Storie e Racconti di Mario Avagliano - Leggile Online
Mario Avagliano
Storico e scrittore

La storia italiana raccontata attraverso persone, documenti e memoria

Racconto la storia italiana attraverso libri, ricerche e incontri pubblici, con particolare attenzione alle vicende delle persone comuni e ai passaggi decisivi della nostra democrazia.

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Le suppliche a Pio XII e l’alba delle Fosse Ardeatine

di Mario Avagliano

Le lettere inedite indirizzate a Pio XII dai familiari di alcuni martiri delle Fosse Ardeatine aprono uno squarcio prezioso sulla Roma occupata: non solo il dolore e la paura, ma anche l’idea che, di fronte alla violenza nazista, la Santa Sede potesse rappresentare l’ultima istanza di salvezza. È una storia che aggiunge nuovi documenti a un tema che, in parte, era già emerso nei miei libri e nel podcastsu Rai Radio 3 su Giuliano Vassalli.

Le Fosse Ardeatine non sono soltanto il luogo simbolo di una strage. Sono anche il punto terminale di una trama di arresti, torture, attese, illusioni, tentativi di mediazione, richieste disperate. Prima della cava sulla via Ardeatina c’è via Tasso. Prima dell’eccidio c’è il carcere. Prima della morte c’è, quasi sempre, qualcuno che cerca di impedirla.

Per questo le lettere inedite a Pio XII, di cui ha scritto Roberto Rotondo su Avvenire il 22 marzo 2026, in un articolo intitolato L'alba delle Ardeatine: le suppliche a Pio XII, hanno un valore che va oltre la novità documentaria. Ci mostrano, nella loro nudità, il momento in cui la storia grande si condensa in un gesto elementare e assoluto: scrivere a un’autorità ritenuta ancora capace di ascoltare, intervenire, salvare.

Non si tratta solo di carte d’archivio, rinvenute nel corso della ricerca coordinata da Andrea Ciampani, ordinario di Storia contemporanea della Lumsa, tra le carte del pontificato di Pio XII e rese disponibili dall’Archivio Apostolico Vaticano. Si tratta di voci. Di mogli, madri, sorelle che non discutono di geopolitica, ma implorano una grazia, un rinvio, almeno una mitigazione della pena. Nella Roma occupata, dove molte porte si erano già chiuse, il Papa appariva ancora a molti come l’ultima porta possibile.

Le suppliche come documento storico

Gli incipit di queste lettere sono già, da soli, una sintesi della condizione umana e morale di quei mesi: «Dio Vi illumini, S. Padre, mentre Vi degnate di leggere questa supplica, che disperatamente Vi rivolgo»; «Sono una madre tanto infelice e mi rivolgo a Vostra Santità perché voglia ascoltarmi»; «Beatissimo Santo Padre, rivolgo questa umilissima domanda alla Santità Vostra per implorare grazia al caso pietoso che mi colpisce»; «Beatissimo Padre, in un’era di inesprimibile angoscia rivolge al Vostro Paterno Cuore la sua supplice ed ardente preghiera una madre».

In queste formule non c’è soltanto il linguaggio devoto dell’epoca. C’è la drammaticità di una società precipitata nell’arbitrio. C’è la consapevolezza che il diritto è stato sospeso e che resta solo l’appello alla misericordia, all’influenza morale, all’intercessione personale.

La lettera di Gilda Frascà, moglie di Paolo, datata 28 febbraio 1944, è esemplare:

«Tutte le porte sono chiuse per me e solo da Dio e da Voi spero aiuto. Sono una povera madre di sette figli, tutti piccoli; la mia salute non è buona, poiché sono malata ai polmoni non leggermente: tanto che dovrò esser ricoverata in sanatorio. Dal 27 gennaio 1944, manca da casa mio marito Paolo Frascà, fu Fortunato, e soltanto da pochi giorni so che egli si trova in Via Tasso, detenuto dalla polizia tedesca. S. Padre, Paolo è l’unico sostegno della famiglia, che poteva vivere con quello che egli ricavava dal suo lavoro di impiegato; ma ora, ora che egli non è con noi i miei figli soffrono la fame».

Qui la persecuzione politica si intreccia alla devastazione sociale. Il carcere non colpisce solo il detenuto: travolge la famiglia, priva i figli del pane, trasforma la repressione in fame, malattia, abbandono.

La lettera della madre di Mario Gelsomini, Sparta, del 14 marzo, aggiunge un’altra dimensione:

«Mio figlio (…) si trova tuttora in via Tasso. Io non so la gravità dell’accusa, ma qualunque essa sia mi rivolgo a Vostra Santità perché voglia liberarlo e restituirlo alla mia casa. Mio marito è gravemente ammalato per una operazione polmonare ed io sono sola senza nessuno che mi possa dare conforto e aiuto. Non so la ragione che abbia spinto mio figlio a fare ciò essendo egli un giovane onesto e religioso; anzi doveva contrarre matrimonio con una buonissima signorina proprio in quei giorni che fu arrestato. Esplica la sua professione di medico pediatra con coscienza e zelo ammirevole».

È il tentativo, tipico di molte suppliche, di restituire al prigioniero un volto morale: non un imputato astratto, ma un figlio, un medico, un uomo prossimo al matrimonio, una persona la cui vita appare socialmente e affettivamente preziosa.

La lettera di Isabella Gesmundo, sorella di Gioacchino, scritta il 23 marzo 1944, cioè il giorno prima dell’eccidio, è forse la più lacerante:

«Sono vedova con un figlio di 14 anni e mio fratello è per me l’unico appoggio e per il mio ragazzo fa le veci del padre. Nella situazione gravissima in cui si trova mio fratello l’unica speranza che conservo è che l’alto interessamento della Santità Vostra venga a mutare il suo destino».

