Articoli, Brevi Testi e Pensieri di MArio Avagliano
Mario Avagliano
Storico e scrittore

La storia italiana raccontata attraverso persone, documenti e memoria

Racconto la storia italiana attraverso libri, ricerche e incontri pubblici, con particolare attenzione alle vicende delle persone comuni e ai passaggi decisivi della nostra democrazia.

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Fosse Ardeatine, 82 anni dopo: 7 vittime sono ancora senza nome

di Mario Avagliano

82 anni dalle Fosse Ardeatine: quei nomi che continuano a chiamarci

Ci sono date che non passano. Restano.
Il 24 marzo 1944 è una di quelle.

Nelle cave sulla via Ardeatina, a Roma, 335 uomini vennero condotti uno alla volta, costretti a inginocchiarsi e uccisi. Non erano numeri. Erano vite. Erano storie. Erano nomi.

Scorrere quell’elenco – dalla A di Ferdinando Agnini alla Z di Augusto Zironi – significa attraversare un’Italia intera, colpita nel suo momento più buio.

C’era Don Pietro Pappagallo, sacerdote che scelse di restare accanto agli altri fino all’ultimo.
C’erano i giovanissimi Duilio Cibei e Marco Di Veroli, appena quindicenni.
C’era Gavino Luna, cantante e impiegato delle Poste.

E tra quei 335 c’erano Giovanni Frignani e Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo: due figure centrali della Resistenza romana. Frignani, tenente colonnello dei carabinieri, fu l’uomo che il 25 luglio 1943 ebbe il compito di arrestare Mussolini e che, dopo l’8 settembre, scelse la Resistenza pagando con la vita. Montezemolo, capo del Fronte militare clandestino, organizzò la rete resistenziale nella capitale fino alla cattura e alla morte alle Ardeatine.

E c’era il generale Sabato Martelli Castaldi, generale dell’aeronautica, uomo che ebbe il coraggio di opporsi al regime e che, nella Roma occupata, scelse la strada della dignità e della resistenza, fino alla stessa tragica fine.

E poi centinaia di altri: operai, militari, artigiani, commercianti, contadini.
Resistenti, ebrei, civili. Un intero Paese racchiuso in una cava.

Le Fosse Ardeatine sono questo: non solo una strage, ma il ritratto di una nazione.

Nel mio libro Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine ho cercato di restituire proprio questo mosaico umano. Non solo i fatti, ma le persone. Le loro scelte, le loro paure, i loro affetti. Una sorta di “Spoon River” italiana, dove ogni nome torna ad avere voce.

E alcune di quelle voci arrivano fino a noi.

Come quella di Orlando Orlandi Posti, che dal carcere scriveva parole che ancora oggi colpiscono nel profondo: “l’alba del mio 18 anno di vita la ho passata in carcere morendo di fame”. E alla ragazza di cui era innamorato: “Cara Marcella quando leggerai questa… io sarò nel mondo dove almeno troverò un po’ di pace”.

O come le tante storie di uomini prelevati all’improvviso, senza sapere che non sarebbero mai tornati.

E persino chi si trovò lì per caso, come Rosa Fedele, contadina uccisa dalle SS solo per essersi avvicinata troppo a quel luogo già segnato dalla violenza.

Ogni storia è unica. Ogni storia è necessaria.

Eppure, dopo 82 anni, quel lavoro non è ancora finito.

Appello
Nel sacrario delle Fosse Ardeatine sette tombe portano ancora la scritta Ignoto. Grazie a nuove analisi genetiche, oggi è possibile restituire un nome a quelle vittime. L’appello è rivolto ai familiari e a chiunque possa fornire informazioni utili: contribuire significa completare un fondamentale percorso di memoria e giustizia.

Oggi, grazie al lavoro dell’antropologa forense Elena Pilli e dell’Università di Firenze, si apre una nuova possibilità: restituire un’identità alle vittime ancora sonosciute attraverso il DNA. Ma serve anche il contributo delle famiglie, della memoria privata, delle storie custodite nel tempo.

Dal 2010 a oggi sono state identificate cinque delle dodici vittime inizialmente ignote.

Il risultato è frutto di un approccio interdisciplinare che integra l’antropologia forense – con l’estrazione e la caratterizzazione molecolare del DNA degradato – e la ricerca storico-documentale.

Al progetto hanno collaborato il RIS dei Carabinieri di Roma, l’Ufficio per la Tutela della Cultura e della Memoria della Difesa, il Museo Storico della Liberazione di Roma, la storica Alessia Glielmi, la Comunità Ebraica di Roma, l’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania, i partner del progetto Virtual Biographical Archive (ViBiA), la documentarista Michela Micocci e le rappresentanze delle famiglie delle vittime (ANFIM).

Ma nel sacrario, sette tombe portano ancora una sola parola: Ignoto.
Sette uomini senza nome. Sette vite sospese.

Perché dare un nome non è un dettaglio. È restituire una vita.

La violenza nazifascista voleva cancellare tutto: corpi, identità, storie. Ricostruirle oggi è un atto di giustizia.

E mentre ricordiamo, non possiamo non guardare al presente.
Ancora oggi, in tante guerre, i civili muoiono senza nome. Ancora oggi, esistono fosse senza identità.

Per questo le Fosse Ardeatine non sono solo memoria. Sono responsabilità. Se vogliamo davvero onorare quei 335, dobbiamo continuare a raccontarli. A leggerli. A trasmettere le loro storie. È anche questo il senso del mio lavoro.

Il libro

Strage delle Fosse Ardeatine: nelle vite delle 335 vittime c’è tutta la storia d’Italia – sociale, politica, economica, culturale – e della Resistenza, in una sorta di Spoon River italiana.

- Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine
- L’uomo che arrestò Mussolini
- Il partigiano Montezemolo
- Il partigiano Tevere

Ottantadue anni dopo, quei 335 continuano a parlarci.
E tra loro, sette attendono ancora di essere chiamati per nome.

Sta anche a noi non lasciare incompiuta la loro storia.

Per informazioni e per partecipare a questa ricerca, anche dall’estero: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Fonte
Pubblicato su Marioavagliano.it, 22 marzo 2026.
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Giovanni Frignani: quando la storia diventa una persona

di Mario Avagliano

Giovanni Frignani, la memoria restituita e il senso del mio fare storia

Quando ho iniziato a lavorare a "L’uomo che arrestò Mussolini" (Marlin editore), non immaginavo che sarebbe arrivato alla quinta edizione.

E non immaginavo, soprattutto, che mi avrebbe portato in giro per l’Italia, in tante città, davanti a sale piene, con un’attenzione e una partecipazione che mi hanno profondamente colpito.

Ogni presentazione è stata diversa. Ma in tutte ho avvertito la stessa sensazione: Giovanni Frignani non era più un nome quasi dimenticato della Resistenza. Era tornato a essere una persona.

Ed è proprio da qui che è nato il libro.

Frignani è stato l’ufficiale dei Carabinieri che il 25 luglio 1943 coordinò l’arresto di Mussolini. Un protagonista di un momento cruciale della nostra storia. E poi, dopo l’8 settembre, uno dei promotori del Fronte militare clandestino dei Carabinieri a Roma. Arrestato dalle SS, torturato a via Tasso, assassinato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944.

Una vita che sembra un romanzo. Ma che rischiava di restare confinata in poche righe di manuale.

Ho sentito il bisogno di ricostruirla non come una sequenza di eventi, ma come una storia umana. Per questo sono entrato negli archivi dell’Arma, ho sfogliato carte ingiallite, informative, rapporti, lettere. Ho studiato i documenti del Museo storico della Liberazione di via Tasso, dove Frignani fu rinchiuso e torturato. Ho letto le testimonianze, gli atti processuali, i memoriali.

Ma il momento più intenso è stato l’incontro con Giovanni, il nipote.

Con lui ho condiviso scoperte, dubbi, emozioni. Nei suoi ricordi familiari, nelle fotografie custodite con cura, ho visto riemergere non solo l’eroe, ma l’uomo: il padre, il marito, il fratello. La commozione è arrivata in modo inatteso, soprattutto quando, davanti ai documenti che raccontavano le torture di via Tasso o la tragica fine alle Ardeatine, il passato smetteva di essere storia e diventava carne viva.

Con lui a gennaio siamo andati a posare la pietra d'inciampo a via Bruxelles davanti al portone dell'ultima casa di Giovanni Frignani.

Cerimonia di posa della pietra di inciampo

Clicca sull’immagine per ingrandirla

È in questi momenti che ho capito, ancora una volta, qual è il mio modo di fare storiografia.

Io parto sempre dalle persone. Non dalle categorie, non dalle ideologie, non dagli schemi.

Credo che la grande storia si comprenda davvero solo quando la si attraversa attraverso le vite individuali. Le scelte, le paure, le contraddizioni. Frignani era un ufficiale liberale, cattolico, monarchico. Non un rivoluzionario di professione. E proprio per questo la sua scelta di opporsi al nazifascismo assume un valore ancora più forte: dimostra che la Resistenza è stata un fenomeno plurale, che ha attraversato mondi diversi.

Ricostruire la sua figura è stato anche completare un percorso personale, dopo le biografie di Montezemolo e di Martelli Castaldi. Una sorta di trilogia dei “partigiani con le stellette”. Uomini delle istituzioni che, nel momento decisivo, hanno scelto la libertà.

In questi mesi, presentando il libro da nord a sud, ho percepito un bisogno diffuso di memoria non retorica. Di storie vere. Di volti. Di complessità. Molti mi hanno detto: “Non conoscevamo questa vicenda”. Ed è forse questa la soddisfazione più grande: aver restituito alla memoria collettiva una figura che meritava di essere ricordata.

Per me è stato un viaggio.

Un viaggio negli archivi, certo. Ma anche dentro le pieghe della nostra storia nazionale. E dentro la responsabilità dello storico: non giudicare il passato con superficialità, ma restituirlo nella sua interezza.

Ogni volta che penso a Giovanni Frignani, penso a quel gesto del 25 luglio 1943, all’arresto di Mussolini. E poi penso al silenzio delle Fosse Ardeatine. Tra quei due momenti c’è una vita intera. C’è il coraggio, ma anche la normalità. C’è il senso dello Stato. C’è la scelta.

Se questo libro ha trovato tanti lettori, forse è perché racconta proprio questo: che la storia non è fatta solo di date. È fatta di uomini e donne che, a un certo punto, decidono da che parte stare.

E raccontarli, per me, resta il modo più autentico di fare memoria.

Il libro

L'uomo che arrestò Mussolini

La storia intrepida del tenente colonnello dei carabinieri Giovanni Frignani, dalle trincee del Piave all’arresto di Mussolini, dalla Resistenza clandestina a Roma alle Fosse Ardeatine, forse a causa del tradimento di una bionda spia tedesca.

Scopri il libro →
Disponibile anche su Amazon

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Pubblicato su Marioavagliano.it, 2 marzo 2026.
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La storia dell’ufficiale eroe che arrestò Mussolini

 

di Mario Avagliano

La data di domenica 25 luglio del 1943, passata alla storia per l’arresto di Benito Mussolini e la caduta del fascismo, poteva restare anonima. All’ultimo momento, infatti, l’operazione rischiò di saltare.

