In fuga dalla Shoah a bordo di un battello

di Mario Avagliano

Vi sono tante vicende della seconda guerra mondiale e della persecuzione degli ebrei ancora misconosciute o coperte dall’oblio, per i motivi più svariati, dalla reticenza dei protagonisti alla scomparsa o distruzione della documentazione. Una di queste è quella dei 520 ebrei (famiglie, adulti e giovani, compresi circa 30 bambini) appartenenti alla organizzazione sionista Betar, che il 18 maggio 1940 s’imbarcarono dal porto sul Danubio a Bratislava su uno scalcagnato battello fluviale a vapore, con le grandi ruote a mulino, denominato “Pentcho”, nella speranza di raggiungere la Palestina.
Molti dettagli inediti della storia dell’incredibile viaggio del “Pentcho” (descritta nel libro "Odyssey" di John Bierman) e del coraggioso salvataggio dei suoi passeggeri ad opera di una nave italiana e del suo comandante, il tenente napoletano Carlo Orlandi, sono stati ricostruiti di recente grazie allo straordinario collezionista Gianfranco Moscati, che già nel libro “Documenti e immagini dalla persecuzione alla Shoah” aveva proposto diversi documenti originali riferiti all'episodio, e alle ricerche appassionate di un docente di anatomia umana alla facoltà di medicina dell’Università di Perugia, Mario Rende, la cui famiglia è originaria di Tarsia, autore del saggio “Ferramonti di Tarsia. Voci da un campo di concentramento fascista”, edito tre anni fa da Mursia.