Qui il dato storico e quello emotivo coincidono tragicamente. Noi leggiamo oggi queste parole sapendo ciò che lei ancora non sa: che il tempo è ormai quasi finito.

Infine la madre di Aladino Govoni, Teresa, formula con chiarezza il limite stesso della sua richiesta:

«Tutto quanto era umanamente possibile fare per salvare la mia creatura, io l’ho fatto; ma, purtroppo, nessun positivo risultato ho ragionevolmente da attendere dai miei innumerevoli passi. La mia ultima speranza è risposta ora nell’eventuale intervento della Vostra Suprema Autorità morale presso le Autorità Germaniche. Non mi aspetto che mio figlio vada indenne da pene; ma che egli abbia, almeno, salva la vita».

È una frase decisiva. Non si chiede l’innocenza. Non si chiede la piena assoluzione. Si chiede la vita. In questa soglia minima si misura l’abisso in cui Roma era sprofondata.

La diplomazia vaticana tra intervento e impotenza

Queste lettere aiutano anche a collocare meglio il ruolo della Santa Sede durante l’occupazione. Dalle carte emerge che il Vaticano non restò inerte. Si attivò attraverso la Commissione Soccorsi, facente capo a monsignor Giovan Battista Montini, il futuro Paolo VI, attraverso il nunzio Borgongini Duca e soprattutto attraverso padre Pancrazio Pfeiffer, figura chiave nei rapporti con i comandi tedeschi.

Ma queste stesse lettere mostrano anche il limite di quell’azione. La Santa Sede poteva tentare, perorare, mediare, sollecitare. Non poteva controllare la logica della repressione tedesca né fermare la volontà di annientamento di chi considerava quei detenuti nemici da eliminare.

Proprio per questo è importante evitare sia le letture apologetiche sia quelle liquidatorie. La documentazione ci restituisce un quadro storico più concreto: vi furono interventi reali, vi furono tentativi effettivi, vi furono anche fallimenti drammatici.

Un filo già presente nelle mie ricerche

Questa nuova emersione documentaria non nasce nel vuoto. Il tema delle richieste di intervento a Pio XII e dei tentativi di mediazione vaticana era già affiorato, seppure in forme frammentarie, in diverse storie da me ricostruite negli anni.

In Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine, scritto con Marco Palmieri, emerge ad esempio il caso di Aladino Govoni, uno dei capi del movimento Bandiera rossa. Figlio del poeta Corrado, arrestato il 25 gennaio 1944, torturato a via Tasso, processato dal tribunale militare tedesco e condannato a tre anni di carcere, venne ugualmente assassinato alle Ardeatine. Anche per lui si mosse Pio XII, su richiesta del padre, inviando padre Pfeiffer a visitarlo in carcere.

Nello stesso libro compare il caso del generale Simone Simoni, che aveva conosciuto Eugenio Pacelli all'epoca della prima guerra mondiale, quando era stato fatto prigioniero dai tedeschi e portato all’ospedale di Ellwangen, in Germania, e qui aveva ricevuto la visita del futuro papa Pio XII, nunzio apostolico in Baviera. Dopo il suo arresto, la moglie e le figlie ottennero un’udienza dal pontefice, il quale promise interessamento e consegnò loro tre rosari, chiedendo che uno fosse portato al generale. Anche qui la diplomazia vaticana si mosse, ma senza riuscire a salvarlo. Alla famiglia venne solo concesso di incontrarlo. Lui riuscì a inserire un messaggio cifrato nella biancheria: «Simone Simoni cella dodici – Giuseppe Ferrari due – sono malmenato – soffro con orgoglio – il mio pensiero alla Patria e alla famiglia».

Sempre in Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine ricostruisco la vicenda del sarto lucano Gaetano Sepe, membro di Bandiera rossa, arrestato il 22 marzo 1944 e torturato. Per avere sue notizie si mosse anche Giulio Andreotti, che si rivolse a padre Pfeiffer per tentare di far liberare lui e un altro prigioniero, il socialista Giuseppe Lopresti, attivissimo nella Resistenza e prezioso informatore dell'Oss, il servizio segreto americano. Inutilmente.

Il romano Renato Villoresi, che fa parte del Fronte militare clandestino guidato da Montezemolo, arrestato il 18 marzo 1944 dalle SS, finì anche lui a via Tasso, dove fu torturato senza pietà. Il fratello Massimo, non avendo piú notizie di lui, ottenne un colloquio con papa Pio XII e raccontò che quando il Santo padre, di fronte alle sue domande insistenti, lo abbracciò, capì che per Renato non c’era piú nulla da fare.

Nel libro L’uomo che arrestò Mussolini ho raccontato invece il tentativo compiuto per salvare Giovanni Frignani, Raffaele Aversa e Ugo de Carolis. Una lettera del 22 febbraio 1944, inviata a Pio XII da Elena Hoehn, chiedeva un intervento in loro favore, sostenendo che la loro attività «non era né disonorevole né da considerarsi come un tradimento» e implorando che l’autorevole parola del pontefice potesse mitigare la pena «in un più completo senso di umanità e di giustizia».

Pio XII rispose il 7 marzo attraverso monsignor Montini:

«Pregiatissima Signora, è pervenuta al Santo Padre la lettera del 22 Febbraio u.s. con la quale Ella sollecitava il Suo Paterno interessamento in favore del Ten. Col. Frignani, del Cap. Raffaele Aversa e del Mag. Ugo de Carolis, arrestati dalla polizia germanica.

Mi reco a premura d’informarLa che, per venerata disposizione di Sua Santità, ripetuti passi sono stati fatti nel senso da lei desiderato e non si mancherà di seguire la pratica, per quanto è possibile nelle presenti difficili circostanze.