Dagli archivi dell’Arma e dalle relazioni dei testimoni dell’epoca risulta che il re Vittorio Emanuele III, spalleggiato dalla moglie, aveva cambiato idea. Fu risolutiva la testardaggine di un ufficiale dei carabinieri, il tenente colonnello romagnolo Giovanni Frignani, già eroe della Grande Guerra. Un uomo dell’Arma tutto d’un pezzo che, nonostante il fratello Giuseppe fosse stato gerarca di Ravenna, era inviso al duce per le sue relazioni-verità sul malcontento della popolazione, la corruzione del regime e i piani di invasione dell’Italia dei tedeschi, tanto che qualche settimana Mussolini prima ne aveva chiesto il trasferimento al fronte.

Quella mattina re Vittorio Emanuele III riceve il fido duca Acquarone, che gli riferisce della votazione dell’ordine del giorno Grandi da parte del Gran Consiglio del Fascismo, con il quale di fatto Mussolini è stato sfiduciato. È arrivato il momento di agire e di dare il via al piano di arresto del duce. Ad appena quattro chilometri di distanza, a Villa Torlonia, Mussolini si alza dal letto tutto sommato abbastanza tranquillo. È sicuro che lo «stellone» italico lo assisterà ancora una volta. Dopo colazione, raggiunge Palazzo Venezia e si mette al lavoro. Verso le 11 chiede al suo segretario particolare, il prefetto Nicola De Cesare, di telefonare al Quirinale al generale Puntoni per avere un colloquio con il re a villa Savoia.

La richiesta di udienza da parte di Mussolini cambia i piani dei complottardi. Bisogna accelerare. Il comandante generale dell’Arma, Angelo Cerica, poco prima delle 14 convoca telefonicamente Frignani presso il comando del Gruppo Interno di Roma, sito in viale Liegi, ed i suoi diretti collaboratori, il capitano Paolo Vigneri, siciliano di Calascibetta, e il capitano Raffaele Aversa, di Labico, ma di origini campane. È stato lo stesso Frignani a indicare a Cerica i due capitani come uomini di assoluta fiducia.

Le relazioni del generale dei carabinieri Filippo Caruso e del capitano Vigneri, il diario del generale Puntoni, primo aiutante di campo generale del re, e il resoconto dello stesso Mussolini ci permettono di ricostruire con una certa precisione quella giornata.

Dopo l’incontro con Cerica, Frignani prende da parte i due capitani e gli illustra le modalità e i dettagli del piano, aggiungendo che l’arresto del duce deve eseguirsi a qualunque costo e, per evitare fraintendimenti, chiosa che bisogna «catturarlo vivo o morto». Al commissario Marzano, che viene segnalato a Cerica dallo stesso Frignani, viene chiesto di mettere a disposizione un’autoambulanza.

Il piccolo convoglio di cinquanta carabinieri e poliziotti si dirige verso Villa Savoia e si colloca sul lato settentrionale dell’edificio, pronto ad intervenire, se necessario, ad un cenno del capitano Aversa. Quest’ultimo, assieme al collega Vigneri, a tre vicebrigadieri e a tre agenti di P.S. armati di mitra, si sistema sul lato orientale. Alle 15.30 è tutto pronto per l’operazione.

Nel frattempo, Frignani predispone i dettagli del piano. Gli spostamenti del duce, si legge nel memoriale del figlio Vittorio, sono preceduti e accompagnati da un «vasto servizio d’ordine», ma nel sistema c’è una falla: «i funzionari che vi erano addetti, non oltrepassavano abitualmente il cancello di Villa Savoia, e sostavano in prossimità di esso». Di conseguenza, «le condizioni migliori per dar corso all’arresto» si verificano proprio all’interno della residenza reale.

Verso le 16 lo stesso Frignani in abiti civili raggiunge la residenza reale. C’è da superare un ultimo ostacolo: le improvvise «riserve» del re sulle modalità dell’arresto. Alle tre del pomeriggio Vittorio Emanuele ingiunge al generale Puntoni: «Mussolini deve essere arrestato fuori di casa mia». Dubbi dovuti alle pressioni della regina Elena, preoccupata di salvaguardare l’etichetta di corte, o al timore dello stesso re che l’arresto, in caso di reazione violenta, desse luogo a una «più o meno accidentale soppressione» del duce? Quando Frignani entra «nella villa dall’ingresso secondario a levante, per prendere gli ultimi accordi col Ministro della Real Casa e con gli altri interessati all’azione», come riferisce Vigneri nel suo rapporto ritorna «dagli ufficiali dopo una decina di minuti, seccato e contrariato. “L’arresto non si farà più”, dice ai due capitani. “Sua Maestà non vuole che avvenga nell’interno della villa. Ho insistito con il duca Acquarone perché convinca il Re della necessità di eseguirlo subito”. Poi deciso e risoluto aggiunge: “Noi, in ogni caso, lo arresteremo ugualmente”». «Frignani – prosegue la relazione di Vigneri – […] torna a portarsi all’interno della villa con il proposito di premere sul duca Acquarone per ottenere la decisione».

Vigneri assieme ad Aversa attende fuori dalla villa il proprio comandante Frignani: «Passano minuti interminabili». Poi questi esce e comunica ai due che il re ha deciso di dare il via libera all’operazione. Attorno alle 17, l’Alfa Romeo con a bordo il capo del fascismo varca i cancelli di Villa Savoia e percorre il viale alberato. La scorta resta all’esterno della residenza.

Il colloquio dura in tutto venti minuti e il re informa Mussolini che Badoglio assumerà al suo posto la carica di capo del governo, poi lo accompagna al pianerottolo che sovrasta la scalinata di accesso alla villa.

