Storie e Racconti di Mario Avagliano - Leggile Online
Mario Avagliano
Storico e scrittore

La storia italiana raccontata attraverso persone, documenti e memoria

Racconto la storia italiana attraverso libri, ricerche e incontri pubblici, con particolare attenzione alle vicende delle persone comuni e ai passaggi decisivi della nostra democrazia.

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La storia dell’ufficiale eroe che arrestò Mussolini

 

di Mario Avagliano

La data di domenica 25 luglio del 1943, passata alla storia per l’arresto di Benito Mussolini e la caduta del fascismo, poteva restare anonima. All’ultimo momento, infatti, l’operazione rischiò di saltare.

Dagli archivi dell’Arma e dalle relazioni dei testimoni dell’epoca risulta che il re Vittorio Emanuele III, spalleggiato dalla moglie, aveva cambiato idea. Fu risolutiva la testardaggine di un ufficiale dei carabinieri, il tenente colonnello romagnolo Giovanni Frignani, già eroe della Grande Guerra. Un uomo dell’Arma tutto d’un pezzo che, nonostante il fratello Giuseppe fosse stato gerarca di Ravenna, era inviso al duce per le sue relazioni-verità sul malcontento della popolazione, la corruzione del regime e i piani di invasione dell’Italia dei tedeschi, tanto che qualche settimana Mussolini prima ne aveva chiesto il trasferimento al fronte.

Quella mattina re Vittorio Emanuele III riceve il fido duca Acquarone, che gli riferisce della votazione dell’ordine del giorno Grandi da parte del Gran Consiglio del Fascismo, con il quale di fatto Mussolini è stato sfiduciato. È arrivato il momento di agire e di dare il via al piano di arresto del duce. Ad appena quattro chilometri di distanza, a Villa Torlonia, Mussolini si alza dal letto tutto sommato abbastanza tranquillo. È sicuro che lo «stellone» italico lo assisterà ancora una volta. Dopo colazione, raggiunge Palazzo Venezia e si mette al lavoro. Verso le 11 chiede al suo segretario particolare, il prefetto Nicola De Cesare, di telefonare al Quirinale al generale Puntoni per avere un colloquio con il re a villa Savoia.

La richiesta di udienza da parte di Mussolini cambia i piani dei complottardi. Bisogna accelerare. Il comandante generale dell’Arma, Angelo Cerica, poco prima delle 14 convoca telefonicamente Frignani presso il comando del Gruppo Interno di Roma, sito in viale Liegi, ed i suoi diretti collaboratori, il capitano Paolo Vigneri, siciliano di Calascibetta, e il capitano Raffaele Aversa, di Labico, ma di origini campane. È stato lo stesso Frignani a indicare a Cerica i due capitani come uomini di assoluta fiducia.

Le relazioni del generale dei carabinieri Filippo Caruso e del capitano Vigneri, il diario del generale Puntoni, primo aiutante di campo generale del re, e il resoconto dello stesso Mussolini ci permettono di ricostruire con una certa precisione quella giornata.

Dopo l’incontro con Cerica, Frignani prende da parte i due capitani e gli illustra le modalità e i dettagli del piano, aggiungendo che l’arresto del duce deve eseguirsi a qualunque costo e, per evitare fraintendimenti, chiosa che bisogna «catturarlo vivo o morto». Al commissario Marzano, che viene segnalato a Cerica dallo stesso Frignani, viene chiesto di mettere a disposizione un’autoambulanza.

Il piccolo convoglio di cinquanta carabinieri e poliziotti si dirige verso Villa Savoia e si colloca sul lato settentrionale dell’edificio, pronto ad intervenire, se necessario, ad un cenno del capitano Aversa. Quest’ultimo, assieme al collega Vigneri, a tre vicebrigadieri e a tre agenti di P.S. armati di mitra, si sistema sul lato orientale. Alle 15.30 è tutto pronto per l’operazione.

Nel frattempo, Frignani predispone i dettagli del piano. Gli spostamenti del duce, si legge nel memoriale del figlio Vittorio, sono preceduti e accompagnati da un «vasto servizio d’ordine», ma nel sistema c’è una falla: «i funzionari che vi erano addetti, non oltrepassavano abitualmente il cancello di Villa Savoia, e sostavano in prossimità di esso». Di conseguenza, «le condizioni migliori per dar corso all’arresto» si verificano proprio all’interno della residenza reale.

Verso le 16 lo stesso Frignani in abiti civili raggiunge la residenza reale. C’è da superare un ultimo ostacolo: le improvvise «riserve» del re sulle modalità dell’arresto. Alle tre del pomeriggio Vittorio Emanuele ingiunge al generale Puntoni: «Mussolini deve essere arrestato fuori di casa mia». Dubbi dovuti alle pressioni della regina Elena, preoccupata di salvaguardare l’etichetta di corte, o al timore dello stesso re che l’arresto, in caso di reazione violenta, desse luogo a una «più o meno accidentale soppressione» del duce? Quando Frignani entra «nella villa dall’ingresso secondario a levante, per prendere gli ultimi accordi col Ministro della Real Casa e con gli altri interessati all’azione», come riferisce Vigneri nel suo rapporto ritorna «dagli ufficiali dopo una decina di minuti, seccato e contrariato. “L’arresto non si farà più”, dice ai due capitani. “Sua Maestà non vuole che avvenga nell’interno della villa. Ho insistito con il duca Acquarone perché convinca il Re della necessità di eseguirlo subito”. Poi deciso e risoluto aggiunge: “Noi, in ogni caso, lo arresteremo ugualmente”». «Frignani – prosegue la relazione di Vigneri – […] torna a portarsi all’interno della villa con il proposito di premere sul duca Acquarone per ottenere la decisione».

Vigneri assieme ad Aversa attende fuori dalla villa il proprio comandante Frignani: «Passano minuti interminabili». Poi questi esce e comunica ai due che il re ha deciso di dare il via libera all’operazione. Attorno alle 17, l’Alfa Romeo con a bordo il capo del fascismo varca i cancelli di Villa Savoia e percorre il viale alberato. La scorta resta all’esterno della residenza.

Il colloquio dura in tutto venti minuti e il re informa Mussolini che Badoglio assumerà al suo posto la carica di capo del governo, poi lo accompagna al pianerottolo che sovrasta la scalinata di accesso alla villa.