Rende si è recato in Israele, incontrando lo scorso 15 febbraio a Netanya i passeggeri e i discendenti del Pentcho presso il monumento che ricorda la nave e raccogliendo una straordinaria documentazione fotografica dei fatti fornita da uno dei sopravvissuti, Karl Schwarz, di cui proponiamo alcuni scatti in questo numero di Pagine Ebraiche.
La vicenda del Pentcho assomiglia per molti versi a quella delle tante carrette del mare cariche di immigrati che oggi dall’Africa tentano di raggiungere le coste italiane. Anche quel trasporto era “illegale”, come racconta l’ebreo tedesco Heinz Wisla, classe 1920, uno dei passeggeri della nave, in una memoria scritta conservata nel fondo Kalk del Cdec. E le analogie non si fermano qui: il battello era fatiscente, il viaggio aveva un costo (“in media circa 100 dollari USA a testa, che dovevano essere depositati in una banca svizzera”) e i passeggeri erano quasi del tutto privi di denaro e di mezzi di sussistenza.
Wisla ricorda così il momento della partenza: “Era uno spettacolo che faceva rizzare i capelli: su un vecchio rimorchiatore danubiano, che forse serviva una volta per il trasporto di bestiame o di grano e che per l'imminente viaggio avventuroso era provvisto di alcuni tavolati ed impalcature addizionali in legno, si pigiavano emigranti disperati dalla Slovacchia, dalla Boemia, dalla Germania, dall'Austria, dall'Ungheria, dalla Polonia, ecc. C'erano, tra di loro, circa 200 giovani idealisti e poi 200 persone adulte (coppie di sposi e persone sole) che non temevano privazioni di sorta, pur di poter rivedere i loro figli in Palestina. Si trovavano, inoltre, sulla nave, cento uomini già detenuti in vari campi di concentramento tedeschi e rilasciati alla condizione di abbandonare immediatamente la Germania”.
Il gruppo era comandato dal sionista Alexander Citron, che era riuscito ad ottenere un visto collettivo di espatrio per il Paraguay (come racconta lui stesso in un libro pubblicato in Israele). Tra i passeggeri vi era anche un ebreo ungherese, tale Imre Emerich Lichtenfeld, noto come Imi, che poi è passato alla storia come fondatore del metodo di combattimento e autodifesa krav maga. Un altro passeggero, invece, Schachun Wald, ebreo polacco, finirà invece assassinato assieme al figlio Paul dalle SS alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944.
Per quattro mesi e mezzo il battello scivolò, “dondolandosi” (parole di Wisla), lungo le acque del Danubio senza che nessuna delle nazioni attraversate (Jugoslavia, Bulgaria e Romania) consentisse ai rifugiati di approdare. Come testimonia Wisla, nessun paese voleva dare loro cibo, acqua e il prezioso olio combustibile necessario alla navigazione. Gli unici aiuti arrivarono dalle comunità ebraiche locali.
Un altro passeggero, Hans Goldberger, ha raccontato che potevano vedere i ristoranti sulle rive ed ascoltare la musica proveniente dai caffè mentre morivano di fame e che dipinsero sulla nave la parola “FAME” in tre lingue, ma nessuno portò loro del cibo (la storia di Hans è descritta nel libro di Ruth Gruber, Haven. The dramatic story of 1000 World War II refugees and how they came to America (Three River Press, New York 2000).
A settembre il Pentcho raggiunse finalmente il mar Nero, passando il Bosforo e raggiungendo Istanbul. Anche i turchi, però, non ebbero pietà dei passeggeri e ordinarono alla nave di proseguire il suo viaggio, nonostante che la sua riserva d'acqua potabile e la sua scorta di viveri stessero per terminare. Nei due giorni successivi, allorquando il "Pentcho" attraverso il Mar di Marmara e i Dardanelli raggiunse il Mar Egeo, “la fame e la sete erano già all'ordine del giorno”, racconta Wisla. Si pensò di puntare verso la Grecia, dove la comunità israelitica locale offerse in dono il giorno 4 ottobre 1940 viveri ed acqua ed anche un po' di olio combustibile, per riprendere il viaggio.
“Dopo tre giorni di navigazione – prosegue il racconto di Wisla - eravamo di nuovo in alto mare e potevamo intravedere sull'orizzonte alcuni piccoli isolotti, all'improvviso il mare si fece burrascoso e ciò determinò il destino della nave. Nei giorni 6, 7, 8, 9 ottobre, dopo un breve viaggio nel mare in tempesta con onde alte come una montagna che sballottolavano la nave come un giocattolo nelle insenature dei vari isolotti greci. Ed era, verso il mezzogiorno del 9 ottobre, allorquando il forte vento si era un po' calmato e la nave poteva di nuovo seguire la rotta sud-est stabilita in principio, avvenne la disgrazia: un guasto al motore ha impedito al "Pentcho" qualsiasi manovra. Si pensò allora di ricorrere alle vele, ottenute con la trasformazione di alcune lenzuola, ma la tempesta diventò sempre più forte. Poiché in lontananza si intravvedevano alcuni isolotti, si puntava verso questi. Il vento, però, diventò sempre più violento e poco dopo la mezzanotte del 10 ottobre il "Pentcho" urtò contro gli scogli dell'isolotto completamente disabitato Kamilonisi (50 Km a nord di Creta e circa 80 Km ad occidente del Dodecaneso italiano) e si fracassò. Per fortuna si è riusciti a gettare sull'isolotto alcune travi e scale, sicché abbiamo potuto, senza badare allo spumeggiare di grosse onde, passare dalla nave ormai fracassata all'isolotto, arrampicandoci sugli scogli e prendendo terra, ormai completamente esauriti”.
L’isolotto era privo di vegetazione e i naufraghi del Pentcho “soffrivano la fame ed erano in preda ad una mortale disperazione” (Wisla). Gli inglesi li avvistarono, ma non andarono in loro soccorso, perché la zona era minata. Per fortuna la loro presenza fu rilevata anche dall’aviazione italiana. Coraggiosamente la nave militare italiana “Camogli” (che era molto più distante dall’isola rispetto agli inglesi), comandata dal tenente Carlo Orlandi, attraversò indenne la zona minata, raggiungendo gli emigrati ebrei.
Nella sua memoria scritta Wisla conferma: “Finalmente è arrivata la salvezza: il giorno 20 ottobre era verso mezzogiorno, alcuni avieri italiani - era già in corso la guerra tra la Grecia e l'Italia - avvistarono il movimento e le segnalazioni di fumo sull'isola. Nella stessa serata accorse una nave italiana ed imbarcò tutti quanti i naufraghi. Dopo un viaggio tempestoso sbarcammo, il 23 ottobre 1940 sull'isola di Rodi nel Dodecaneso italiano dell'Egeo. In un primo tempo fummo internati in un campo di tende, ma successivamente - 24 dicembre 1940 - fummo trasferiti nei locali della caserma San Giovanni”.
A Rodi gli ebrei furono internati fino agli inizi del 1942. Uno di loro, Wisla, l’autore del memoriale conservato al Cdec, riuscì ad ottenere ad ottenere un visto per il Portogallo e a lasciare l’isola greca. Passò da Roma, dove fu ricevuto da Pio XII, al quale riferì la storia dei naufraghi del Pentcho rimasti a Rodi. Il papa si interessò della vicenda e grazie alla sua intercessione una nave della Croce Rossa prelevò i naufraghi e in due riprese (febbraio e marzo 1942) li trasportò in Italia. Un intervento provvidenziale, visto che le autorità italiane avevano chiesto ai nazisti di prendersi carico dell'intero gruppo per trasferirli in Germania. Gli ebrei furono destinati al campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia, in provincia di Cosenza, dove nel settembre 1943 furono liberati dagli alleati, sfuggendo così alla deportazione. I loro correligionari presenti a Rodi, invece, dopo l’occupazione tedesca dell’isola furono catturati, trasportati ad Atene e quindi deportati ad Auschwitz, da dove tornarono solo in 150 su un totale di 1800.
Nelle commemorazioni successive, i sopravvissuti del Pentcho riconobbero il comportamento generoso degli italiani nei loro confronti: “…hanno fatto tutto per soccorrerci nella nostra sventurata situazione. Se noi abbiamo conservato in quei anni la fede nell’umanità, lo dobbiamo al popolo italiano” (stralcio del discorso di Iehoshua Halevi al congresso degli ebrei ex internati a Ferramonti Tarsia e dei naufraghi del battello “Pentcho” tenutosi a Tel Aviv nel 1971, Fondo Kalk).
Fu diversa la sorte del tenente napoletano Carlo Orlandi (1888-1970), che all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre del 1943, fu catturato dai tedeschi e destinato come internato militare in uno Stammlager, come testimoniano i documenti e le fotografie raccolte da Gianfranco Moscati. Non vi sono prove dirette di una misura punitiva collegata al suo gesto di salvataggio degli ebrei. Fatto sta che Orlandi anche in questa situazione, dimostrando ancora una volta il suo coraggio, rifiutò di aderire al costituendo esercito della Repubblica Sociale di Mussolini e per questo fu trattenuto nel Reich fino al termine della guerra, subendo come gli altri IMI un trattamento ben peggiore dei prigionieri di guerra delle altre nazioni. Un eroe dimenticato che, come sostiene il professor Rende, meriterebbe di essere riconosciuto “Giusto fra le Nazioni”.