Le sorprese per il duce non sono terminate. Scese le scale, si imbatte nel capitano Vigneri e nel collega Aversa. Alle loro spalle i tre vicebrigadieri. I due ufficiali gli parano il passo e Vigneri lo costringe a salire sull’ambulanza. Qualche metro indietro Frignani assiste alla scena. Mussolini lo considererà il suo nemico giurato. Dopo l’8 settembre, tornato in libertà, metterà subito una taglia sull’ufficiale romagnolo. Frignani diventerà uno dei capi della resistenza militare, ma finirà nel carcere di via Tasso, con tanto di telegramma di congratulazioni del duce, che ringrazierà Kappler e le SS mettendo a disposizione i vini della sua cantina di Villa Torlonia. Verrà ucciso il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine, gridando prima di essere abbattuto “Viva l’Italia!”

 

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Pubblicato su la Repubblica, 25 luglio 2025.
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Giovanni Frignani, il carabiniere che arrestò Mussolini

di Aldo Cazzullo

Nella storia d’Italia ci sono alcuni personaggi straordinari, per il loro eroismo e la loro vita esemplare, che sono ancora ingiustamente poco conosciuti, anche se sono stati protagonisti di momenti cruciali. Uno di questi è il tenente colonnello dei carabinieri Giovanni Frignani, la cui biografia avventurosa e appassionante è stata finalmente ricostruita nel libro di Mario Avagliano L’uomo che arrestò Mussolini, in libreria dal 21 marzo per Marlin editore.

 

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Mario Avagliano, «L’uomo che arrestò Mussolini. Storia dell’ufficiale dell’Arma Giovanni Frignani. Dalla Grande Guerra alle Fosse Ardeatine» (Marlin, pp. 368, euro 18,50)

 

Figlio di un imprenditore agrario di Ravenna, Frignani cresce nella turbolenta Romagna di fine Ottocento e primo Novecento, infiammata dagli scontri politici e sociali (bellissime le pagine dedicate a queste vicende): insomma, l’ambiente in cui si forma Benito Mussolini. Frignani è volontario durante la Grande Guerra, combatte con valore nelle trincee del Piave e poi entra nell’Arma, diventando membro dei servizi segreti militari, risolvendo casi importanti di controspionaggio internazionale e catturando due pericolose spie (tra cui un’affascinante Mata Hari bresciana) al soldo della Francia, che cospiravano per rubare documenti e progetti di navi da guerra alla Regia Marina.

 
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Giovanni Frignani

Avagliano ci racconta sia l’uomo brillante e generoso, cattolico, liberale, amante della musica classica, dell’arte e dei libri, che mette su famiglia e prende casa ai Parioli, sia la sua carriera come ufficiale dell’Arma nell’Italia fascista. Una carriera all’ombra del regime ma tenendosene sempre a debita distanza, nonostante che il fratello Giuseppe sia stato il ras di Ravenna ai tempi delle violenze squadriste di Italo Balbo e Dino Grandi, e poi deputato del Listone del 1924, sottosegretario alle Finanze e uomo di fiducia del Duce nel mondo delle banche.

Negli anni di guerra, Frignani dall’osservatorio del Gruppo interno dei carabinieri di Roma registra senza censure il crescente malcontento e l’insoddisfazione della popolazione verso Mussolini e il fascismo, e segnala le malefatte di alcuni gerarchi, come Roberto Farinacci, e anche le manovre della Germania di Hitler per una futura occupazione dell’Italia.

 

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Mario Avagliano

Ma le sue informative infastidiscono il Duce e i suoi diretti collaboratori, tanto che nel giugno 1943 Mussolini ne chiede per punizione l’allontanamento da Roma e l’invio in Francia, in zona di fronte. Il provvedimento viene ritardato ad arte dai comandanti dell’Arma, che il 25 luglio 1943 affidano proprio a Frignani il compito di coordinare la delicata operazione dell’arresto del Duce all’uscita di Villa Savoia dopo il colloquio con il re. Un’operazione che all’ultimo momento rischia di saltare, come si legge nella concitata e vibrante cronaca di Avagliano, a causa dei dubbi del re e della regina. Si deve alla determinazione di Frignani se viene portata a termine con successo.

Il giorno dopo è lo stesso ufficiale romagnolo a sequestrare alla Camilluccia le lettere di Mussolini a Claretta Petacci e il diario della sua amante, con la cronaca e la descrizione degli appuntamenti clandestini d’amore e di sesso, al centro di tanti dibattiti nel dopoguerra. E a fine agosto, è protagonista di un altro episodio-chiave: il giallo della morte del gerarca fascista Ettore Muti, ucciso nella pineta di Fregene.

Dopo l’8 settembre 1943 e l’occupazione di Roma, fascisti e nazisti mettono una taglia sull’alto ufficiale dell’Arma, costretto a nascondersi.
Frignani non si perde d’animo ed è tra i principali promotori del Fronte militare clandestino dei Carabinieri, inquadrato nella più ampia organizzazione guidata dal colonnello Montezemolo. Arrestato dalle SS, l’ufficiale romagnolo finisce nell’orrore del carcere di via Tasso e viene torturato alla presenza della moglie Lina, che ricorderà: «Lo trovai appoggiato al muro col viso sanguinante per i pugni e le frustate; otto o dieci uomini erano ancora intorno a lui e ognuno sfogava su di lui il proprio istinto bestiale: chi aveva in mano un grosso pallone che gli batteva sullo stomaco e sul ventre; chi gli conficcava lunghi spilli nelle carni e sotto le unghie. Egli non emetteva un gemito».

E qui la storia si tinge di nuovo di giallo, con una donna misteriosa, Elena Hoehn, di origini tedesche, che attraversa tutta la storia, prima entrando nella vita del fratello Giuseppe e diventandone a lungo l’amante e la convivente, e poi nella vita e nella morte del tenente colonnello Frignani, ospitandolo nel periodo della clandestinità e forse tradendolo e consegnandolo al comandante delle SS a Roma, Herbert Kappler.