Le sorprese per il duce non sono terminate. Scese le scale, si imbatte nel capitano Vigneri e nel collega Aversa. Alle loro spalle i tre vicebrigadieri. I due ufficiali gli parano il passo e Vigneri lo costringe a salire sull’ambulanza. Qualche metro indietro Frignani assiste alla scena. Mussolini lo considererà il suo nemico giurato. Dopo l’8 settembre, tornato in libertà, metterà subito una taglia sull’ufficiale romagnolo. Frignani diventerà uno dei capi della resistenza militare, ma finirà nel carcere di via Tasso, con tanto di telegramma di congratulazioni del duce, che ringrazierà Kappler e le SS mettendo a disposizione i vini della sua cantina di Villa Torlonia. Verrà ucciso il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine, gridando prima di essere abbattuto “Viva l’Italia!”

 

Fonte
Pubblicato su la Repubblica, 25 luglio 2025.
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Mario Avagliano
  • Pubblicato in Articoli

L’Italia dei 335 martiri: le biografie di chi fu ucciso alle Fosse Ardeatine

di Aldo Cazzullo

«Che cosa sarà di noi? Questa è la tragica domanda che mi rivolgo». Così scrive dal carcere nazista di via Tasso in un biglietto clandestino alla moglie Giovanni Frignani, uno dei carabinieri che il 25 luglio 1943 avevano arrestato Mussolini. Dopo l’armistizio Frignani era entrato nella Resistenza, ma all’inizio del 1944 cadde nelle mani della Gestapo, fu più volte torturato e qualche giorno prima del suo quarantasettesimo compleanno, il 24 marzo 1944, ucciso alle Fosse Ardeatine.

In quella cava di pozzolana alle porte di Roma, all’inizio della fosca primavera del 1944, vengono uccise 335 persone. Una sequenza di colpi di pistola sparati alla testa, che fanno cadere le vittime sul cumulo dei cadaveri di coloro che le hanno precedute, nel buio umido e profondo di un anfratto di cui verrà fatto esplodere l’ingresso. È la più grande strage compiuta dai nazisti in un’area metropolitana, di cui tra qualche giorno ricorre l’ottantesimo anniversario. Ma nonostante la portata storica di quel tragico fatto, la vicenda personale di gran parte delle vittime si è persa nel tempo. Tre dei 335 martiri sono addirittura ancora ignoti. Molti altri sono poco più di un nome.

A riparare a questo vuoto ora è un libro bellissimo degli storici Mario Avagliano e Marco Palmieri, Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine, in uscita domani da Einaudi, con un sottotitolo significativo:Le storie delle vittime dell’eccidio simbolo della Resistenza . Un libro che si presenta come una sorta di Spoon River italiana che ricostruisce la biografia di tutte le vittime. Un risarcimento morale per questi italiani finora in larga parte sconosciuti (a parte qualche eccezione, come l’eroico colonnello Giuseppe Montezemolo, capo della Resistenza militare, la cui biografia era stata raccontata dallo stesso Avagliano). Gli autori hanno lavorato su lettere, diari, interviste ai parenti, documenti di archivio presso l’ufficio storico della polizia, il Casellario politico centrale, il Museo storico della Liberazione, l’Anfim, l’associazione dei familiari, gli incartamenti del processo Kappler e dei processi ai fascisti nel dopoguerra.

Dalle storie individuali emerge un microcosmo altamente rappresentativo della storia del tempo, dando uno spaccato dell’identità italiana dal punto di vista geografico (i martiri sono di 18 regioni, 6 nati all’estero e 9 stranieri), sociale (tutti i ceti, i livelli di istruzione e le condizioni economiche, lavorative e professionali), generazionale (dai 32 giovanissimi tra i 15 e i 21 anni fino ai 15 ultrasessantenni), religioso (cattolici, ebrei, evangelici e atei), militare (una quarantina di ufficiali di tutte le armi, veterani della Grande guerra e giovani volontari delle campagne più recenti). Ma soprattutto politico: le vittime sono rappresentative di tutte le anime che partecipano alla Resistenza. Si va dagli oppositori di vecchia data rimasti fedeli alle proprie idee durante il ventennio, come il professore azionista Pilo Albertelli, originario di Parma, il ferroviere socialista Armando Bussi o il comunista sardo Sisinnio Mocci, reduce delle Brigate Garibaldi in Spagna, a coloro che maturano la scelta solo dopo l’armistizio. L’avvocato Alberto Fantacone in una lettera alla moglie scrive: «Cerca di confortarti perché del resto sono dentro non per aver commesso qualche grave reato ma per aver aderito a qualche cosa che rappresenta un ideale a cui dovrebbero aderire tutti gl’italiani, degni di questo nome».

Una quota significativa delle vittime è costituita da militari che rifiutano di aderire alla Rsi, spesso in nome alla fedeltà alla monarchia, e scampano al destino da Internati militari. Il Fronte militare clandestino di Montezemolo conta almeno 42 vittime alle Fosse Ardeatine e ha un ruolo fondamentale nella Resistenza a Roma. E numerosi sono anche i membri delle forze dell’ordine, in particolare carabinieri e poliziotti, come il tenente colonnello dei carabinieri Manfredi Talamo, che durante la guerra aveva trafugato il Black Code, il codice segreto di trasmissione degli Alleati, e il poliziotto Maurizio Giglio, figlio di un funzionario dell’Ovra, che mette su un’efficientissima organizzazione di intelligence, Radio Vittoria, collaborando con i socialisti Giuliano Vassalli e Sandro Pertini. Numerosi sono anche i giovanissimi nati e cresciuti nella temperie culturale del regime alla quale si ribellano, come lo studente cattolico comunista Romualdo Chiesa e diversi giovani operai dei quartieri popolari di Roma, da Centocelle a Pigneto e Tor Pignattara. Di contro, ci sono anche fascisti che in precedenza avevano avuto ruoli importanti, tra cui un podestà arrestato per aver aiutato e nascosto soldati alleati e l’ex sottosegretario di Mussolini, Aldo Finzi, che aveva fondato una banda partigiana a Palestrina.

Lo spirito che li anima è sintetizzato da quanto si legge in un biglietto a matita ritrovato in tasca a una delle vittime, scelto da Avagliano e Palmieri come dedica del libro: «Sono Italiano e mi vanto di appartenere alla Nazione più bella del mondo, a questa bella Italia così martoriata! Se non dobbiamo più rivederci ricordate che avete avuto un figlio che ha dato sorridendo la sua vita per la Patria guardando in viso i carnefici!».