(Pagine Ebraiche, n. 4, 1° aprile 2013, pp. 30-31)

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Storie - La strada a Salerno intitolata a Sabato Visco primo firmatario dell'infame Manifesto della razza

di Mario Avagliano

“Cancellare le tracce” s’intitola un libro di Pierluigi Battista edito nel 2007 da Rizzoli. E in effetti alcuni dei protagonisti del razzismo e dell’antisemitismo di marca fascista hanno così bene celato o corretto il loro passato, che dopo la loro scomparsa sono stati celebrati con tutti gli onori dai loro territori di origine o dalle università o accademie in cui avevano operato.

È il caso di Sabato Visco, nato a Torchiara, in provincia di Salerno, il 9 aprile 1888 e morto a Roma il 1° maggio 1971, che non fu solo un illustre fisiologo e nutrizionista (direttore dell’Istituto di fisiologia generale dell’Università di Roma e dell'Istituto nazionale di biologia del Cnr) ma anche uno dei dieci scienziati firmatari del documento “Il Fascismo e i problemi della Razza”, pubblicato il 14 luglio 1938, conosciuto anche come “Manifesto della Razza”, e uno dei principali teorici della corrente nazional-spiritualistica del razzismo fascista.
Dal marzo 2006 una strada di Salerno è a lui intitolata, nel quartiere di Pastena, nella zona orientale della città, tra via San Leonardo e via Gandhi, per decisione dell’allora giunta municipale di centrosinistra guidata dal sindaco Mario De Biase, con tanto di avallo della Soprintendenza Baaas, della Società di Storia Patria e, ovviamente, della commissione toponomastica.
Visco fu una figura di primo piano dell’antisemitismo fascista: fu capo dell'Ufficio per gli studi e la propaganda sulla razza del Minculpop e membro del Consiglio superiore della demografia e della razza e girò in lungo e in largo l’Italia per diffondere il verbo razzista. In un intervento alla Camera, nella primavera del 1939, dichiarò che l'università italiana perdeva i docenti ebrei «con la più serena indifferenza», e che anzi ne guadagnava in «unità spirituale».
Dopo la liberazione, fu solo sfiorato dal processo di epurazione ed ebbe la faccia tosta di sostenere che si era opposto al Manifesto. Peraltro nel 1946 in difesa di Visco si mobilitarono ventidue docenti in tutta Italia, firmando un appello al ministero della Pubblica istruzione per la sua riassunzione. Non avevano fatto altrettanto nell’autunno del 1938, in favore dei colleghi ebrei espulsi dalle università.
Nel 2006 l’intitolazione della strada al “barone di razza” Sabato Visco passò sotto silenzio, senza proteste da parte di nessuno. Fino a quando, qualche giorno fa, un lettore del “Corriere del Mezzogiorno” non ha scritto al quotidiano, denunciando il fatto. E’ subito scoppiata la polemica. Nico Pirozzi e Lucia Valenzi della Fondazione Valenzi hanno immediatamente scritto all'amministrazione comunale: "Appare davvero singolare che, tra tanti nomi, che hanno reso lustro alla città di Salerno, si scelga proprio quello di un uomo moralmente responsabile della morte di migliaia di ebrei italiani, di cui almeno quaranta campani. Quel nome è un insulto alla memoria degli ebrei e di quanti hanno sofferto a causa delle leggi razziali".
È partita anche una petizione popolare on line per intitolare la strada non allo scienziato razzista ma al vigile del fuoco salernitano Marco Matteucci, morto durante le operazioni di salvataggio dell’alluvione di Sarno del 1998.
Il nostro auspicio è che l’attuale amministrazione comunale di Salerno, guidata da Vincenzo De Luca, provveda subito a cambiare il nome della strada, con pubbliche scuse. Magari organizzando in occasione del 75° delle leggi razziali (a novembre prossimo) un grande convegno, con la partecipazione delle scuole salernitane, per far conoscere chi era davvero Sabato Visco. E come è riuscito a “cancellare le tracce”.