Fatto sta che Giovanni Frignani il 24 marzo 1944 viene trucidato alle Fosse Ardeatine, a 47 anni non ancora compiuti. E che Elena nel dopoguerra andrà in carcere, dove stringerà amicizia con Celeste Di Porto, detta la Pantera nera, accusata di aver aiutato fascisti e tedeschi ad arrestare molti ebrei romani poi uccisi alle Fosse Ardeatine o deportati ad Auschwitz. La donna tedesca verrà sottoposta a un processo, che si chiuderà con un imprevedibile colpo di scena.

Facendo ricorso a lettere, diari, memoriali, testimonianze di parenti, documenti d’archivio dell’Arma e di altre istituzioni, gli atti del processo per individuare le responsabilità dell’arresto e della delazione, giornali, fotografie e filmati dell’epoca, Avagliano pubblica un’altra biografia preziosa che, pur ricca di un imponente apparato di note e supportata da una ricostruzione precisa, si legge come un romanzo a metà tra il noir e la spy story.

Con la biografia di Giovanni Frignani, Avagliano completa una sorta di «trilogia» di partigiani con le stellette, come la definisce lui stesso, dopo quelle dedicate al colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo e al generale Sabato Martelli Castaldi. Tre personaggi che ci dimostrano che «la Resistenza ebbe tante e diverse anime, da quella partigiana e gappista a quella militare degli Imi e delle bande autonome, da quella armata a quella civile, da quella religiosa a quella laica, da quella cattolica a quella ebraica o protestante, rappresentando un fenomeno assai più variegato, ricco e plurale rispetto a quanto troppo a lungo si è pensato».

Questo libro, infine, rappresenta anche una «autobiografia resistenziale dell’Arma», per utilizzare le parole di Avagliano. I carabinieri erano malvisti dai fascisti e dai tedeschi perché fedeli ai Savoia e per aver materialmente eseguito l’arresto di Mussolini, avviando quel processo che tra il 25 luglio e l’8 settembre aveva portato l’Italia a completare il «tradimento» nei confronti del Reich. In più, erano «colpevoli» di aver partecipato, dopo l’armistizio, alla battaglia per la difesa di Roma e alle Quattro giornate di Napoli.

Tutte queste vicende attraversano la biografia di Frignani, compreso il sacrificio di Salvo D’Acquisto, la deportazione di massa dei carabinieri di Roma del 7 ottobre 1943, l’organizzazione del Fronte clandestino dei carabinieri guidato dal generale Filippo Caruso, con un ritmo incalzante che documenta l’apporto dell’Arma alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo.

(Corriere della Sera, 19 marzo 2025)

L’Italia dei 335 martiri: le biografie di chi fu ucciso alle Fosse Ardeatine

di Aldo Cazzullo

«Che cosa sarà di noi? Questa è la tragica domanda che mi rivolgo». Così scrive dal carcere nazista di via Tasso in un biglietto clandestino alla moglie Giovanni Frignani, uno dei carabinieri che il 25 luglio 1943 avevano arrestato Mussolini. Dopo l’armistizio Frignani era entrato nella Resistenza, ma all’inizio del 1944 cadde nelle mani della Gestapo, fu più volte torturato e qualche giorno prima del suo quarantasettesimo compleanno, il 24 marzo 1944, ucciso alle Fosse Ardeatine.

In quella cava di pozzolana alle porte di Roma, all’inizio della fosca primavera del 1944, vengono uccise 335 persone. Una sequenza di colpi di pistola sparati alla testa, che fanno cadere le vittime sul cumulo dei cadaveri di coloro che le hanno precedute, nel buio umido e profondo di un anfratto di cui verrà fatto esplodere l’ingresso. È la più grande strage compiuta dai nazisti in un’area metropolitana, di cui tra qualche giorno ricorre l’ottantesimo anniversario. Ma nonostante la portata storica di quel tragico fatto, la vicenda personale di gran parte delle vittime si è persa nel tempo. Tre dei 335 martiri sono addirittura ancora ignoti. Molti altri sono poco più di un nome.

A riparare a questo vuoto ora è un libro bellissimo degli storici Mario Avagliano e Marco Palmieri, Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine, in uscita domani da Einaudi, con un sottotitolo significativo:Le storie delle vittime dell’eccidio simbolo della Resistenza . Un libro che si presenta come una sorta di Spoon River italiana che ricostruisce la biografia di tutte le vittime. Un risarcimento morale per questi italiani finora in larga parte sconosciuti (a parte qualche eccezione, come l’eroico colonnello Giuseppe Montezemolo, capo della Resistenza militare, la cui biografia era stata raccontata dallo stesso Avagliano). Gli autori hanno lavorato su lettere, diari, interviste ai parenti, documenti di archivio presso l’ufficio storico della polizia, il Casellario politico centrale, il Museo storico della Liberazione, l’Anfim, l’associazione dei familiari, gli incartamenti del processo Kappler e dei processi ai fascisti nel dopoguerra.

Dalle storie individuali emerge un microcosmo altamente rappresentativo della storia del tempo, dando uno spaccato dell’identità italiana dal punto di vista geografico (i martiri sono di 18 regioni, 6 nati all’estero e 9 stranieri), sociale (tutti i ceti, i livelli di istruzione e le condizioni economiche, lavorative e professionali), generazionale (dai 32 giovanissimi tra i 15 e i 21 anni fino ai 15 ultrasessantenni), religioso (cattolici, ebrei, evangelici e atei), militare (una quarantina di ufficiali di tutte le armi, veterani della Grande guerra e giovani volontari delle campagne più recenti). Ma soprattutto politico: le vittime sono rappresentative di tutte le anime che partecipano alla Resistenza. Si va dagli oppositori di vecchia data rimasti fedeli alle proprie idee durante il ventennio, come il professore azionista Pilo Albertelli, originario di Parma, il ferroviere socialista Armando Bussi o il comunista sardo Sisinnio Mocci, reduce delle Brigate Garibaldi in Spagna, a coloro che maturano la scelta solo dopo l’armistizio. L’avvocato Alberto Fantacone in una lettera alla moglie scrive: «Cerca di confortarti perché del resto sono dentro non per aver commesso qualche grave reato ma per aver aderito a qualche cosa che rappresenta un ideale a cui dovrebbero aderire tutti gl’italiani, degni di questo nome».