La particolarità della strage delle Fosse Ardeatine è che essa parla non solo della Resistenza ma anche della storia degli ebrei, prima perseguitati nell’Italia delle leggi razziali e poi braccati per essere portati a morire nei campi di sterminio (75 vittime, di cu 66 iscritti alla comunità ebraica di Roma e altri iscritti ad altre comunità o stranieri). Tra le varie storie, spicca quella della famiglia Di Consiglio. Il 21 marzo 1944, tre giorni prima dell’eccidio, le SS arrestano su delazione di un italiano quattordici componenti della famiglia Di Consiglio e quattro componenti della famiglia Di Castro. Sei maschi della famiglia Di Consiglio, tutti nati a Roma, più Angelo Di Castro, con loro imparentato, vengono uccisi alle Fosse Ardeatine, le donne e i bambini vengono deportati, via Fossoli, ad Auschwitz e nessuno di loro tornerà a casa.

Un punto d’osservazione sacrosanto, quello proposto da Avagliano e Palmieri, che ha anche il merito di riportare in piena luce le responsabilità della strage, che certamente sono dei nazisti, nel quadro del loro articolato e sanguinario sistema d’occupazione che in Italia costa la vita a più di 23 mila persone, tra cui molte donne e bambini, vittime inermi di atti violenti, stragi ed eccidi, ma coinvolgono direttamente anche i fascisti della Rsi. La Questura di Roma, come è noto, partecipa attivamente alla selezione delle vittime, contribuendo a raggiungere il numero stabilito ma, come evidenziano gli autori, la metà delle vittime è arrestata da italiani, autonomamente o in collaborazione con i tedeschi come basisti, infiltrati, spie o esecutori materiali del fermo, anche grazie a una estesa rete di delatori prezzolati, pronti a vendere ebrei e patrioti (rispettivamente 101 arrestati in autonomia e 69 insieme ai tedeschi). E le biografie ci raccontano anche il clima di terrore delle prigioni naziste e fasciste, le torture e le violenze subite dalle vittime, alle quali pure c’era chi reagiva con grande coraggio e ironia, come il generale Sabato Martelli Castaldi, di Cava de’ Tirreni, rinchiuso a via Tasso, che in un messaggio clandestino alla moglie rivela: «Penso la sera in cui mi dettero 24 nerbate sotto la pianta dei piedi, nonché varie scudisciate in parti molli, e cazzotti di vario genere. Io non ho dato loro la soddisfazione di un lamento, solo alla 24ª nerbata risposi con un pernacchione che fece restare i manigoldi come tre autentici fessi».

(Corriere della Sera, 18 marzo 2024)

 

In un libro le 335 'vite spezzate' delle Fosse Ardeatine

di Gabriele Le Moli

 

Militari, membri della resistenza, oppositori storici del fascismo. Esponenti politici di tutti i partiti dell'arco resistenziale. Uomini di tutte le età e fedi religiose, di tutte le provenienze geografiche e di tutti i ceti sociali e di ogni livello di istruzione: aristocratici, borghesi, alti ufficiali, ma anche e soprattutto tante persone comuni: macellai, impiegati, contadini, liberi professionisti. Sono le 335 vittime dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, di cui solo pochi giorni fa è stato celebrato l'80/o anniversario, e di cui per la prima volta, in maniera sistematica, vengono ricostruite e proposte le biografie complete. E' il merito dell'ultima fatica della coppia di storici Mario Avagliano e Marco Palmieri, che hanno pubblicato con Einaudi il volume "Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine. Le storie delle 335 vittime dell'eccidio simbolo della Resistenza".

La strage, compiuta dai nazisti il 24 marzo del 1944 sotto il comando del capo delle SS di Roma Herbert Kappler, come rappresaglia per l'attacco partigiano di via Rasella che era costato la vita a 33 militari tedeschi, è una delle pagine storiche più famose e presenti nell'immaginario collettivo del Paese. Per la prima volta Avagliano e Palmieri si sono assunti in maniera completa, esaustiva e metodica, il dovere di riportare alla memoria le vite e le storie di tutti i martiri dell'eccidio, dai più noti a coloro che per anni sono stati sepolti nell'oblio.

Il loro lavoro, condotto attraverso una minuziosa ricerca delle fonti, dai diari e lettere dei martiri, dei loro familiari o dei compagni di lotta, alle carte di polizia, le schede carcerarie, i documenti e relazioni dei partiti e dei movimenti di appartenenza, ma anche le schede utilizzate per il riconoscimento dei corpi, gli incartamenti del processo Kappler, le memorie postume e un costante contatto con le famiglie, fornisce così un ritratto complessivo di quello che lo storico Alessandro Portelli ha definito "un vero e proprio spaccato geografico, politico, sociale dell'identità nazionale italiana".

I tentativi di dare un volto e un nome ai martiri di quell'eccidio, in effetti, cominciarono fin da subito, grazie all'impegno di Attilio Ascarelli, il medico che per primo ebbe il compito di esumare ed identificare le salme e che lasciò un corposo fascicolo intitolato "Breve biografia dei 320, con 291 schede biografiche". Negli anni a seguire, però, questo primo volenteroso spunto di ricerca non ebbe il necessario seguito, disperdendosi in una variegata produzione storiografica, dedicata spesso ad approfondire solo singoli aspetti o singoli protagonisti di quel periodo storico.

Alcuni di essi, come il colonnello Giuseppe Montezemolo (capo del fronte militare clandestino e protagonista del colpo di stato del 25 luglio del 1943), hanno ricevuto il massimo risalto, e lo stesso Avagliano gli ha dedicato una monografica, così come al suo concittadino Sabato Martelli Castaldi. Nomi altrettanto noti sono quelli dei carabinieri Giovanni Frignani e Raffaele Aversa, che parteciparono all'arresto del Duce e furono fra le colonne della "banda Caruso". Approfondite schede biografiche erano presenti anche in un volume degli esordi dello stesso Avagliano, "Muoio innocente", dedicato alle lettere dei condannati a morte della resistenza romana.