Nella speranza che la pratica abbia a sortire esito favorevole l’Augusto pontefice imparte a Lei ed ai suoi cari l’Apostolica Benedizione».

Anche qui, però, il tentativo non andò a buon fine, anche perché Frignani era il nemico numero uno di Mussolini: l'uomo che lo aveva arrestato il 25 luglio 1943.

Nel libro Il partigiano Montezemolo ho ricostruito la drammatica ultima carta tentata per salvare Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, il capo del Fronte militare clandestino a Roma e nell'Italia occupata. È lo stesso Beppo, con un biglietto clandestino dal carcere, a scrivere che da lì «non si vede che azione Vaticano» e a sollecitare un intervento del Papa, anche per ottenere l’internamento in Vaticano.

Grazie alla principessa Colonna, la marchesa Fulvia Ripa di Meana ottenne nella notte tra il 18 e il 19 marzo 1944 una udienza privata con Pio XII per parlargli di Montezemolo. Il Papa promise di incaricare Montini. Padre Pfeiffer e la Segreteria di Stato si attivarono. Ma anche qui invano.

Nel volume Il partigiano Tevere emerge ancora il ruolo di questi tentativi di mediazione. Nel caso di Sabato Martelli Castaldi, generale dell'Aviazione originario di Cava de' Tirreni, il Vaticano esercitò pressioni per ottenere la sua liberazione e quella del suo fraterno amico Roberto Lordi. In carcere Sabato segnava i giorni sul muro della cella; il 22 marzo, due giorni prima della strage, scrisse che era un «giorno nero».

Il 24 marzo segna uno spartiacque. Dopo l’eccidio, il silenzio diventa ancora più fitto.

Come racconto in L’uomo che arrestò Mussolini, quando la moglie di Giovanni Frignani, Lina, insieme all’amica Elena Hoehn, torna a via Tasso a cercare notizie e non ne riceve, si rivolge di nuovo a padre Pancrazio Pfeiffer. La risposta è disarmante: via Tasso è ormai «una muraglia cinese», e «nemmeno la Santa Sede aveva potuto avere una benché minima risposta alle varie sue domande. […] Tutto mutismo, tutto mistero».

Il 7 aprile 1944, anche Luisa Martelli Castaldi, moglie del generale, scrive al cardinale Maglione, Segretario di Stato vaticano, per avere notizie del marito, detenuto da mesi: «dal 24 marzo è stato trasferito e non si sa la sua nuova destinazione». E aggiunge: «L’angoscia dei miei figli e mia è tremenda».

Dopo le suppliche, resta il vuoto. E per molte famiglie, anche la verità arriverà solo settimane dopo.

Il caso Vassalli: quando l’intervento riesce

La storia, però, non è fatta soltanto di tentativi falliti. Nel mio podcast su Rai Radio 3 Patria e Libertà, dedicato al socialista Giuliano Vassalli, futuro ministro della Giustizia, emerge un caso in cui l’intervento vaticano riuscì davvero a salvare una vita.

Vassalli descrisse le torture subite a via Tasso con parole terribili:

«Agli interrogatori, che si susseguirono incessantemente per una settimana, venivo portato a spintoni e ogni soldato tedesco si credeva in diritto — durante il percorso dalla cella agli uffici (sempre ammanettato) — di darmi un calcio o di sputarmi addosso. (…) Per l’intera settimana venni torturato con percosse al viso e allo stomaco, con brutalissimi calci, con staffilate e vergate sul dorso, sulle mani e sotto la pianta dei piedi. Venni inoltre percosso ripetutamente sulla testa con dei grossi tubi di metallo e più volte scaraventato a battere la testa per terra o contro le pareti, sino a perdere i sensi».

In quel caso il padre si mosse attraverso i canali vaticani. E Pio XII, tramite Montini e padre Pfeiffer, ottenne la scarcerazione di Vassalli il 3 giugno 1944, alla vigilia della liberazione di Roma.

Più tardi Vassalli ricordò che Kappler stesso gli disse:

«Ha da ringraziare esclusivamente il Santo Padre se lei nei prossimi giorni non viene messo al muro, come ha meritato».

Questo episodio non cancella i fallimenti degli altri casi. Ma dimostra che quei canali non erano fittizi. Esistevano. Talvolta non bastavano. Talvolta arrivavano troppo tardi. Talvolta, invece, riuscivano.

Le Ardeatine come storia di vite cercate fino all’ultimo

Le lettere a Pio XII, lette accanto a queste altre vicende, ci aiutano a vedere le Fosse Ardeatine in modo più pieno. Non solo come esito finale della barbarie nazista, ma come luogo in cui precipitano anche innumerevoli tentativi di salvezza. Prima della morte c’è stata una lotta contro la morte. Una lotta spesso perduta, ma non per questo meno reale.

In quelle lettere c’è il volto di una società civile che non smette di cercare mediazioni, di usare relazioni, di appellarsi alla coscienza religiosa e morale del proprio tempo. C’è l’idea che, finché una parola non è stata pronunciata per l’ultima volta, finché una porta non è stata chiusa definitivamente, qualcosa possa ancora accadere.

Molti di quei familiari non ottennero ciò che chiedevano. Ma proprio per questo le loro parole ci interrogano ancora. Perché danno voce non soltanto alla tragedia compiuta, ma anche alla speranza che la precedette. E in questo senso costituiscono uno dei documenti più intensi dell’alba delle Ardeatine.

Il libro

Strage delle Fosse Ardeatine: nelle vite delle 335 vittime c’è tutta la storia d’Italia – sociale, politica, economica, culturale – e della Resistenza, in una sorta di Spoon River italiana.

- Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine
- L’uomo che arrestò Mussolini
- Il partigiano Montezemolo
- Il partigiano Tevere

A ottantadue anni dall’eccidio, queste suppliche ci restituiscono un frammento essenziale della sua verità storica.
Non solo la violenza di chi uccise, ma anche l’ostinazione di chi tentò fino all’ultimo di salvare.

Fonte
Pubblicato su Marioavagliano.it, 22 marzo 2026.
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Fosse Ardeatine, 82 anni dopo: 7 vittime sono ancora senza nome

di Mario Avagliano

82 anni dalle Fosse Ardeatine: quei nomi che continuano a chiamarci

Ci sono date che non passano. Restano.
Il 24 marzo 1944 è una di quelle.

Nelle cave sulla via Ardeatina, a Roma, 335 uomini vennero condotti uno alla volta, costretti a inginocchiarsi e uccisi. Non erano numeri. Erano vite. Erano storie. Erano nomi.

Scorrere quell’elenco – dalla A di Ferdinando Agnini alla Z di Augusto Zironi – significa attraversare un’Italia intera, colpita nel suo momento più buio.

C’era Don Pietro Pappagallo, sacerdote che scelse di restare accanto agli altri fino all’ultimo.
C’erano i giovanissimi Duilio Cibei e Marco Di Veroli, appena quindicenni.
C’era Gavino Luna, cantante e impiegato delle Poste.

E tra quei 335 c’erano Giovanni Frignani e Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo: due figure centrali della Resistenza romana. Frignani, tenente colonnello dei carabinieri, fu l’uomo che il 25 luglio 1943 ebbe il compito di arrestare Mussolini e che, dopo l’8 settembre, scelse la Resistenza pagando con la vita. Montezemolo, capo del Fronte militare clandestino, organizzò la rete resistenziale nella capitale fino alla cattura e alla morte alle Ardeatine.

E c’era il generale Sabato Martelli Castaldi, generale dell’aeronautica, uomo che ebbe il coraggio di opporsi al regime e che, nella Roma occupata, scelse la strada della dignità e della resistenza, fino alla stessa tragica fine.

E poi centinaia di altri: operai, militari, artigiani, commercianti, contadini.
Resistenti, ebrei, civili. Un intero Paese racchiuso in una cava.

Le Fosse Ardeatine sono questo: non solo una strage, ma il ritratto di una nazione.

Nel mio libro Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine ho cercato di restituire proprio questo mosaico umano. Non solo i fatti, ma le persone. Le loro scelte, le loro paure, i loro affetti. Una sorta di “Spoon River” italiana, dove ogni nome torna ad avere voce.

E alcune di quelle voci arrivano fino a noi.

Come quella di Orlando Orlandi Posti, che dal carcere scriveva parole che ancora oggi colpiscono nel profondo: “l’alba del mio 18 anno di vita la ho passata in carcere morendo di fame”. E alla ragazza di cui era innamorato: “Cara Marcella quando leggerai questa… io sarò nel mondo dove almeno troverò un po’ di pace”.

O come le tante storie di uomini prelevati all’improvviso, senza sapere che non sarebbero mai tornati.

E persino chi si trovò lì per caso, come Rosa Fedele, contadina uccisa dalle SS solo per essersi avvicinata troppo a quel luogo già segnato dalla violenza.

Ogni storia è unica. Ogni storia è necessaria.

Eppure, dopo 82 anni, quel lavoro non è ancora finito.

Appello
Nel sacrario delle Fosse Ardeatine sette tombe portano ancora la scritta Ignoto. Grazie a nuove analisi genetiche, oggi è possibile restituire un nome a quelle vittime. L’appello è rivolto ai familiari e a chiunque possa fornire informazioni utili: contribuire significa completare un fondamentale percorso di memoria e giustizia.

Oggi, grazie al lavoro dell’antropologa forense Elena Pilli e dell’Università di Firenze, si apre una nuova possibilità: restituire un’identità alle vittime ancora sonosciute attraverso il DNA. Ma serve anche il contributo delle famiglie, della memoria privata, delle storie custodite nel tempo.

Dal 2010 a oggi sono state identificate cinque delle dodici vittime inizialmente ignote.

Il risultato è frutto di un approccio interdisciplinare che integra l’antropologia forense – con l’estrazione e la caratterizzazione molecolare del DNA degradato – e la ricerca storico-documentale.

Al progetto hanno collaborato il RIS dei Carabinieri di Roma, l’Ufficio per la Tutela della Cultura e della Memoria della Difesa, il Museo Storico della Liberazione di Roma, la storica Alessia Glielmi, la Comunità Ebraica di Roma, l’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania, i partner del progetto Virtual Biographical Archive (ViBiA), la documentarista Michela Micocci e le rappresentanze delle famiglie delle vittime (ANFIM).

Ma nel sacrario, sette tombe portano ancora una sola parola: Ignoto.
Sette uomini senza nome. Sette vite sospese.

Perché dare un nome non è un dettaglio. È restituire una vita.

La violenza nazifascista voleva cancellare tutto: corpi, identità, storie. Ricostruirle oggi è un atto di giustizia.

E mentre ricordiamo, non possiamo non guardare al presente.
Ancora oggi, in tante guerre, i civili muoiono senza nome. Ancora oggi, esistono fosse senza identità.

Per questo le Fosse Ardeatine non sono solo memoria. Sono responsabilità. Se vogliamo davvero onorare quei 335, dobbiamo continuare a raccontarli. A leggerli. A trasmettere le loro storie. È anche questo il senso del mio lavoro.

Il libro

Strage delle Fosse Ardeatine: nelle vite delle 335 vittime c’è tutta la storia d’Italia – sociale, politica, economica, culturale – e della Resistenza, in una sorta di Spoon River italiana.

- Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine
- L’uomo che arrestò Mussolini
- Il partigiano Montezemolo
- Il partigiano Tevere

Ottantadue anni dopo, quei 335 continuano a parlarci.
E tra loro, sette attendono ancora di essere chiamati per nome.

Sta anche a noi non lasciare incompiuta la loro storia.

Per informazioni e per partecipare a questa ricerca, anche dall’estero: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Fonte
Pubblicato su Marioavagliano.it, 22 marzo 2026.
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Il 7 dicembre presentazione a Roma di "Paisà, sciuscià e segnorine"

Martedì 7 dicembre, alle ore 17.00, presso la sede e sul canale Facebook della Biblioteca di storia moderna e contemporanea, in collaborazione con ANPI, INSMLI e IRSIFAR, sarà presentato il volume Paisà, sciuscià e segnorine. Il Sud e Roma dallo sbarco in Sicilia al 25 aprile di Mario Avagliano e Marco Palmieri. (Il Mulino, 2021). Intervengono: Anna Balzarro, Isabella Insolvibile, Giancarlo Governi,  Gianfranco Pagliarulo. Coordina: Maria Corbi. Saranno presenti gli autori.

È stato chiamato «l'altro dopoguerra» il periodo vissuto dall'Italia meridionale e Roma tra il luglio del 1943, quando gli alleati sbarcano in Sicilia, e il maggio del 1945, quando la guerra finisce. Un lungo periodo, segnato dal procedere lento della linea del fronte verso nord, con combattimenti accaniti, violenze, stragi tedesche e alleate e atti di resistenza, spesso misconosciuti (non solo la battaglia per la difesa di Roma e le Quattro giornate di Napoli). Ma anche un vitale, caotico, difficile ritorno alla pace e alla libertà, con il primo confronto con la democrazia dopo il ventennio fascista. I problemi economici e sociali sono aggravati dall’atteggiamento dei militari alleati, intorno ai quali, come avviene ad esempio a Napoli e a Roma, proliferano fenomeni come segnorine, sciuscià e traffici del mercato nero che portano a un certo decadimento dei costumi morali. Esaurita l’euforia della libertà riconquistata ed emersa la consapevolezza del carattere illusorio dell’aspettativa che l’arrivo degli anglo-americani, simbolizzato dal pane bianco, dalle caramelle e dalle chewing-gum, porti miracolosamente alla fine della miseria, le truppe “salvatrici” nella penisola diventano sempre meno gradite. La presenza degli alleati, il ritorno dei partiti, delle radio, della stampa libera, la voglia di normalità e di divertimento, la rinascita del cinema e del teatro, con Anna Magnani, Totò, i fratelli de Filippo, De Sica e Rossellini, e poi la fame, il banditismo, le marocchinate, la criminalità. Attingendo a lettere, diari, corrispondenza censurata, relazioni delle autorità italiane e alleate, giornali, canzoni, film, il libro compone un racconto corale, curioso e inedito di quell'Italia del dopoguerra.


Mario Avagliano
è un giornalista e storico, collabora alle pagine culturali de “Il Messaggero” e de “Il Mattino”. E’ autore di numerosi saggi su fascismo, seconda guerra mondiale, deportazioni e dopoguerra.

Marco Palmieri è giornalista e storico, ha lavorato per diverse testate e ha pubblicato numerosi saggi sulla deportazione, la resistenza e il dopoguerra.

 

Anna Balzarro è direttrice dell’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza (IRSIFAR) 

Maria Corbi è una giornalista, inviata de La Stampa.

Giancarlo Governi è un autore televisivo, sceneggiatore e scrittore.

Isabella Insolvibile è una storica specializzata nella Resistenza italiana.

Gianfranco Pagliarulo è presidente nazionale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI)                                                            

Patrizia Rusciani è direttrice Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea.



Diretta sul canale FB della Biblioteca
https://www.facebook.com/BSMCstoriamoderna

E nei giorni successivi sul canale youtube della Biblioteca

www.youtube.com/channel/UCfXpacBHyoMTCWStx0Mj3yQ

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Candido Manca, lo "stradino" martire delle Ardeatine

Fra i martiri delle Fosse Ardeatine figura anche un dipendente dell’Anas, allora AASS, il sardo Candido Manca. La sua figura è ricordata nel bel libro di Mario Avagliano, “Generazione ribelle. Diari e lettere dal 1943 al 1945”, pubblicato da Einaudi, una storia della Resistenza, della deportazione e dell’internamento militare attraverso gli scritti dei protagonisti.

Nato a Dolianova (Cagliari) il 31 gennaio 1907, Manca nel '25 si arruolò volontario nei carabinieri. Prestò servizio a Roma, e dopo tre anni di ferma fu congedato. Rimasto nella capitale, ottenne il diploma di ragioniere e fu assunto nell'Azienda Autonoma Statale della Strada (AASS, poi ANAS). Fu richiamato alle armi una prima volta nel '35, per un anno, e di nuovo nel '39 per alcuni mesi e poi nel '40, con il grado di vicebrigadiere, sempre rimanendo in servizio presso la AASS. Nel '43 era brigadiere, nella compagnia squadre reali e presidenziali di Roma. Dopo l'8 settembre, riuscì a sfuggire ai tedeschi che avevano occupato le caserme. Insieme ad altri 30 carabinieri sbandati che aveva raccolto con sé, entrò nella banda "Caruso", che faceva parte del Fronte Militare Clandestino di Montezemolo, svolgendo azioni militari e raccogliendo informazioni utili al movimento partigiano e agli Alleati. Fu catturato dalla Gestapo il 10 dicembre del '43, insieme al tenente dei carabinieri Romeo Rodriguez Pereira e al capitano dei carabinieri Genserico Fontana, mentre si stava recando da un contabile che procurava denaro ai partigiani. Rinchiuso nel carcere di via Tasso, subì più volte la tortura, ma non rivelò i nomi dei compagni. Fu fucilato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo del '44. Nel dopoguerra gli fu assegnata la medaglia d'oro al valor militare alla memoria. Una lapide lo ricorda a via Chiana a Roma.