Una quota significativa delle vittime è costituita da militari che rifiutano di aderire alla Rsi, spesso in nome alla fedeltà alla monarchia, e scampano al destino da Internati militari. Il Fronte militare clandestino di Montezemolo conta almeno 42 vittime alle Fosse Ardeatine e ha un ruolo fondamentale nella Resistenza a Roma. E numerosi sono anche i membri delle forze dell’ordine, in particolare carabinieri e poliziotti, come il tenente colonnello dei carabinieri Manfredi Talamo, che durante la guerra aveva trafugato il Black Code, il codice segreto di trasmissione degli Alleati, e il poliziotto Maurizio Giglio, figlio di un funzionario dell’Ovra, che mette su un’efficientissima organizzazione di intelligence, Radio Vittoria, collaborando con i socialisti Giuliano Vassalli e Sandro Pertini. Numerosi sono anche i giovanissimi nati e cresciuti nella temperie culturale del regime alla quale si ribellano, come lo studente cattolico comunista Romualdo Chiesa e diversi giovani operai dei quartieri popolari di Roma, da Centocelle a Pigneto e Tor Pignattara. Di contro, ci sono anche fascisti che in precedenza avevano avuto ruoli importanti, tra cui un podestà arrestato per aver aiutato e nascosto soldati alleati e l’ex sottosegretario di Mussolini, Aldo Finzi, che aveva fondato una banda partigiana a Palestrina.

Lo spirito che li anima è sintetizzato da quanto si legge in un biglietto a matita ritrovato in tasca a una delle vittime, scelto da Avagliano e Palmieri come dedica del libro: «Sono Italiano e mi vanto di appartenere alla Nazione più bella del mondo, a questa bella Italia così martoriata! Se non dobbiamo più rivederci ricordate che avete avuto un figlio che ha dato sorridendo la sua vita per la Patria guardando in viso i carnefici!».

La particolarità della strage delle Fosse Ardeatine è che essa parla non solo della Resistenza ma anche della storia degli ebrei, prima perseguitati nell’Italia delle leggi razziali e poi braccati per essere portati a morire nei campi di sterminio (75 vittime, di cu 66 iscritti alla comunità ebraica di Roma e altri iscritti ad altre comunità o stranieri). Tra le varie storie, spicca quella della famiglia Di Consiglio. Il 21 marzo 1944, tre giorni prima dell’eccidio, le SS arrestano su delazione di un italiano quattordici componenti della famiglia Di Consiglio e quattro componenti della famiglia Di Castro. Sei maschi della famiglia Di Consiglio, tutti nati a Roma, più Angelo Di Castro, con loro imparentato, vengono uccisi alle Fosse Ardeatine, le donne e i bambini vengono deportati, via Fossoli, ad Auschwitz e nessuno di loro tornerà a casa.

Un punto d’osservazione sacrosanto, quello proposto da Avagliano e Palmieri, che ha anche il merito di riportare in piena luce le responsabilità della strage, che certamente sono dei nazisti, nel quadro del loro articolato e sanguinario sistema d’occupazione che in Italia costa la vita a più di 23 mila persone, tra cui molte donne e bambini, vittime inermi di atti violenti, stragi ed eccidi, ma coinvolgono direttamente anche i fascisti della Rsi. La Questura di Roma, come è noto, partecipa attivamente alla selezione delle vittime, contribuendo a raggiungere il numero stabilito ma, come evidenziano gli autori, la metà delle vittime è arrestata da italiani, autonomamente o in collaborazione con i tedeschi come basisti, infiltrati, spie o esecutori materiali del fermo, anche grazie a una estesa rete di delatori prezzolati, pronti a vendere ebrei e patrioti (rispettivamente 101 arrestati in autonomia e 69 insieme ai tedeschi). E le biografie ci raccontano anche il clima di terrore delle prigioni naziste e fasciste, le torture e le violenze subite dalle vittime, alle quali pure c’era chi reagiva con grande coraggio e ironia, come il generale Sabato Martelli Castaldi, di Cava de’ Tirreni, rinchiuso a via Tasso, che in un messaggio clandestino alla moglie rivela: «Penso la sera in cui mi dettero 24 nerbate sotto la pianta dei piedi, nonché varie scudisciate in parti molli, e cazzotti di vario genere. Io non ho dato loro la soddisfazione di un lamento, solo alla 24ª nerbata risposi con un pernacchione che fece restare i manigoldi come tre autentici fessi».

(Corriere della Sera, 18 marzo 2024)

 

In un libro le 335 'vite spezzate' delle Fosse Ardeatine

di Gabriele Le Moli

 

Militari, membri della resistenza, oppositori storici del fascismo. Esponenti politici di tutti i partiti dell'arco resistenziale. Uomini di tutte le età e fedi religiose, di tutte le provenienze geografiche e di tutti i ceti sociali e di ogni livello di istruzione: aristocratici, borghesi, alti ufficiali, ma anche e soprattutto tante persone comuni: macellai, impiegati, contadini, liberi professionisti. Sono le 335 vittime dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, di cui solo pochi giorni fa è stato celebrato l'80/o anniversario, e di cui per la prima volta, in maniera sistematica, vengono ricostruite e proposte le biografie complete. E' il merito dell'ultima fatica della coppia di storici Mario Avagliano e Marco Palmieri, che hanno pubblicato con Einaudi il volume "Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine. Le storie delle 335 vittime dell'eccidio simbolo della Resistenza".