Nel dopoguerra molti di essi hanno ricevuto i più disparati riconoscimenti: in ogni parte d'Italia ad alcuni di loro sono state intitolate strade, scuole, caserme e parchi. Presso i loro luoghi di nascita, di residenza o di lavoro sono state apposte targhe e pietre d'inciampo. Alcuni sono stati insigniti di medaglie (35 d'oro, 25 d'argento e 4 di bronzo al valor militare, più una medaglia d'oro e una d'argento al merito civile) o croci al merito. Altrettanto numerosi sono però i "senza nome", le persone comuni, accomunate con i più illustri personaggi dalla tragica fine per mano dei nazifascisti, ma sulle quali erano disponibili informazioni limitatissime o quasi nulle, e che ora trovano visibilità. 

(Ansa, 27 marzo 2024)

 

Fascismo, non è stato un gioco

di Diego Gabutti

Banalizzare (come si dice) il fascismo è stato sempre uno sport molto praticato in Italia. Mussolini «buonuomo», gli antifascisti «in villeggiatura» alle isole, i gerarchi in pantofole, la dittatura mite e generosa, la bonifica delle paludi, la Treccani, giusto un po' d'antisemitismo (ma indulgente, mica come a Berlino). Non si capiva, in fondo, perché gli oppositori del regime andassero esuli all'estero. Potevano restarsene tranquillamente anche qui, pacifici, indisturbati, persino un po' riveriti.

Coccolati da Primato, cari ai frondisti come Leo Longanesi e Indro Montanelli, e in fondo simpatici anche allo stesso Dux, gli antifascisti avrebbero potuto essere l'ala democratica (diciamo così) del regime se soltanto fossero stati meno cocciuti. Un po' come oggi, sotto la stella cometa del governo meloniano, quando il neofascismo («onore al Msi», commemora la seconda carica dello Stato) è stato trasformato dal voto popolare (il 26% del 55% dell'elettorato) nell'ala littoria della democrazia.

Per lo più il fascismo è caramellato e farcito d'uvetta da storici e memorialisti, che ridacchiano, beffeggianti ma ammirati, del Duce a cavallo che brandisce la Spada dell'Islam, del Duce aviatore e sciatore, del Duce che si molleggia con i pugni sui fianchi nella gabbia Non è bello né sano che oggi, dopo ottant'anni di racconto storico assolutorio e banalizzante, ci tocchi anche un governo banalizzatore che con il fascismo storico c'entrerà magari poco, anzi niente, ma che del neofascismo non è solo una parodia ma l'erede diretto, come Articolo 1 e Sinistra italiana del comunismo del leone, del Duce armato di falce e a torso nudo che partecipa alla battaglia del grano, del Duce giocatore di bocce.

Raccontato così, deriso e rimpianto insieme nei memoir dei giornalisti e dei diplomatici più compromessi, filtrato attraverso le mattane dei legionari fiumani, tutto tele futuriste e telefoni bianchi, il fascismo diventa uno scherzo e gli oppositori degli zucconi che non capiscono la barzelletta. Ci sono libri scanzonati sui rapporti al Duce dell'Ovra, la polizia politica. Si possono leggere libri leggeri e goliardici sulle imprese erotiche di Mascellone nella Sala del Mappamondo. Gli si accreditano opinioni antinaziste ((pando c'era tutt'al più dell'invidia per la bella presenza delle SS, alte e marziali, dalla divisa impeccabile, mentre a lui toccavano militi «brevilinei», sgualciti e pelandroni). Passa per libertario, addirittura per «auto-mormoratore», se non per antifascista occulto: l'idea generale è che il fascismo non sia colpa sua ma degl'italiani, «ingovernabili», «indisciplinati», eterni bambini. Straparlano così, da ottant'anni in qua, intere biblioteche.

Rare se non rarissime le eccezioni: tra i titoli recenti Il caso Mussolini (Neri Pozza 2022) di Maurizio Serra, la biografia di Giovanni Gentile (Il filosofo in camicia nera, Mondadori 2021) di Mimmo Franzinelli, il Mussolini capobanda (Mondadori, 2022) di Aldo Cazzullo e questo Il dissenso al fascismo di Mario Avagliano e Marco Palmieri, storici accurati delle zone in ombra dell'Italia nella prima metà del secolo. Mentre non c'è storia del fascismo, dei suoi Guf, delle sue disfatte militari, dei suoi slogan ridicoli, dei suoi ras, del suo Minculpop, delle sue Opere Balilla, dei suoi gerarchi, dei suoi architetti e trasvolatori, delle sue donne fertili, dei suoi squadristi in orbace o in doppiopetto che non abbia al centro qualche grand'uomo a pancia in dentro e petto in fuori, Avagliano e Palmieri in tutti i loro libri si sono invece sempre occupati di cose che contano e di persone vere.

Negli anni, hanno raccontato la storia delle leggi razziali e dell'antisemitismo fascista, dello sbarco alleato, dei soldati al fronte, della resistenza disarmata dei militari italiani internati nei lager tedeschi per non essersi arruolati nei ranghi di Salò, dei primi anni del secondo dopoguerra, della resistenza allo stalinismo nel 1948. Qui, con Il dissenso al fascismo, si occupano dei dissidenti — gli antifascisti che, tra la proclamazione della dittatura nel 1925 e la caduta del fascismo nel 1943, cercarono d'opporsi al regime e ne furono perseguitati. A fermarli non fu il «consenso» di cui godeva il fascismo, come raccontano gli storici compiacenti, ma il terrore scatenato dal regime contro l'opposizione in qualsiasi forma, dal partito liberale a quello socialcomunista, dai Testimoni di Geova ai boy-scout.

Tutt'altro che caramellosa, niente canditi, zero uvetta, la storia della repressione negli anni del fascismo è la storia d'un regime criminale, assassino, feroce. Non è vero che Hitler e Stalin fossero peggio di Mussolini soltanto perché fecero peggio di lui. Mussolini ha fatto quel che ha potuto coni mezzi e il materiale umano che aveva. Se solo ne avesse avuto i mezzi, il vantaggio e l'occasione, non avrebbe certo indietreggiato di fronte al genocidio, come infatti dimostrarono le leggi razziali del 1938 che gettarono in pasto ai cannibali migliaia d'ebrei. Qualunque cosa se ne legga nei libri così spiritosi di Leo Longanesi, nelle Storie d'Italia di Montanelli o nelle biografie di Filippo Tommaso Marinetti, di Giuseppe Bottai e di Berto Ricci, un antisemita rabbioso che Montanelli definiva «un anarchico» e «un idealista», il fascismo non fu affatto uno scherzo né un intermezzo piacevole: eravamo ragazzi, c'era l'avventura dell'impero, giovinezza, giovinezza.