 

 

«I bisogni dobbiamo farli nella cella stessa in un recipiente chiamato bugliolo»

 

di Candido Manca

 

[Roma, carcere di via Tasso] 3.1.1944

 

Bolò mia cara,

ho ricevuto tutti i pacchi, il penultimo conteneva il Mom, di quest'ultimo fammi il piacere di mandarmene ancora, vedi di trovare i barattoli che credo sia migliore. Vuoi sapere come passo i giorni? Puoi immaginarlo, in una cella di metri quadrati 4 e 25 cm. mezza internata con una finestra munita di inferriata, ramata a vetri, semibuia. Come vitto ci danno due pagnotelle, caffè la mattina e appena un pasto di minestra alle 12. Nella cella siamo in quattro e dormiamo sul pagliericcio con due coperte a testa, i bisogni dobbiamo farli nella cella stessa in un recipiente chiamato "bugliolo"; sono sicuro che la faccenda dell'evacuazione davanti agli altri ti faccia sorridere sapendo quanto io ero suscettibile a tale funzione. Per riuscirci la parola d'ordine è «faccia al muro»... viene aperta la finestra e appena finito si apre lo sportellino della porta, il perché lo puoi immaginare. La salute è ottima, il raffreddore è quasi scomparso. Con la venuta del quarto abbiamo avuto la sorpresa dei pidocchi. Fattolo sapere al comandante questi ci ha fatto fare il bagno e disinfettare i vestiti al vapore. Dirti le peripezie non basterebbe un quaderno, ne abbiamo passato delle belle e delle brutte. Che vuoi fare ci abbiamo riso sopra. Ti avevo detto di mandarmi roba da mangiare di meno perché tesoro mio vedo che la mia permanenza qui sembra che duri e non vorrei dar fondo a quel poco che abbiamo messo da parte (puoi mandarmi della verdura al posto della carne che nutro desiderio). Quanto vi desidero! Dei giorni sono tanto triste per questo motivo. Per tutto il resto tengo alto il morale data la mia innocenza. Hai fatto bene di essere stata da Ciccillo per il primo dell'anno, così ti sei un pò divagata. Quanta tenerezza mi dai quando mi parli dei bambini, sento di adorarli in un modo tale che spesse volte anzi sempre a me e ai miei compagni di cella ci escono le lacrime. Hai fatto male di non aver allestito l'albero di Natale. Perché hai privato gli angioletti nostri di quella contentezza. Ad ogni modo spero che a Mariella per il suo compleanno avrai comprato qualche bel giocattolo e pure a Giancarlo. Come stai in salute? Mi auguro bene. Mandami cento lire specie da dieci e da cinque. Quella somma che avevo addosso è qui in deposito e la daranno quando uscirò oppure alla famiglia se fornita dell'autorizzazione del Comando Tedesco "albergo Flora". Fammi pervenire il libro di italiano "da Dante al Pascoli" che deve essere sulla ghiacciaia, la copertina è color marrone. Comprami un piccolo dizionario italiano-tedesco, bada deve essere tascabile e deve contenere anche come si pronunziano le parole. Stai attenta a fianco della parola tradotta deve esserci anche come deve leggersi. Al porta pranzo ti sei dimenticata di mettere la guarnizione cosa che ha permesso al signor sugo di uscire. Non ti faccio gli auguri per il nuovo anno ti dico soltanto che questo dovrà apportarci la felicità e la salute, altro non chiedo a Iddio. Ti abbraccio e ti bacio caramente assieme ai bambini tuo per sempre

Candido

Storie - L'Atlante delle stragi

di Mario Avagliano

Un lavoro di ricerca durato anni che, dopo il portale web e il convegno internazionale svoltosi a settembre 2016, finalmente approda in libreria, con un corposo saggio intitolato Zone di guerra, geografie di sangue. Le stragi naziste e fasciste in Italia (1943-1945), per i tipi del Mulino, a cura di Paolo Pezzino e Gianluca Fulvetti.

È la conclusione del progetto di ricerca promosso da Anpi e Insmli e finanziato dal Governo tedesco, che ha coinvolto 130 ricercatori e ha portato a censire tutte le stragi compiute sul suolo italiano durante il periodo della Repubblica di Salò e dell’occupazione tedesca: un totale di 5.616 episodi di violenza con ben 23.720 vittime

Oltre agli eccidi tragicamente noti, come quelli di Monte Sole e di Sant’Anna di Stazzema, il periodo compreso fra l’8 settembre del ’43 e la fine della lotta di liberazione ha visto cadere sotto il fuoco tedesco e fascista un numero spaventoso di italiani, tutti cittadini inermi e molti del tutto estranei alla lotta partigiana, vittime di rastrellamenti o uccisi senza motivi apparenti. Questo volume fornisce una mappa delle stragi che hanno insanguinato l’Italia, analizzandole dal punto di vista storiografico, interpretativo e geografico, avvalendosi di un apparato cartografico che illustra le fasi principali del conflitto in relazione alla cronologia delle stragi.

Da questo lavoro emergono la caratteristica di “guerra ai civili” del conflitto scatenato nell’Italia occupata (vedi il saggio di Carlo Gentile) e la responsabilità autonoma del restaurato regime fascista di Mussolini in molte delle stragi dei civili (vedi il saggio di Toni Rovatti “La violenza dei fascisti repubblicani), come evidenziato anche nel libro “L’Italia di Salò” (Il Mulino) pubblicato a marzo da me e Marco Palmieri.