La strage, compiuta dai nazisti il 24 marzo del 1944 sotto il comando del capo delle SS di Roma Herbert Kappler, come rappresaglia per l'attacco partigiano di via Rasella che era costato la vita a 33 militari tedeschi, è una delle pagine storiche più famose e presenti nell'immaginario collettivo del Paese. Per la prima volta Avagliano e Palmieri si sono assunti in maniera completa, esaustiva e metodica, il dovere di riportare alla memoria le vite e le storie di tutti i martiri dell'eccidio, dai più noti a coloro che per anni sono stati sepolti nell'oblio.

Il loro lavoro, condotto attraverso una minuziosa ricerca delle fonti, dai diari e lettere dei martiri, dei loro familiari o dei compagni di lotta, alle carte di polizia, le schede carcerarie, i documenti e relazioni dei partiti e dei movimenti di appartenenza, ma anche le schede utilizzate per il riconoscimento dei corpi, gli incartamenti del processo Kappler, le memorie postume e un costante contatto con le famiglie, fornisce così un ritratto complessivo di quello che lo storico Alessandro Portelli ha definito "un vero e proprio spaccato geografico, politico, sociale dell'identità nazionale italiana".

I tentativi di dare un volto e un nome ai martiri di quell'eccidio, in effetti, cominciarono fin da subito, grazie all'impegno di Attilio Ascarelli, il medico che per primo ebbe il compito di esumare ed identificare le salme e che lasciò un corposo fascicolo intitolato "Breve biografia dei 320, con 291 schede biografiche". Negli anni a seguire, però, questo primo volenteroso spunto di ricerca non ebbe il necessario seguito, disperdendosi in una variegata produzione storiografica, dedicata spesso ad approfondire solo singoli aspetti o singoli protagonisti di quel periodo storico.

Alcuni di essi, come il colonnello Giuseppe Montezemolo (capo del fronte militare clandestino e protagonista del colpo di stato del 25 luglio del 1943), hanno ricevuto il massimo risalto, e lo stesso Avagliano gli ha dedicato una monografica, così come al suo concittadino Sabato Martelli Castaldi. Nomi altrettanto noti sono quelli dei carabinieri Giovanni Frignani e Raffaele Aversa, che parteciparono all'arresto del Duce e furono fra le colonne della "banda Caruso". Approfondite schede biografiche erano presenti anche in un volume degli esordi dello stesso Avagliano, "Muoio innocente", dedicato alle lettere dei condannati a morte della resistenza romana.

Nel dopoguerra molti di essi hanno ricevuto i più disparati riconoscimenti: in ogni parte d'Italia ad alcuni di loro sono state intitolate strade, scuole, caserme e parchi. Presso i loro luoghi di nascita, di residenza o di lavoro sono state apposte targhe e pietre d'inciampo. Alcuni sono stati insigniti di medaglie (35 d'oro, 25 d'argento e 4 di bronzo al valor militare, più una medaglia d'oro e una d'argento al merito civile) o croci al merito. Altrettanto numerosi sono però i "senza nome", le persone comuni, accomunate con i più illustri personaggi dalla tragica fine per mano dei nazifascisti, ma sulle quali erano disponibili informazioni limitatissime o quasi nulle, e che ora trovano visibilità. 

(Ansa, 27 marzo 2024)

 

Fascismo, non è stato un gioco

di Diego Gabutti

Banalizzare (come si dice) il fascismo è stato sempre uno sport molto praticato in Italia. Mussolini «buonuomo», gli antifascisti «in villeggiatura» alle isole, i gerarchi in pantofole, la dittatura mite e generosa, la bonifica delle paludi, la Treccani, giusto un po' d'antisemitismo (ma indulgente, mica come a Berlino). Non si capiva, in fondo, perché gli oppositori del regime andassero esuli all'estero. Potevano restarsene tranquillamente anche qui, pacifici, indisturbati, persino un po' riveriti.

Coccolati da Primato, cari ai frondisti come Leo Longanesi e Indro Montanelli, e in fondo simpatici anche allo stesso Dux, gli antifascisti avrebbero potuto essere l'ala democratica (diciamo così) del regime se soltanto fossero stati meno cocciuti. Un po' come oggi, sotto la stella cometa del governo meloniano, quando il neofascismo («onore al Msi», commemora la seconda carica dello Stato) è stato trasformato dal voto popolare (il 26% del 55% dell'elettorato) nell'ala littoria della democrazia.

Per lo più il fascismo è caramellato e farcito d'uvetta da storici e memorialisti, che ridacchiano, beffeggianti ma ammirati, del Duce a cavallo che brandisce la Spada dell'Islam, del Duce aviatore e sciatore, del Duce che si molleggia con i pugni sui fianchi nella gabbia Non è bello né sano che oggi, dopo ottant'anni di racconto storico assolutorio e banalizzante, ci tocchi anche un governo banalizzatore che con il fascismo storico c'entrerà magari poco, anzi niente, ma che del neofascismo non è solo una parodia ma l'erede diretto, come Articolo 1 e Sinistra italiana del comunismo del leone, del Duce armato di falce e a torso nudo che partecipa alla battaglia del grano, del Duce giocatore di bocce.

Raccontato così, deriso e rimpianto insieme nei memoir dei giornalisti e dei diplomatici più compromessi, filtrato attraverso le mattane dei legionari fiumani, tutto tele futuriste e telefoni bianchi, il fascismo diventa uno scherzo e gli oppositori degli zucconi che non capiscono la barzelletta. Ci sono libri scanzonati sui rapporti al Duce dell'Ovra, la polizia politica. Si possono leggere libri leggeri e goliardici sulle imprese erotiche di Mascellone nella Sala del Mappamondo. Gli si accreditano opinioni antinaziste ((pando c'era tutt'al più dell'invidia per la bella presenza delle SS, alte e marziali, dalla divisa impeccabile, mentre a lui toccavano militi «brevilinei», sgualciti e pelandroni). Passa per libertario, addirittura per «auto-mormoratore», se non per antifascista occulto: l'idea generale è che il fascismo non sia colpa sua ma degl'italiani, «ingovernabili», «indisciplinati», eterni bambini. Straparlano così, da ottant'anni in qua, intere biblioteche.