A decine di migliaia d'italiani (molti dei quali lasciarono clandestinamente il paese poiché anche l'espatrio era diventato un reato, com'era reato raccontare barzellette sull'Uomo della Provvidenza o criticare per una qualsiasi ragione il regime) non era sembrato divertente farsi purgare e randellare dalla feccia della società nazionale. Decine di migliaia d'italiani finirono in galera, al confino, in manicomio, stipati nelle isole che la stampa internazionale descriveva realisticamente come «Siberia e Cayenna italiane». Ci furono centinaia di suicidi, la maggioranza dei quali soltanto tra virgolette: malnutriti, torturati con le tecniche più efferate, talvolta persino violentati (come raccontano Avagliano e Palmieri) dalle stesse guardie carcerarie, gl'internati antifascisti morivano come mosche, assassinati senza che i loro aguzzini fossero chiamati a risponderne.

Avagliano e Palmieri scavano in una vasta costellazione di piccole storie che finiscono male, malissimo, bene, mai benissimo. Storie d'avvocati, d'operai, di calzolai, d'ingegneri espulsi dall'ordine, di studenti e insegnanti, di sacerdoti, di donne e uomini che il fascismo ha imprigionato, torturato, oltraggiato, ucciso. «No, non è terrore, è appena rigore», spiegò Mussolini alla Camera il 26 maggio 1927. «Terrorismo? Nemmeno; è igiene sociale, profilassi nazionale, si levano dalla circolazione questi individui come un medico toglie dalla circolazione un infetto» Erano discorsi da teppista, i soli che gli si addicessero. Stalin e Hitler dicevano esattamente le stesse cose.

Come ci ricordano Avagliano e Palmieri, è di questo che si parla quando si parla di fascismo. Sul dissenso e la resistenza al fascismo è stata fondata la repubblica, che per quanto imperfetta è sempre meglio di qualunque regime. Non è bello né sano che oggi, dopo ottant'anni di racconto storico assolutorio e banalizzante, ci tocchi anche un governo banalizzatore che con il fascismo storico c'entrerà magari poco, anzi niente, ma che del neofascismo non è solo una parodia ma l'erede diretto, come Articolo 1 e Sinistra italiana del comunismo. C'era Mario Draghi a Palazzo Chigi e adesso guardateci. 

(Italia Oggi, 31 dicembre 2022)

Le barzellette su Mussolini raccontano il dissenso nascosto

di Mario Avagliano e Marco Palmieri

 

La campagna elettorale per le elezioni politiche che si è appena conclusa ha avuto un nuovo protagonista indiscusso: i meme. Il sarcasmo, infatti, al giorno d’oggi viaggia veloce e senza confini sui social network. E per questo i meme sono diventati una cosa seria, poiché hanno assunto un peso specifico assai rilevante nella ridefinizione della geografia politica del consenso: non c’è candidato, leader o esponente istituzionale che possa sfuggire all’ironia puntuta, irriverente, dissacrante e soprattutto contagiosa delle immagini divertenti che gli utenti della rete producono, anche in modo spontaneo, e che si diffondono con una viralità mai vista prima.

Se lo strumento (la rete e i social) e le potenzialità di circolazione e diffusione sono senza precedenti, ciò che invece non è affatto nuovo è il ruolo della satira e dello sbeffeggiamento che, in presenza di situazioni in cui la libertà d’espressione è limitata o non ammessa del tutto, assumono anche la valenza di potente mezzo di opposizione, di resistenza, di dissenso. Tant’è vero che sono oggetto di feroce di repressione.

In Italia, ad esempio, ci fu una vivace fioritura di meme ante litteram durante il ventennio fascista. Un’ironia sotterranea, che circolava segretamente, strappando un sorriso e aprendo in questo modo qualche crepa nella cappa oppressiva che il regime fece scendere sul paese mettendo fuori legge e punendo severamente qualsiasi forma d’opposizione, ma anche di semplice dissenso non organizzato e non politico, bensì spontaneo.

A una ricostruzione dettagliata di questo fenomeno è dedicato un intero gustoso capitolo del nostro ultimo libro “Il dissenso al fascismo. Gli italiani che si ribellarono a Mussolini 1925-1943”, appena pubblicato da Il Mulino, che - come ha affermato la storica Simona Colarizi - ricostruisce finalmente in modo completo la storia degli oppositori a quel regime, raccontando sia le vicende dei militanti politici noti, come Gramsci, Pertini e Sturzo, sia di quelli sconosciuti: operai, casalinghe, contadini, impiegati protagonisti di scioperi, proteste, scritte murali, atti di critica al fascismo ma anche di barzellette, epigrammi, storielle sarcastiche, motti di spirito, storpiatura degli slogan e parodia delle canzoni fasciste e della retorica ufficiale.

Così, ad esempio, vi si legge la storiella di Mussolini che va in visita a un manicomio e passa in rassegna i malati che applaudono convinti tranne l’ultimo della fila, il quale quando gli viene chiesto perché non batte le mani risponde di essere infermiere e non matto. E ancora: «sulla tomba della madre del Duce hanno messo quattro soldati di guardia. Lo sai perché? Per evitare che risorga e faccia un altro Duce»; «Hai la foto del Duce in tasca? No. Ma allora dove sputi».

La memoria collettiva del fascismo, in effetti, nel dopoguerra prende una strana piega, sedimentando il ricordo di un regime risibile, di rituali e liturgie grottesche e pratiche ridicole, che contribuisce a oscurare il ricordo della pratiche repressive feroci, della brutale privazione della libertà e del soffocamento di ogni forma di dissenso e opposizione. A ben guardare un fondamento di questa incredibile evoluzione si può cercare proprio in questa fioritura di battute e di sarcasmo. Sotto la dittatura, però, il ruolo dell’ironia fu importante, poiché nel quadro della pressoché totale impossibilità di manifestare il dissenso, queste freddure andarono a scalfire la pretesa sacralità del fascismo e del duce, il suo mito e quindi la pretesa dedizione assoluta alla causa e al pensiero unico. Un flusso che la polizia politica, come dimostrano le carte relative alle indagini per ricercare chi le crea o semplicemente le racconta, faticò a contenere e a interrompere.