L'atlante è disponibile online e accessibile all'indirizzo http://www.straginazifasciste.it e si compone di una banca dati e dei materiali di corredo (documentari, iconografici, video) correlati agli episodi censiti, ospitati all’interno del sito web. Nella banca dati sono state catalogate e analizzate tutte le stragi e le uccisioni singole di civili e partigiani uccisi al di fuori dello scontro armato, commesse da reparti tedeschi e della Repubblica Sociale Italiana in Italia dopo l’8 settembre 1943, a partire dalle prime uccisioni nel Meridione fino alle stragi della ritirata eseguite in Piemonte, Lombardia e Trentino Alto Adige nei giorni successivi alla Liberazione. L’elaborazione su base cronologica e geografica dell’insieme dei dati censiti ha consentito la definizione di una "cronografia della guerra nazista in Italia", che mette in correlazione modalità, autori, tempi e luoghi dei fatti.

La ricerca, come ha sottolineato l’ambasciatore tedesco Susanne Wasum-Rainer, è stata finanziata dal governo della Repubblica Federale di Germania, che attraverso il Fondo italo-tedesco per il futuro ha finanziato anche un altro grande progetto, l’Albo dei Caduti Imi, gli internati militari italiani. Sarebbe bello che anche il governo italiano si facesse promotore di un analogo lavoro di ricerca su pagine nere della nostra storia. Un esempio? Il censimento degli atti di persecuzione agli ebrei perpetrati a seguito dell’entrata in vigore delle leggi razziste del 1938.

(L'Unione Informa e Moked.it del 25 aprile 2017)

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Storie – La difficile giustizia sui crimini di guerra

 di Mario Avagliano

   Al termine del secondo conflitto mondiale, l’individuazione dei responsabili dei gravi crimini commessi durante l’occupazione tedesca in Italia contro le popolazioni civili rimase circoscritta a pochi casi eclatanti. Anche per ragioni di politica internazionale (l’incipiente guerra fredda e la necessità di “tutelare” l’avamposto della Germania dell’Ovest dall’espansione sovietica), ben presto gli Alleati abbandonarono il progetto di fare giustizia delle stragi compiute dai tedeschi durante la campagna d’Italia, e gli italiani, a parte poche condanne (Kappler per le Fosse Ardeatine, Reder per Marzabotto e altri eccidi), ben presto posero fine a quella stagione processuale.

La caccia ai criminali nazisti -  come racconta l’interessante  libro “La difficile di giustizia. I processi per crimini di guerra tedeschi in Italia 1943-2013” (Viella editore), scritto a quattro mani da uno dei protagonisti della nuova stagione, il procuratore Marco De Paolis, pubblico ministero nei processi per le stragi di Sant’Anna di Stazzema, Civitella Val di Chiana, Monte Sole-Marzabotto e per l’eccidio di Cefalonia, e  dallo storico Paolo Pezzino - riprese il suo corso solo molti anni dopo, nel 1994,  a seguito della scoperta del cosiddetto “armadio della vergogna”, come fu definito da Franco Giustolisi. Si trattava di una stanza murata a Palazzo Cesi, a Roma, sede della Procura generale militare, in cui erano conservati centinaia di fascicoli giudiziari sui crimini di guerra commessi sulla popolazione italiana tra il 1943 e il 1945, illegalmente archiviati dal procuratore generale militare nel 1960.

Un saggio ricco di dati e di informazioni, che fa il punto e il bilancio sui risultati dei nuovi processi sulle stragi nazifasciste, svoltisi tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila. Processi che, come scrive De Paolis, anche se tardivi e a volte parziali, “si presentano a noi come una specie di ‘porta della verità’, attraverso la quale, anche mediante la ricostruzione e l’accertamento dei fatti nella loro materialità e nell’individualità delle singole condotte, si afferma l’ingiustizia del fatto, la sua illiceità e la responsabilità penale di chi quel crimine ha commesso; e così si giunge alla verità”. Da ciò discende l’attualità dei processi e “l’importanza di continuare ad adempiere al proprio dovere giudiziario, che è quello di perseguire e punire questi crimini finché sia in vita anche solo uno dei criminali che ne sono stati responsabili”.

(L'Unione Informa e Moked.it del 22 novembre 2016) 

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Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia. In rete la memoria delle stragi

di Mario Avagliano

   Boves, Caiazzo, Marzabotto, Mascalucia, Roma, S. Anna di Stazzema… L’elenco di borghi, città, località italiane che nel tragico periodo che va dall’estate del 1943 all’aprile del 1945 furono insanguinati dal terrore nazifascista è un lungo interminabile rosario. 5.428 stragi, con un bilancio di oltre 23 mila vittime, secondo il censimento realizzato in due anni di lavoro collettivo da 120 ricercatori e 60 istituti storici, nell’ambito del primo Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, presentato ieri alla Farnesina dal direttore generale per l'Ue del ministero degli Esteri, Giuseppe Buccino Grimaldi, insieme all'ambasciatore tedesco in Italia, Susanne Marianne Wasum-Rainer.