(L'Unione Informa, 16 aprile 2013)

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Storie - La guerra di Claudio, il finanziere buono

di Mario Avagliano

Nel pieno della bufera razzista e della caccia agli ebrei, in Italia vi furono funzionari delle forze dell’ordine che con dignità, altruismo e coraggio si opposero al disegno nazifascista. Una figura poco conosciuta è quella del finanziere Claudio Sacchelli, al quale di recente il Museo Storico della Guardia di Finanza ha dedicato una monografia, “La guerra di Claudio”, a cura di Luciano Luciani e Gerardo Severino.

Sacchetti, dopo l’8 settembre del 1943, trovandosi di stanza a Villa di Tirano, in Valtellina, in territorio di frontiera, aderì alla brigata partigiana locale “Gufi” e collaborò con l’organizzazione clandestina di assistenza agli ebrei messa su da Armida Morelli e Arturo Borserini, aiutando diversi perseguitati politici e molti profughi ebrei, quasi tutti provenienti da Balcani e internati tra il 1941 e il 1943 ad Aprica, ad espatriare nella vicina Svizzera, per sfuggire alla cattura da parte delle SS e della polizia fascista. Il finanziere inoltre ospitò e nascose a casa sua due anziani coniugi israeliti, facendoli passare per i genitori della moglie.
La sua attività “antitedesca e antifascista” purtroppo fu scoperta, forse su delazione anonima, e il 7 aprile 1944 Claudio Sacchetti fu arrestato dalle autorità tedesche e rinchiuso in carcere. Quindi fu deportato nel campo di concentramento di Fossoli, il 21 luglio trasferito a Bolzano, nel blocco D, destinato ai deportati politici con il triangolo rosso, e infine il 5 agosto destinato al lager di Mauthausen, dove morì il 1° maggio 1945, pochi giorni prima della liberazione.
A Claudio Sacchetti è stata concessa l’anno scorso la medaglia d’oro al merito civile alla memoria dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Un partigiano da ricordare, alla vigilia del 25 aprile.

(L'Unione Informa, 23 aprile 2013)

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Quel 'segreto brutto' di Primo Levi

di Mario Avagliano

Ada Gobetti, moglie di Piero e autrice di quel Diario partigiano che narra le pulsioni, le contraddizioni e la complessità del movimento di liberazione, aveva ammonito gli storici a rappresentare la Resistenza senza «impacchettarla con un bel cartellino per mandarla al museo». E aggiungeva: «Se sapremo analizzare spregiudicatamente quel periodo con i suoi contrasti, i suoi limiti, i suoi errori, daremo ai giovani la possibilità di una scelta».
Preoccupazioni fondate. Nel dopoguerra l’epopea resistenziale è stata rappresentata con un’aurea di romanticismo e qualche eccesso di retorica. Almeno fino al 1991, anno di uscita di Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza (Bollati Boringhieri) di Claudio Pavone. Da allora la storiografia ha fatto passi da gigante nella direzione di un’analisi più veritiera di quel periodo, che ne esaltasse il carattere patriottico ma indagasse anche sui limiti, le divisioni e le violenze del movimento (vedi l’eccidio di Porzus, in cui persero la vita tra gli altri Francesco De Gregori, zio del cantautore, e Guido Pasolini, fratello del poeta) e sulle vendette del dopoguerra. Cosa che la letteratura aveva già fatto da tempo, con i romanzi di Italo Calvino, Carlo Cassola e Beppe Fenoglio.
Ora, alla vigilia del 25 aprile, giunge in libreria un nuovo saggio, Partigia. Una storia della Resistenza, di Sergio Luzzatto (Mondadori), lanciato da una lunga e documentata recensione di Paolo Mieli sul Corriere della Sera, che si occupa della breve stagione partigiana di Primo Levi, l’autore di Se questo è un uomo, sulle montagne di Amay, in Valle d’Aosta, tra l’ottobre 1943 e il febbraio 1944, e che ancora prima dell’uscita ha già infiammato il dibattito tra intellettuali e storici, suscitando aspre polemiche.