Fermo restando il fenomeno della diffusione di una comicità e di una ironia fine a sé stessa, mettere in circolo barzellette, storielle e battute e lasciarsi andare a una risata di fronte ad esse rappresentarono uno sfogo e una reazione all’oppressione del regime, alle difficoltà della vita quotidiana e alla povertà della vita intellettuale al di fuori dai canoni consentiti. Tant’è vero che nel 1938 Giuseppe Bottai, ministro dell’Educazione nazionale, annotò nel suo diario che circolavano «barzellette a josa. Fioriscono ai margini della disciplina cieca e muta».

A grandi linee, nel fenomeno si può anche rintracciare una tendenza generale: barzellette, battute e parodie su Mussolini, i gerarchi e il fascismo, tra i ceti popolari, avevano più spesso il retrogusto di una critica sincera e sentita, portata avanti nonostante i rischi di denuncia. Tra i ceti medio-alti, invece, rispondevano più di frequente al mero spirito di divertissement, che non intaccava la sostanziale adesione al fascismo e al mito del duce.

La polizia politica mise sotto torchio coloro i quali venivano sorpresi a raccontare storielle ironiche contro il duce e il regime, nel difficilissimo intento di risalire a chi le aveva create. Così il prefetto di Sassari nel 1932 denunciò un tale che in pubblico chiese: «Sapete quale è la differenza tra il Popolo d’Italia e Mussolini? La differenza è che Mussolini ha i pieni poteri, ed il popolo d’Italia ne ha i coglioni pieni». Quello di Forlì invece nel 1934 diffidò un uomo che in un albergo di Riccione andava raccontando che «Hitler ha i baffi rossi perché Mussolini ha le emorroidi». L’anno seguente una barberia romana attirò l’attenzione delle autorità per essere una sorta di covo di satira antifascista: «Il Duce chiamò a sé un Accademico d’Italia per chiedergli di sostituire nel vocabolario italiano la parola culo. Dopo alcuni giorni l’Accademico tornò a Lui per riferirgli che aveva trovato la nuova parola. Il nuovo vocabolo sarebbe stato comprensione. Il Duce si meravigliò e disse: che c’entra questa parola? L’Accademico rispose: come? Ce lo ha insegnato Lei stesso quando in un discorso disse che il Fascismo era entrato nella comprensione del Popolo Italiano».

Un filone molto gettonato era quello di prendere di mira corruzioni e ruberie che abbondavano tra le gerarchie del regime. Ne è un esempio la barzelletta allusiva riferita da un rapporto del prefetto di Milano a fine 1934, raccontata sempre da un barbiere, ma all’uomo sbagliato, un fiduciario fascista che prontamente sporse denuncia: «Mussolini si recò un giorno da un dentista per farsi estirpare un dente che gli faceva male. Dopo l’operazione chiese quanto doveva ed il dentista pretese la somma di lire mille. Mussolini protestò per il caro prezzo, ma, poi, finì col pagare; però, nel consegnare il denaro, disse: “Queste sono le mille lire, ma guardi che sono rubate”. Il dentista rispose: “Non ne dubito”». «Una volta – recitava un’altra storiella sarcastica – un operaio comprò della frutta, ma essendosi accorto che era stata avvolta in un giornale dove vi era l’effige del Duce, disse di cambiare la carta altrimenti si mangiava anche la frutta».

Anche le sigle, tanto diffuse sotto il regime, erano terra fertile per far proliferare l’ironia: Pnf diventò «Per Necessità Familiare» o anche «Pane Nostro Fatigato» e per i fascisti doc «Per Niente Fare» oppure «Preparazione Nostri Furti», mentre Mvsn venne tradotta in Mai Visto Sudare Nessuno, Gil in Gioventù Incretinita del littorio». E a Roma c’è chi inventa una nuova interpretazione dell’S.P.Q.R. letto per diritto e per rovescio, riferita ai gerarchi fascisti: «-Signori Podestà, Quanto Rubate? E quelli rispondevano con fascistica imperiosità: – Rubiamo Quanto Possiamo. Silenzio!».

Tuttavia, a conferma che barzellette e storielle dietro l’ironia celavano solide verità, si metteva alla berlina anche la mancanza di coraggio del popolo italiano: «In casa: – Accidenti a quel ladro di Mussolini! Morte a tutti quei filibustieri fascisti! Fuori di casa: – Viva il duce! Viva il fascismo». O la sua intelligenza, come nel seguente epigramma: «Povero popolo, / quanto sei bravo! / Farti suo schiavo / può un fanfarone / che da un balcone / ti sa incantare; / se fa il giullare / con le parate, / le smargiassate, / tu corri appresso... / Povero popolo, / quanto sei fesso!»

(Il Domani, 5 novembre 2022)

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Prefazione alla raccolta di Tommaso Avagliano, "Torna domani, inverno" (Marlin editore, 2022)

Mario Avagliano

Dal terrazzo fiorito della casa di mio padre Tommaso Avagliano, che sorge a Sant’Arcangelo, una frazione di Cava de’ Tirreni incastonata sotto la mole imponente di Monte Finestra, si intravede un lembo di mare della Costiera Amalfitana, che lui amava con ardore. Era la casa di famiglia del padre Mario (di cui porto il nome) e sovrastava la stalla e la bottega citate nei versi di alcune poesie di questa raccolta.

Il comodino accanto al letto di mio padre è ancora ingombro di libri e di fogli. Fino al 21 settembre, giorno della sua morte, c’era anche un volume de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, «odoroso d’inchiostro e di vita», ancora con la copertina nera del V ginnasio, consumata dalla lettura, che lui stesso ha chiesto a mia madre Lia di portare con sé nel suo ultimo viaggio (vedi i versi della poesia Testamento).

Accatastati l’uno sull’altro, trovo La luna e i falò di Cesare Pavese, le poesie di Catullo e diversi quaderni dei tempi in cui insegnava nelle scuole statali, dove scopro con commozione che nel corso degli anni ha pazientemente appuntato a mano liriche di vari poeti, dai classici greci e latini a Ungaretti e D’Annunzio, da Sinisgalli a Puskin, da Emily Dickinson a Rilke, da Salvatore Di Giacomo a Trilussa. Liriche che spesso recitava a memoria.

La poesia batteva nel suo cuore fin dai banchi del ginnasio. Ci raccontava che da ragazzo, non appena racimolava qualche soldo, invece di spenderlo in «cose futili», dalle sigarette alle bibite e ai gelati, come facevano tanti suoi amici, acquistava romanzi e libri di poesia che divorava in notti arse di passione per la letteratura. Era quello il suo «divertimento».