Rare se non rarissime le eccezioni: tra i titoli recenti Il caso Mussolini (Neri Pozza 2022) di Maurizio Serra, la biografia di Giovanni Gentile (Il filosofo in camicia nera, Mondadori 2021) di Mimmo Franzinelli, il Mussolini capobanda (Mondadori, 2022) di Aldo Cazzullo e questo Il dissenso al fascismo di Mario Avagliano e Marco Palmieri, storici accurati delle zone in ombra dell'Italia nella prima metà del secolo. Mentre non c'è storia del fascismo, dei suoi Guf, delle sue disfatte militari, dei suoi slogan ridicoli, dei suoi ras, del suo Minculpop, delle sue Opere Balilla, dei suoi gerarchi, dei suoi architetti e trasvolatori, delle sue donne fertili, dei suoi squadristi in orbace o in doppiopetto che non abbia al centro qualche grand'uomo a pancia in dentro e petto in fuori, Avagliano e Palmieri in tutti i loro libri si sono invece sempre occupati di cose che contano e di persone vere.

Negli anni, hanno raccontato la storia delle leggi razziali e dell'antisemitismo fascista, dello sbarco alleato, dei soldati al fronte, della resistenza disarmata dei militari italiani internati nei lager tedeschi per non essersi arruolati nei ranghi di Salò, dei primi anni del secondo dopoguerra, della resistenza allo stalinismo nel 1948. Qui, con Il dissenso al fascismo, si occupano dei dissidenti — gli antifascisti che, tra la proclamazione della dittatura nel 1925 e la caduta del fascismo nel 1943, cercarono d'opporsi al regime e ne furono perseguitati. A fermarli non fu il «consenso» di cui godeva il fascismo, come raccontano gli storici compiacenti, ma il terrore scatenato dal regime contro l'opposizione in qualsiasi forma, dal partito liberale a quello socialcomunista, dai Testimoni di Geova ai boy-scout.

Tutt'altro che caramellosa, niente canditi, zero uvetta, la storia della repressione negli anni del fascismo è la storia d'un regime criminale, assassino, feroce. Non è vero che Hitler e Stalin fossero peggio di Mussolini soltanto perché fecero peggio di lui. Mussolini ha fatto quel che ha potuto coni mezzi e il materiale umano che aveva. Se solo ne avesse avuto i mezzi, il vantaggio e l'occasione, non avrebbe certo indietreggiato di fronte al genocidio, come infatti dimostrarono le leggi razziali del 1938 che gettarono in pasto ai cannibali migliaia d'ebrei. Qualunque cosa se ne legga nei libri così spiritosi di Leo Longanesi, nelle Storie d'Italia di Montanelli o nelle biografie di Filippo Tommaso Marinetti, di Giuseppe Bottai e di Berto Ricci, un antisemita rabbioso che Montanelli definiva «un anarchico» e «un idealista», il fascismo non fu affatto uno scherzo né un intermezzo piacevole: eravamo ragazzi, c'era l'avventura dell'impero, giovinezza, giovinezza.

A decine di migliaia d'italiani (molti dei quali lasciarono clandestinamente il paese poiché anche l'espatrio era diventato un reato, com'era reato raccontare barzellette sull'Uomo della Provvidenza o criticare per una qualsiasi ragione il regime) non era sembrato divertente farsi purgare e randellare dalla feccia della società nazionale. Decine di migliaia d'italiani finirono in galera, al confino, in manicomio, stipati nelle isole che la stampa internazionale descriveva realisticamente come «Siberia e Cayenna italiane». Ci furono centinaia di suicidi, la maggioranza dei quali soltanto tra virgolette: malnutriti, torturati con le tecniche più efferate, talvolta persino violentati (come raccontano Avagliano e Palmieri) dalle stesse guardie carcerarie, gl'internati antifascisti morivano come mosche, assassinati senza che i loro aguzzini fossero chiamati a risponderne.

Avagliano e Palmieri scavano in una vasta costellazione di piccole storie che finiscono male, malissimo, bene, mai benissimo. Storie d'avvocati, d'operai, di calzolai, d'ingegneri espulsi dall'ordine, di studenti e insegnanti, di sacerdoti, di donne e uomini che il fascismo ha imprigionato, torturato, oltraggiato, ucciso. «No, non è terrore, è appena rigore», spiegò Mussolini alla Camera il 26 maggio 1927. «Terrorismo? Nemmeno; è igiene sociale, profilassi nazionale, si levano dalla circolazione questi individui come un medico toglie dalla circolazione un infetto» Erano discorsi da teppista, i soli che gli si addicessero. Stalin e Hitler dicevano esattamente le stesse cose.

Come ci ricordano Avagliano e Palmieri, è di questo che si parla quando si parla di fascismo. Sul dissenso e la resistenza al fascismo è stata fondata la repubblica, che per quanto imperfetta è sempre meglio di qualunque regime. Non è bello né sano che oggi, dopo ottant'anni di racconto storico assolutorio e banalizzante, ci tocchi anche un governo banalizzatore che con il fascismo storico c'entrerà magari poco, anzi niente, ma che del neofascismo non è solo una parodia ma l'erede diretto, come Articolo 1 e Sinistra italiana del comunismo. C'era Mario Draghi a Palazzo Chigi e adesso guardateci. 

(Italia Oggi, 31 dicembre 2022)

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