Partigia è il termine gergale con cui in Piemonte venivano chiamati i combattenti antifascisti e Luzzatto racconta l’apprendistato da ribelle del giovane dottore in chimica torinese che, giunto lì da “sfollato”, si unisce ad una banda composta da comunisti e anarchici, fino alla cattura assieme a Luciana Nissim e Vanda Maestro, ebree come lui, al trasferimento a Fossoli e al viaggio verso Auschwitz.
L’episodio centrale che viene scandagliato da Luzzatto è la fucilazione da parte della banda di partigiani di Levi, all’alba del 9 dicembre 1943, su un campo innevato del Col de Joux, sopra Saint-Vincent, di due giovanissimi elementi della stessa formazione, Fulvio Oppezzo di Cerrina Monferrato e Luciano Zabaldano di Torino, di 18 e 17 anni, per l’accusa di furto. Un’esecuzione a freddo, senza un processo istruttorio. I due nel dopoguerra verranno fatti passare per vittime dei fascisti e diventeranno martiri della Resistenza.
La storia non è inedita ed era stata già ricostruita da Frediano Sessi in Il lungo viaggio di Primo Levi (Marsilio), uscito in libreria lo scorso gennaio e, prima ancora, nel 2008, dal ricercatore piemontese Roberto Gremmo sulla rivista Storia ribelle.
«La necessità in cui i partigiani si trovarono durante la Resistenza di sopprimere uomini entro le loro stesse file, per le ragioni più diverse e variamente gravi – spiega Luzzatto -, ha rappresentato a lungo un tabù della storiografia».
Lo stesso Levi si vergognava di quell’episodio. In un passaggio di un suo libro, Sistema periodico, uscito nel 1975, nel capitolo Oro, aveva accennato alla fucilazione e l’aveva definita «un segreto brutto» che aveva spento in lui e nei suoi amici «ogni volontà di resistere, anzi di vivere». Ma in una sorta di autocensura, non aveva citato i nomi e le circostanze di quanto accaduto.
Luzzatto non è nuovo a operazioni di smitizzazione di personaggi simbolo della storia italiana. Lo aveva già fatto con un saggio dissacrante sulla figura di Padre Pio. Non c’è da scandalizzarsi. È giusto inquadrare anche un protagonista della cultura italiana e mondiale come Primo Levi nella sua umanità e nelle sue debolezze, testimoniate dalla tragica fine per suicidio nel 1987. Peraltro il senso di colpa e lo smarrimento che emergono dalla sue parole e dal suo comportamento non offuscano la sua figura che, come osserva Ernesto Ferrero, «anche da questo episodio esce più grande che mai».
Tuttavia a molti, come ad esempio Marco Revelli, figlio del partigiano Nuto, e autore dell'Einaudi al pari di Luzzatto, non è piaciuto «l’uso scandalistico» di questa vicenda storica. Gad Lerner su la Repubblica si è detto turbato, difendendo Primo Levi e definendolo un Maestro. Guido Vitale, direttore di Pagine Ebraiche, ha anticipato che il periodico dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane dedicherà gran parte del prossimo numero di maggio all’affaire Levi, con un saggio di Alberto Cavaglion in cui si criticano «senza mezzi termini i grandi rischi che le operazioni a effetto possono comportare, confondendo in definitiva le acque sulla figura di Levi e sul ruolo della Resistenza».
Anche lo storico Giovanni De Luna, sempre sulle colonne di la Repubblica, ha espresso un giudizio severo: «Non accetto nel revisionismo questa continua enfasi sulla rottura della cosiddetta "vulgata resistenziale", sulle scoperte di "verità tenute nascoste". Sono argomenti privi di fondamento. Tutto ciò era emerso da tempo».
Sul fronte opposto, quotidiani come Libero e Il Giornale hanno applaudito alla «svolta» di Luzzatto, citando anche le pagine del suo libro dedicate al clima di violenze e di vendette dell’immediato dopoguerra a Casale Monferrato, e lodando la sorta di «mano tesa» a Giampaolo Pansa e alle sue tesi, soprattutto dopo le critiche feroci che lo stesso Luzzatto gli aveva rivolto negli anni scorsi.
Non c’è dubbio che la ricerca storica debba essere libera e senza censure, raccontando anche gli episodi imbarazzanti o scabrosi della Resistenza. A settant’anni dai fatti (proprio quest’anno ricorre l’anniversario), gioverebbe però ricordare i valori di fondo della guerra di liberazione e la lezione di Italo Calvino nel romanzo Il Sentiero dei Nidi di Ragno: «Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c'erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l'Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c'era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, ché di queste non ce ne sono».