Non che disdegnasse la vita. Aveva una moto Bianchi con la quale faceva allegre scorribande in Costiera, si atteggiava un po’ a James Dean de noantri (era il suo mito), con i capelli tirati indietro e imbrillantinati, adorava Marilyn Monroe, l’abatino Gianni Rivera e i fumetti di Tex Willer, e più tardi i film in bianco e nero dell’America degli anni Quaranta e Cinquanta e quelli del neorealismo e di Totò, Peppino e Aldo Fabrizi (Miseria e nobiltà su tutti), le canzoni napoletane di Salvatore Di Giacomo (Era di maggio la sua preferita, che ha voluto alla cerimonia funebre) e lo sport, in particolare Valentino Rossi, il ciclismo (tifava per Moser e poi per Pantani) e la Ferrari. Ma ciò che più gli faceva perdere la testa erano i versi di un poeta, un romanzo, un dipinto, un’anticaglia.

La sua casa è affollata di queste sue passioni. Ogni centimetro di muro e ogni tavolino, sgabello, comò, scaffale, mensola, vetrina sono occupati da libri, immagini dei familiari o dei poeti o scrittori amati, sculture, oggetti di antiquariato o di ceramica vietrese d’antan, acquerelli, incisioni, dipinti ad olio e ritagli di giornale, in particolare del “Corriere della sera”, che acquistava e leggeva fin da ragazzo. Ogni centimetro della sua casa trasuda di Tommaso Avagliano.

Nel corso della sua vita, oltre ad insegnare (e lo faceva con severità ma soprattutto con grande generosità verso i suoi alunni), ha coltivato il suo amore per le arti. È stato gallerista, giornalista, uomo di cultura, fondatore della prima sezione di Italia Nostra della sua città, fondatore e direttore della casa editrice omonima e poi con mio fratello Sante della casa editrice Marlin, ha scritto o curato una ventina di libri, collaborato a numerosi quotidiani e periodici nazionali e locali.

Ma al di là di questo, mio padre si considerava prima di tutto un poeta. «Ho scritto la mia prima poesia a quattordici o quindici anni» per il giornale della scuola “Caleidoscopio”, ha annotato su un foglio tra le sue carte, risalente al 2014. «Si può immaginare la mia delusione quando mi fu riferito che il comitato di redazione l’aveva cestinata, giudicandola troppo ben fatta per essere farina del mio sacco».

Nelle cartelle conservate nel suo studio le prime poesie sono del 1958, quando aveva appena 18 anni, e ha continuato a scrivere liriche per tutta la sua vita. Non a caso nel testo del manifesto di lutto, che lui stesso ha lasciato ai familiari, la parola «poeta» figura al primo posto, prima di «scrittore» ed «editore». E tra i fogli sparsi sul suo comodino, abbiamo trovato un’ultima versione in dialetto napoletano de L’Infinito di Giacomo Leopardi, datata 6 settembre 2021, tre giorni prima del suo ricovero in ospedale.

Nel suo lascito testamentario ha voluto come epigrafe i versi di un poeta greco anonimo («Piangimi di un pianto breve, nato dal segreto del cuore. Dimmi una tua parola tenera. Di me ricorda, quando con me più non sarà la vita») e ha chiesto alla famiglia di pubblicare la raccolta completa delle sue poesie in lingua italiana, a cui da tempo stava lavorando, ma non in modo organico.

Non è stato un compito facile selezionarle e organizzarle, sia perché alcune sono incomplete, sia perché di qualche lirica (per fortuna poche) l’autore aveva proposto più versioni. Le cartelle di lavoro testimoniano l’intensa attività poetica di Tommaso Avagliano, che un po’ artigiano un po’ musicista cesellava i suoi versi ragionando a lungo sul suono segreto di ogni parola (nelle bozze si trovano minuziosi elenchi di aggettivi e sostantivi), provando varie alternative, anche a distanza di anni. Non di tutte le poesie è stato possibile rintracciare la datazione, ma ovviamente questo poco toglie alla lettura. In qualche caso il testo è stato da lui mutato o integrato anche dopo trenta-quaranta anni, come è avvenuto per Orme, a cui ha lavorato fino alle ultime settimane della sua vita.

Per alcune sezioni della raccolta (come Familiaria, Stagioni ed Epigrammi) Tommaso Avagliano ha lasciato una schema di organizzazione abbastanza definito. Per le altre sezioni, ho seguito discrezionalmente un criterio tematico/emozionale, ad eccezione delle poesie giovanili, che sono in appendice, per le quali ho adottato un criterio cronologico. Per alcune poesie il titolo è il medesimo e in questo caso ho aggiunto un numero progressivo per distinguerle.

Buona parte delle poesie di questa raccolta è inedita, ad eccezione di quelle comprese nei volumi Poesie a Lil (1964) e In un’ora di luce (1990), peraltro stampati fuori commercio e ormai introvabili. Le liriche in dialetto napoletano sono invece raccolte nel volume Tra veglia e suonno del 2005. Una sezione della raccolta è dedicata agli “esercizi di traduzione” di poeti classici greci e latini, tratti in gran parte dal volume Giornale di viaggio del 1987.

Dalle cartelle di lavoro dell’autore sono state tratte anche alcune poesie non rientranti nella sua selezione o perché scritte su fogli volanti ritrovati in mezzo ai suoi appunti, e probabilmente da lui stesso dimenticate, o perché in fase di stesura finale, ma assai potenti per il loro afflato lirico.

Nelle poesie di Tommaso Avagliano emerge con forza l’attaccamento alle sue radici cittadine e familiari. Era innamorato di Cava de’ Tirreni, ma non prigioniero del suo “provincialismo”. I suoi versi infatti trattano i temi universali della formazione adolescenziale, dell’amore per la moglie Lia, i figli, i genitori, i nonni, dell’amicizia, del tradimento, della natura, della bellezza, del paesaggio, dell’arte, toccando anche la storia e l’attualità, dalla Primavera di Praga alla guerra in Afghanistan e all’ascesa di Silvio Berlusconi.

E già ventenne riflette sulla morte, a cui dedicherà svariate liriche. Aveva perso la madre Anna – alla quale, assieme al padre, è dedicata questa raccolta – all’età di 7 anni e soffrirà questo vulnus durante tutta la sua esistenza, come attestano i suoi versi: «Oh madre, dove sei? / Perché tardi tanto a venire? / Eppure / mi sei vicina, lo sento: / non puoi / avermi lasciato per sempre».

