia e in quella civile spagnola. Tra i suoi progetti, il rapimento a Sorrento di Benedetto Croce che avrebbe dovuto essere portato a Genova da un sommergibile tedesco, per essere poi trasferito a Milano dove sarebbe stato costretto a commemorare Giovanni Gentile ucciso dai partigiani. In seguito Croce avrebbe dovuto assumere la presidenza dell’Accademia d’Italia. Ma il 27 aprile del 1944 Pignatelli, dopo che sua moglie aveva attraversato le linee per parlare direttamente con Mussolini e il feldmaresciallo Kesserling, viene arrestato. Sarà Bartolo Gallitto a raccogliere la sua eredità operativa. Ma del progetto di sequestro del filosofo non si parlerà più.

A Roma, poco dopo la liberazione, il 10 giugno 1944 comincia a trasmettere Radio Tevere, che in realtà ha sede al Nord. Direttore è Mario Ferretti, futuro radiocronista sportivo, collaborano attivamente Gorni Kramer e il Quartetto Cetra. Sigla di apertura è l’Inno a Roma di Puccini, in chiusura la canzone Tornerai, con un’evidente allusione/invocazione a Mussolini. A fine 1944 nasce il giornale clandestino «Onore», al quale fa capo un gruppo di cui fanno parte anche commercianti, operai e persino contadini. Non sono moltissimi, ma è una rete clandestina assai insidiosa, che viene sgominata grazie ad un giovane tenente che riesce ad inserire un infiltrato: Carlo Alberto dalla Chiesa. Il quale sperimentò contro i neofascisti di «Onore» tecniche che avrebbe riproposto, alcuni decenni dopo, per sgominare terroristi rossi che si proclamavano eredi dei partigiani.

(Corriere della Sera, 7 marzo 2017)

 

La nuova tappa di un itinerario nelle tragedie del Novecento

Esce in libreria il 16 marzo L’Italia di Salò di Mario Avagliano e Marco Palmieri (il Mulino, pagine 496, e 28). Si tratta di una nuova tappa del viaggio che i due autori hanno intrapreso nella storia italiana con diversi volumi: Gli internati militari italiani (Einaudi, 2009); Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia (Einaudi, 2011); Voci dal lager (Einaudi, 2012); Di pura razza italiana (Baldini & Castoldi, 2013), Vincere e vinceremo! (il Mulino, 2014). A Salò sono stati dedicati molti libri, come La repubblica delle camicie nere di Luigi Ganapini (Garzanti, 1999) e La storia della Repubblica di Mussolini di Aurelio Lepre (Mondadori, 1999). Tratta della Rsi l’ultimo volume, incompiuto, della biografia di Mussolini scritta da Renzo De Felice, La guerra civile (Einaudi, 1997), Se ne occupava anche Claudio Pavone nel suo libro sulla Resistenza Una guerra civile (Bollati Boringhieri, 1991).

 

La colpa di chiamarsi Mengele. Così vissero i figli dei nazisti

di Mario Avagliano

  Le colpe dei padri ricadono sui figli? La risposta, in linea teorica, è no. Ma è difficile se non impossibile evitare di fare i conti col passato oscuro del nazismo, tanto più se ti chiami Himmler, Göring, Hess, Frank, Bormann, Höss, Speer o Mengele e sei figlia o figlio di un gerarca criminale del cerchio magico di Adolf Hitler.

È quanto racconta Tania Crasnianski, avvocato penalista franco-tedesca ma con origini russe, nel suo saggio «I figli dei nazisti» (Bompiani, pp. 268, € 18), in libreria in Italia dal 27 gennaio e già in corso di stampa in tutto il mondo, frutto di una lunga ricerca negli archivi pubblici e privati e dello spoglio di carte giudiziarie, lettere, libri, articoli e interviste sulla vita privata dei gerarchi del Terzo Reich e dei loro discendenti.