(Il Messaggero, 28 aprile 2013)

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Storie – Papa Francesco pronto ad aprire gli archivi vaticani su Pio XII?

di Mario Avagliano

Papa Francesco sarebbe pronto ad aprire gli archivi del Vaticano relativi al pontificato di Pio XII durante la seconda guerra mondiale, cioè per il periodo che va dal 1939 al 1945, mettendo la documentazione a disposizione degli studiosi. Lo ha affermato il rabbino Abraham Skorka, rettore del seminario rabbinico Latino-americano in Argentina e grande amico di Jorge Mario Bergoglio, in un’intervista alla rivista inglese The Tablet (ripresa dal quotidiano The Telegraph). «È una questione terribilmente delicata, ma lui dice che deve essere indagata a fondo», ha detto Skorka, aggiungendo: «Non ho alcun dubbio che egli si muoverà per aprire gli archivi».
Le dichiarazioni di Skorka, rilanciate in Italia dal giornalista Francesco Peloso della rivista on line Linkiesta, sono importanti, anche perché il rabbino è autore insieme all’ex arcivescovo di Buenos Aires di un libro intervista, intitolato “Il cielo e la terra”, nel quale si tocca anche il tema della Shoah e delle responsabilità della Chiesa. In queste pagine, a Skorka che solleva interrogativi sull’operato di Pio XII, Bergoglio risponde difendendo il papa ma anche concordando con il rabbino sulla necessità di aprire gli archivi sulla seconda guerra mondiale: «Quello che lei dice sugli archivi della Shoah mi sembra giustissimo. È giusto che si aprano e si chiarisca tutto. Che si scopra se si sarebbe potuto fare qualcosa e fino a che punto. E se abbiamo sbagliato in qualcosa dovremmo dire: “Abbiamo sbagliato in questo”. Non dobbiamo avere paura di farlo. L’obiettivo deve essere la verità».

(L'Unione Informa, 30 aprile 2013)

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Album di famiglia con nazi-genitori

di Mario Avagliano

Che cosa hanno in comune il fine intellettuale Günter Grass, premio Nobel della letteratura, e l’ispettore di polizia Derrick, alias Horst Tappert, l’attore che lo ha interpretato nelle celebre serie tv andata in onda dal 1974 al 1998? Entrambi avevano un passato nazista. E anche l’alter ego dell’ispettore, al pari di Grass, a venti anni fece parte delle SS, come ha riportato qualche giorno fa il Frankfurter Allgemeine Zeitung.

La notizia non deve aver sorpreso più di tanto i tedeschi, giunta com’è a cavallo dell’inaspettato successo della fiction Unsere Mütter, unsere Väter, ovvero Le nostre madri, i nostri padri, trasmessa sullo Zdf, il secondo canale tv tedesco, che secondo il settimanale Der Spiegel, grazie ad una martellante pubblicità, è già stata vista da più di 20 milioni di telespettatori.
Tre puntate dirette dal giovane regista Philipp Kadelbach, per un totale di 270 minuti, che hanno scosso il pubblico e provocato i commenti di critici cinematografici e di storici, provando a raccontare il passato scomodo e la complicità ai crimini del nazismo da parte dei tanti mamma e papà dei tedeschi di oggi. Sulla scia della serie tv, il popolare giornale berlinese Bz ha pubblicato tre pagine di confessioni di cento cittadini della capitale sotto il titolo “Cosa hai fatto tu”, illustrato da un elmetto con la svastica nazista.
Nel dopoguerra il processo di Norimberga condannò a morte i capi del nazismo, attribuendo le responsabilità essenzialmente ad Adolf Hitler e ai gerarchi del partito e delle SS. E così a lungo la storiografia tedesca ha ignorato le colpe della popolazione e perfino della Wehrmacht, l'esercito.
La correzione di rotta degli storici, che nell’ultimo ventennio hanno approfondito con studi, convegni e mostre il rapporto morboso che legò i tedeschi al nazismo, ora approda anche in tv. Il successo di pubblico della serie televisiva è nell’aver saputo confezionare, con i cliché di una normale fiction, un prodotto che mischia eventi storici reali e vicende private romanzate, narrando gli eccidi di civili compiuti dalla Wehrmacht sul fronte orientale e la complicità dei normali cittadini allo sterminio degli ebrei.
La fiction segue le vicende di cinque giovani berlinesi, tre ragazzi e due ragazze, che si trovano di fronte alle barbarie dei loro connazionali nazisti. Il messaggio di fondo è che le colpe non riguardarono solo i governanti di allora. I cattivi non furono sempre dei mostri riconoscibili, ma in moltissimi casi erano cittadini comuni, come aveva già scritto Hanna Arendt nel suo libro La banalità del male. Così nel film la bella e seducente infermiera, che all’apparenza sembra simpatica e dolce, non esita a denunciare la sua dottoressa perché ebrea, causandone la deportazione ad Auschwitz.
La serie televisiva ha anche provocato una polemica internazionale. I partigiani polacchi, infatti, vi vengono infatti dipinti come antisemiti, permettendo ad esempio che un treno proceda verso i campi di concentramento, nonostante intuiscano la presenza di ebrei sui vagoni. Alcune associazioni polacche hanno rivolto un appello al ministro degli Esteri Radoslaw Sikorski, chiedendo di adottare misure decise contro la diffusione di questa "serie televisiva diffamatoria". E il settimanale Uwazam Rze, in segno di protesta, ha sbattuto in copertina un fotomontaggio irriverente della cancelliera Angela Merkel vestita col pigiama a righe dei deportati nei lager e con il filo spinato sullo sfondo, titolando: "Falsificazione della storia: come i tedeschi si sono resi vittime della seconda guerra mondiale”.
Le polemiche hanno indotto l'ambasciatore polacco in Germania, Jerzy Marganski, a scrivere una lettera alla Zdf in cui spiega che "l'immagine della Polonia e della resistenza polacca agli occupanti tedeschi, così come raccontata dalla serie, è stata percepita dai cittadini polacchi come ingiusta e offensiva" e lamentando l’omissione di qualsiasi riferimento alla rivolta di Varsavia del 1944, in cui duecentomila civili polacchi persero la vita, di cui molti prestarono aiuto agli ebrei.
In Italia, Einaudi propone proprio ora il libro dello storico tedesco Götz Aly Perché i tedeschi? Perché gli ebrei? (pp. 284, euro 32), in cui tira in ballo il passato nazista di suo padre Ernst e dei suoi nonni e zii, spiegando attraverso le proprie vicende familiari come i tedeschi hanno sostenuto fino all’ultimo Hitler ed erano partecipi della Shoah. Da parte sua il settimanale inglese The Economist, in un articolo intitolato “Bentornati al Terzo Reich”, si interroga sullo strano fenomeno della ricomparsa sulla tv tedesca di veterani della seconda guerra mondiale che, dopo il successo di Le nostre madri, i nostri padri, sono invitati sempre più spesso nei talk show per raccontare il loro disagio e come fossero stati “costretti” a uccidere ebrei.