«Fresche e leggere di colori come acquerelli sono in gran parte queste poesie brevi – osserva lui stesso in un appunto recentissimo –, scritte in vari periodi della mia vita, accanto ad altre di maggior peso e consistenza, paragonabili, per rimanere in metafora, ai dipinti ad olio nell’opera di un pittore. Non tutte però brillano come gocce di rugiada al sole, e qualcuna tende addirittura al grigio o al fosco. Ma pazienza, non si può essere sempre lieti e sereni quando si mette penna in carta. Mi è sembrato che, tutte assieme, possano dare testimonianza di un lavorio poetico al quale mi applico ormai da un sessantennio – con alti e bassi, s’intende – ma senza mai deviare».

Al Tommaso Avagliano leggero, passionale, nostalgico, malinconico, si accompagna anche un alter ego puntuto, ironico e irriverente, con lo pseudonimo di Masoagro, un «ilare folletto» (parole tratte da una sua nota) i cui versi, per lo più sotto forma di epigrammi, prendono di mira in modo mordace uomini e donne, usi e costumi, o giocano con eleganza su argomenti erotici, solo in parte già pubblicati in una raccolta intitolata Epigrammi di Masoagro (1987). Se ne propone un’ampia selezione, escludendo – per coerenza – quelli in dialetto napoletano (destinati ad altra raccolta) e quelli da lui stesso definiti metelliani, che si riferiscono a personaggi di valenza locale.

«Questi epigrammi – avverte l’autore in un altro appunto – non li ho scritti io. Li ha scritti il mio amico Masoagro, che ancora una volta ha voluto fossi io a firmarli. Lui preferisce così. E non gl’importa di espormi a critiche e pettegolezzi, trattandosi di poesiole che scivolano volentieri nell’erotico e nel “proibito”. Ma proibito da chi? Oggi se ne vedono e se ne leggono di tutti i colori che non ci si scandalizza più di niente. Anzi nei suoi versiccioli c’è una grazia di dettato che non scade mai nel volgare o nel pornografico. Se li gusti perciò, con piacere, il lettore goloso. Il mio amico li ha raccolti proprio per lui».

Mentre mi accingo a concludere la stesura di questa introduzione, continuando a consultare i quaderni di mio padre, spunta fuori un altro foglietto volante da lui appuntato a penna, con la sua calligrafia arrotondata che – confesso, il dettaglio m’impressiona! - assomiglia così tanto alla mia. Vi trascrive una lirica della poetessa Vivian Lamarque, che mi pare riassuma la sua filosofia di vita, e perciò la riporto:

 

Post scriptum

Siamo poeti.

Vogliateci bene da vivi di più.

Da morti di meno.

Che tanto non lo sapremo.

 

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Torna domani, inverno. Poesie di una vita (1959-2021) di Tommaso Avagliano

Torna domani, inverno. Poesie di una vita (1959-2021) di Tommaso Avagliano inaugura la collana La ginestra, dal titolo della famosa poesia scritta da Giacomo Leopardi nel suo periodo “napoletano”, che sarà diretta da Rosa Giulio e Alberto Granese, ordinari di Letteratura italiana all’Università di Salerno.

Il libro (pp. 336, € 15.00) raccoglie per la prima volta tutta la produzione poetica dell’editore, poeta e scrittore scomparso nel settembre 2021, con quarta di copertina firmata dal poeta Elio Pecora e introduzione del giornalista e storico Mario Avagliano.

La raccolta è suddivisa in sezioni con versi di volta in volta nostalgici, leggeri, puntuti, passionali, ironici, erotici. Poesie che toccano i temi universali della formazione adolescenziale, dell’amore, della famiglia, dell’amicizia, del tradimento, della natura, della bellezza, dell’arte, della politica e della guerra, con molte poesie dedicata alla sua amata Cava, con versi su Mamma Lucia, Sant’Arcangelo, Monte Finestra, la Badia e la Pietrasanta, l’Epitaffio, Marina di Vietri e Raito.

«Se un’opera di poesia, per essere tale, deve commuovere chi legge, nel senso di muoverlo dentro, di attrarlo nelle sue musiche, di condurlo dove la vita si mostra libera e vera, a questo libro va riconosciuto un così vasto esito», commenta nella quarta di copertina Elio Pecora, uno dei più grandi poeti italiani contemporanei. «Queste di Tommaso Avagliano sono poesie che traversano tutta un’esistenza e i più diversi umori: dallo stupore alla malinconia, dal pensiero che apre porte alla nostalgia che inserra il passato e lo abita. Ma dominante è qui la necessità di esprimersi con le parole e le cadenze della poesia, una poesia amata come il maggiore lascito e il bene più prezioso. Sono numerosi i poeti chiamati in questo libro, dagli antichi ai contemporanei, da Saffo a Verlaine, da Leopardi a Sinisgalli. E tanti i luoghi e le persone, tanti i momenti e le anse colorate della memoria e i guizzi della mente vigilante e inquieta che si consegnano per nitore espressivo e sentimento trepido», continua Pecora.

 

L’autore

Tommaso Avagliano (Cava de’ Tirreni 1940-2021) è stato un poeta, scrittore, editore, fondando le case editrici Avagliano e Marlin. Ha esordito nel 1964 con Poesie a Lil, a cui sono seguite pubblicazioni di vario argomento, tra cui: I soavi starnuti (1966), Incontro con Carotenuto (1972), Profilo del Marchese Genoino (1982), Marco Polo, il viaggiatore meraviglioso (1983), Aria di Cava (1984), Epigrammi di Masoagro (1987), Giornale di viaggio (1987), In un’ora di luce (1990), Una città chiamata La Cava (1999), Un poeta tra le rose (2002), Tra veglia e suonno (2005); Erano tutti suoi figli. Mamma Lucia tra storia e leggenda (2020). Ha curato: A. Genoino, Le Sicilie al tempo di Francesco I (1982), F. Marcellino, A tempo pierzo (1983), A. Genoino, Scritti di storia cavese (1985), Principessa di Villa, Passeggiate nei dintorni di Cava (1994), S. Calvanese, Amico di pittori (2003), Dalla storia alle storie. Pagine di vita cavese 1915-1945 (2013), P. Craven, Tra i monti della Cava. Gente, credenze e usanze in un villaggio dell’800 (2014).

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