L’Atlante è disponibile da oggi online all’indirizzo www.straginazifasciste.it e costituisce una sorta di «grande memoriale virtuale», in continuo aggiornamento, che, come affermato daldirettore generale dell'Insmli Claudio Silingardi, trasforma le vittime in «uomini, donne, bambini», dando loro un nome e una carta d’identità.
La ricerca è stata finanziata dal ministero degli Esteri della Repubblica Federale tedesca, nell'ambito delle raccomandazioni suggerite dalla Commissione storica italo-tedesca, ed è stata realizzata dell’Anpi e dell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia.
«Un censimento della violenza», come ha detto la storica Isabella Insolvibile, che ci fornisce una vera e propria guida storica e anche geografica di tutti i crimini di guerra verso i civili accaduti in Italia sotto l’occupazione nazifascista. L’Atlante è composto da una banca dati georeferenziata, da schede monografiche su ogni episodio e da testi contenenti la ricostruzione storica dei fatti, corredati da materiale fotografico.
La ricerca consente di fare ulteriore luce sulla pagina nera dell’occupazione nazifascista, dopo che colpevolmente i governi italiani del dopoguerra, per motivi di realpolitik e di salvaguardia del ruolo della Germania dell’Ovest come avamposto dell’Occidente, avevano fatto calare il silenzio sulle stragi, addirittura murando i relativi fascicoli nel cosiddetto «armadio della vergogna», scoperto nel 1994.
Per la prima volta, infatti, è stato definito il numero delle stragi a livello nazionale, 5.428, avvenute non solo nel Centro-Nord ma anche in Meridione, dalla Sicilia alla Campania. Dalla ricerca emerge un notevole aumento del numero delle vittime, che passa dalle 10-15 mila finora ipotizzate a 23.461 accertate, escludendo i caduti in combattimento e comprendendo quindi solo i civili inermi, catturati e uccisi a seguito di rastrellamenti, di rappresaglie o di stragi “eliminazioniste” o dirette contro specifiche tipologie di persone (ebrei, antifascisti, religiosi etc.).
L’Atlante, spiega Toni Rovatti, propone, ove possibile, anche i nomi degli esecutori: non solo membri delle famigerate SS naziste, ma anche militari della Wehrmacht e diversi italiani fascisti del regime di Salò il cui ruolo, come sottolinea Paolo Pezzino, è autonomo e determinante nel ben 19% delle stragi. A testimonianza che la Rsi «portò avanti in modo autonomo una propria politica della violenza».
Frutto della «stretta collaborazione» tra Italia e Germania, l'iniziativa punta alla «creazione di una comune cultura della memoria», ha sottolineato l'ambasciatore tedesco. Un «progetto scientifico molto impegnativo» per registrare tutti gli atti di violenza compiuti da nazisti e fascisti in Italia, «assicurando così alle vittime una degna memoria».
Di «passo avanti per la memoria comune» ha parlato anche il presidente dell'Anpi, Carlo Smuraglia, anche se resta ancora sospesa la questione della giustizia di transizione, ovvero delle sentenze relative a condanne all’ergastolo nei confronti di criminali tedeschi e austriaci, emesse da corti italiane ma non rese esecutive da quelle tedesche. Un “disaccordo” giudiziario che costituisce una ferita ancora aperta e che – come evidenzia la storica Isabella Insolvibile – «nessun investimento nella ricerca e nella memoria può autonomamente risolvere».

(Il Messaggero e Il Mattino del 7 aprile 2016)

Si apre l’armadio della vergogna

Gli storici a confronto

  di Adam Smulevich

  Vivo interesse e molte speranze tra gli storici del nazifascismo con l’avvio della pubblicazione degli atti della commissione parlamentare d’inchiesta sul cosiddetto “armadio della vergogna” contenente 695 fascicoli d’inchiesta e un registro generale riportante 2274 notizie di reato relative a crimini di guerra commessi sul territorio italiano durante l’occupazione nazifascista. Una svolta che è frutto dell’impegno personale della presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini, che ha ricordato in queste ore come un “paese veramente democratico” non possa avere paura del proprio passato.

  Nonostante i ritardi accumulati in questi decenni per Lutz Klinkhammer, direttore dell’Istituto Germanico di Roma, il bicchiere è mezzo pieno. “Si tratta – racconta a Pagine Ebraiche – di un’operazione di trasparenza molto lodevole, che certamente renderà l’accesso più facilitato ai cittadini. Il frutto di una volontà politica che va senz’altro apprezzata”. Klinkhammer ha rapidamente analizzato i documenti disponibili da questa mattina sul sito dell’archivio storico della Camera. “La prima impressione – osserva – è che manchi ancora molto materiale, custodito in particolare da alcune istituzioni e organi militari. La speranza è che tutto possa essere consultabile nei tempi più rapidi e in modo libero, senza vincoli”.

  “Il fatto che questo materiale sia online è estremamente positivo” sottolinea Anna Foa. Già ieri, in occasione dell’annuncio, aveva sottolineato l’importanza e il significato di questa operazione. Con l’auspicio che la pubblicazione degli atti dia il via “a studi ancora più approfonditi su quella stagione, fornendo nuove risposte e chiarendo punti che restano oscuri”. Perché, aveva poi ricordato, “ne abbiamo davvero tutti molto bisogno”.

  Condivide questa impostazione Mario Avagliano, che racconta come tra colleghi e addetti ai lavori l’attesa fosse molta. “Per lunghi anni – afferma – il silenzio è calato in modo inesorabile. L’amnistia concessa da Togliatti, e in seguito il fatto di dover tutelare la Germania Ovest come bastione occidentale per tutto il corso della Guerra Fredda, hanno impedito una vera ricerca fino a tempi non così lontani. Oggi, nel nome della trasparenza, viene fatto un nuovo passo in avanti”.

 Meno entusiasta Marcello Pezzetti, direttore scientifico del Museo della Shoah di Roma. “La pubblicazione ha ormai valore soltanto per gli storici e lascia per questo molta tristezza. Insieme a una domanda: quanti criminali sarebbero stati condannati se questo materiale fosse stato divulgato ben prima? Il rammarico – afferma – è che abbiamo impedito alla giustizia tedesca di fare il suo corso”. Riguardo al materiale diffuso online, Pezzetti si dice convinto che non “tocchi più di tanto” la costruzione che è stata fatta delle diverse vicende belliche.
 

(L’Unione Informa e Moked.it del 16 febbraio 2016)

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