(Il Mattino, 3 maggio 2013)

Storie – Poesia e lager: sulla strada per Leobschütz

di Mario Avagliano

Può la poesia raccontare l'orrore dei lager? Theodor W. Adorno aborriva l’estetizzazione della Shoah e sentenziò: “Dopo Auschwitz scrivere ancora dei poemi è barbaro”. Primo Levi, in una lettera del 1979 confidò a Giancarlo Borri: “a dispetto di Adorno, non solo si possono ancora fare poesie dopo Auschwitz, ma su Auschwitz stesso si possono, e forse si debbono, fare poesie...”.

E infatti in Europa nel dopoguerra ci hanno provato in molti, con versi dolenti e delicati, potenti e disperati: non solo gli italiani Primo Levi, Umberto Saba e Vittorio Sereni, ma anche tanti altri, come Rose Ausländer, Paul Celan, Jean Cayrol, Charlotte Delbo, Robert Desnos, Max Jacob, Jadwiga Leszczynska, Nelly Sachs, Jorge Semprun, Adam Zich. A questo tema è stato dedicato qualche anno fa, nel 2007, un saggio curato da Alberto Cavaglion, intitolato Dal buio del sottosuolo. Poesia e Lager, edito dall’Istituto piemontese per la storia della Resistenza.
Ora giunge in libreria una nuova intensa opera di poesie sui campi di sterminio: Sulla strada per Leobschütz (La Vita Felice, pp. 60), di Daniele Santoro, poeta di origini salernitane, docente e critico letterario a Roma.
“Santoro si è documentato per scrivere, e riporta i testi a cui si è rifatto […] Documentarsi per scrivere versi? Certo, questa è la sfida, la novità, la risposta etica all’insensatezza di tanto egocentrico e fatuo verseggiare di oggi”, scrive Giuseppe Conte nella prefazione. E infatti il pathos ci afferra fin dalla prima pagina, e con Santoro entriamo anche noi dentro al lager e alle sue regole. “Regola prima. Me lo porti al muro / ovviamente già nudo. La divisa / la sistemi da parte col berretto / (servirà per i prossimi arrivati). / Regola due. Lo tieni per l’orecchio / se per il braccio è inutile, se fa resistenza / insomma che non s’agiti, se sbaglio mira / poco mi importa, non faccio differenza”.
Con lui viviamo l’assurdità della condizione di deportato. “voi non sapete un uomo che significhi / sfinito, sfilare nudo a passo militare / il piede congelato nel suo zoccolo di legno”. Il dramma della conta. “sta per cadere, guardalo, barcolla / gli occhi gli si strabuzzano di brutto / il teschio gli si piega a manico di ombrello / crollerà, è inutile, non puoi farci niente”. Lo spettacolo del fuggitivo impiccato. “ancora resta lì, ancora non lo scendono tra noi / non sventola nemmeno più il suo orrore, è immobile / talmente è fatto ghiaccio, è un indice negli occhi / un chiodo, un ago dalla cruna spalancata, un grido”. L’incubo delle selezioni. “sanno oramai il destino che li aspetta / infatti a malincuore lasciano la fila / tremano messi in disparte guardano / noi che facciamo un passo avanti a / chiudere la riga”. E poi le marce, i roghi, i campi della morte.
La raccolta di Santoro comprende circa quaranta poesie che fotografano in bianco e nero il buio della storia dei lager, con versi luminosi ma acuminati, veementi ma maleodoranti, lasciando poco spazio alla speranza (“a liberarci dall’angoscia è giusto una misura di stupore, / una bellezza che dia senso, amico, come quella sera / che puntavamo al cielo gli occhi e ci sorprese / il pieno delle stelle immenso il firmamento”) e travolgendo con la carnalità delle immagini e il cupo senso di oppressione dell’universo concentrazionario.
“Alla fine - come scrive Conte - il lettore apprezzerà l’energia di questo libro. Una energia etica che ribalta il male mentre lo inscena, e ne mostra l’intollerabile, banale disumanità. Esco da questo libro grondante orrore con una percezione vitale più forte. Non è questo il miracolo costante, catartico della poesia?”