Otto storie esemplari, narrate con una scrittura rigorosa ma incalzante, sui figli dei fedelissimi di Hitler, nati tra il 1927 e il 1944, cresciuti in un’infanzia dorata, lontana dai clamori della guerra e dalle violenze del nazismo, garantita loro da padri in genere tanto crudeli e cinici nella loro attività di governo, di amministrazione o di polizia quanto affettuosi e amorevoli in famiglia. «La mia famiglia fu l’altro mio santuario. Il mio legame con essa fu saldissimo», ebbe modo di dire Rudolf Höss, comandante del campo di sterminio di Auschwitz. Una doppia personalità, quasi schizofrenica, che in qualche modo veniva fuori già dal ritratto di Eichmann che aveva tracciato Hannah Arendt ne «La banalità del male».

«Ciò che il padre ha taciuto – annotava Nietzsche in «Così parlò Zarathustra» – prende parola nel figlio; e spesso ho trovato che il figlio altro non era, se non il segreto denudato del padre». E infatti molti di questi rampolli dei gerarchi nazisti hanno scoperto la verità sui propri genitori e sul loro ruolo nella macchina di distruzione di massa del nazismo e di sterminio degli ebrei solo dopo la fine del conflitto. Ma le reazioni sono state differenti, a volte completamente opposte.

Giudicare i propri genitori è un’impresa difficilissima. «Come guardare in modo spassionato e imparziale alle persone che ci hanno messo al mondo? Maggiore è la prossimità affettiva, più problematico risulta prendere partito», scrive la Crasnianski. Anche in Italia, personaggi illustri hanno dovuto affrontare il dramma del confronto con il passato fascista dei genitori, dai giornalisti Pierluigi Battista e Giampiero Mughini al comico Paolo Rossi e agli scrittori Marco Lodoli e Margaret Mazzantini.

Le soluzioni adottate dai figli dei gerarchi nazisti si sono polarizzate in modo netto: alcuni si sono allineati alle posizioni dei genitori, altri le hanno condannato fermamente, rarissimo l’atteggiamento di neutralità.

Sono soprattutto le figlie uniche a non aver rinnegato i padri: Gudrun Himmler (chiamata dal padre Püppi, bambolina), sola discendente legittima di Himmler, l’architetto della Soluzione Finale, sempre in giro con una spilla d’argento con una svastica formata da quattro teste di cavallo disposte in cerchio; Edda Göring, figlia del maresciallo del Reich, considerato il Nerone nazista; e Irene Rosenberg, il cui padre era Alfred Rosenberg, l’ideologo del nazismo, nonché ministro dei territori occupati sul fronte orientale. Divenute donne, hanno finito per vivere nel culto del genitore, dedicando la propria vita alla sua riabilitazione.

Anche Hans-Jürgen, il secondogenito di Höss, il comandante di Auschwitz, è rimasto fedele ai vecchi ideali del proprio genitore. Il figlio Rainer lo ha descritto come un uomo violento, dittatoriale e antisemita.

Sull’altro versante, ci sono figli che non se la sono sentita di amare il padre “mostro” e hanno preso le distanze da lui. Niklas Frank, il figlio di Hans Frank, detto il «boia di Cracovia», considera il padre un «assassino», giudicandolo «debole», «fatuo», «ipocrita», «vile», oltre che un patetico «leccaculo». Insieme alle fotografie dei suoi cari, porta con sé anche un’immagine del cadavere del genitore. «Mi piace come è venuto in quella fotografia: è morto», risponde a chi gli domanda chiarimenti.

Rolf Mengele, il figlio di Josef, il medico della morte, ha voluto cambiare il proprio cognome per non tramandare ai figli la vergogna familiare. E non è mancato chi ha cercato di espiare le colpe dei padri scegliendo la via della fede, come Martin Adolf Borman, figlio del potente segretario di Hitler e figlioccio del Führer, diventato missionario cattolico. Addirittura c’è chi si è convertito all’ebraismo, come Aharon Shear-Yashuv, all’anagrafe Wolfgang Schmidt, diventato rabbino dell’esercito israeliano, e la nipote di Magda Göbbels, cioè la figlia del figlio che Magda ebbe dal primo marito Günther Quandt.

E Hitler? Era contento di non avere discendenti: «Che problemaccio se avessi dei figli! Magari si cercherebbe di fare di mio figlio il mio successore! E non è tutto! Per uno come me non c’è speranza che gli nasca un ragazzo in gamba. È la regola. Si veda il figlio di Goethe: un individuo che non servì assolutamente a nulla!».

(Pubblicato in versione più sintetica su Il Messaggero del 26 gennaio 2017)

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