(L'Unione Informa, 7 maggio 2013)

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Storie – Umberto Saba e il sogno di Hitler

di Mario Avagliano

"A quelli che credono ancora che Adolfo Hitler… abbia almeno amata la Germania, racconto qui qual è stato veramente il suo Sogno. Ridurre la Germania un mucchio di macerie; e, fra nuvole di gas asfissianti, rimproverando ai tedeschi di averlo – per colpa degli ebrei – tradito, salire EGLI al cielo, in una specie di apoteosi, circondato dal fiore delle più giovani e fedeli S.S. Questo sogno egli lo ha sognato così profondamente … che si può dire che egli abbia vinta – almeno in parte – la SUA guerra”. Così scriveva Umberto Saba in Scorciatoie e Raccontini, pubblicato nel 1946.

Non molti sanno che il grande poeta triestino fu uno dei primi intellettuali europei ad interrogarsi sul nazismo e la Shoah. Impagabile il ritratto di Hitler “eseguito nel 1933” e proposto in questa stessa opera: “Con quei baffetti sotto il naso, e quella smorfia facciale, come fiutasse sempre… un cattivo odore”.
“Accanto alla metafisica post-Auschwitz di Primo Levi - come ha osservato acutamente Ettore Janulardo, in un saggio apparso sulla rivista Studi e ricerche di storia contemporanea - si situa la prosa lirica post-Majdaneck di Umberto Saba”.
Majdaneck era un piccolo campo di concentramento tedesco, sito a Lublino, in Polonia: il primo scoperto dagli Alleati. Il 22 luglio 1944 vi giunsero le prime pattuglie russe, trovandovi qualche migliaio di sopravvissuti. Mauthausen, Dachau, Buchenwald, Auschwitz erano allora sconosciuti. Costituito nel 1941, vi transitarono circa 300 mila deportati, di cui il 40 per cento ebrei di varie nazionalità. Campo di concentramento e di sterminio, fu un sito di morte con ogni mezzo: gas, armi da fuoco, impiccagioni. Vi morirono circa 80 mila persone.
Majdaneck è per Saba il simbolo della vicenda concentrazionaria, l’inizio della conoscenza da parte dell’umanità degli orrori del nazismo (quello che è ora Auschwitz). Egli in Scorciatoie e Raccontini si confronta con l’annullamento della persona al tempo dei lager: “Dopo Napoleone ogni uomo è un po’ di più, per il solo fatto che Napoleone è esistito. Dopo Majdaneck…”
Quanto alla vicenda italiana, Saba è più indulgente del suo amico Giacomo Debenedetti, come ha rilevato di recente Alberto Cavaglion sulla rivista storiAmestre. Il poeta triestino scrive che “Gli ebrei italiani non potevano fare all’Italia (in quanto ebrei) né bene né male. Mediterranei come la maggioranza, viventi in Italia da secoli o da millenni; c’è – con qualche eccezione – meno diversità fra un italiano ebreo e un italiano non ebreo, che non, p. es., fra un bresciano e un calabrese”.
A differenza di Debenedetti, Saba sostiene che in Italia non vi era stato bisogno di difendersi dall’antisemitismo: “non c’è mai stato in Italia – tolti gli anni dell’agonia del fascismo – un bisogno di difendersi da queste cose”. Una visione generosa dei fatti. Pesa in questo, probabilmente, la sua esperienza personale di discriminato, grazie al risolutivo intervento dello stesso Benito Mussolini. Per questo motivo, il giudizio sul duce, pur restando negativo, è più conciliante: per Saba infatti Mussolini non fu antisemita o sanguinario ma “carcerario”.
Si tratta di testi scritti, come Saba stesso annota, “sotto l’impressione, estremamente piacevole, della dissoluzione di un incubo”. Ma lo stesso poeta triestino avverte: “Dieci anni ancora di fascismo, nazismo, razzismo e si regrediva tutti (vero alla lettera) al cannibalismo”.

(L'Unione Informa e portale moked.it, 21 maggio 2013)

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