Storie e Racconti di Mario Avagliano - Leggile Online
Mario Avagliano
Storico e scrittore

La storia italiana raccontata attraverso persone, documenti e memoria

Racconto la storia italiana attraverso libri, ricerche e incontri pubblici, con particolare attenzione alle vicende delle persone comuni e ai passaggi decisivi della nostra democrazia.

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Le suppliche a Pio XII e l’alba delle Fosse Ardeatine

di Mario Avagliano

Le lettere inedite indirizzate a Pio XII dai familiari di alcuni martiri delle Fosse Ardeatine aprono uno squarcio prezioso sulla Roma occupata: non solo il dolore e la paura, ma anche l’idea che, di fronte alla violenza nazista, la Santa Sede potesse rappresentare l’ultima istanza di salvezza. È una storia che aggiunge nuovi documenti a un tema che, in parte, era già emerso nei miei libri e nel podcastsu Rai Radio 3 su Giuliano Vassalli.

Le Fosse Ardeatine non sono soltanto il luogo simbolo di una strage. Sono anche il punto terminale di una trama di arresti, torture, attese, illusioni, tentativi di mediazione, richieste disperate. Prima della cava sulla via Ardeatina c’è via Tasso. Prima dell’eccidio c’è il carcere. Prima della morte c’è, quasi sempre, qualcuno che cerca di impedirla.

Per questo le lettere inedite a Pio XII, di cui ha scritto Roberto Rotondo su Avvenire il 22 marzo 2026, in un articolo intitolato L'alba delle Ardeatine: le suppliche a Pio XII, hanno un valore che va oltre la novità documentaria. Ci mostrano, nella loro nudità, il momento in cui la storia grande si condensa in un gesto elementare e assoluto: scrivere a un’autorità ritenuta ancora capace di ascoltare, intervenire, salvare.

Non si tratta solo di carte d’archivio, rinvenute nel corso della ricerca coordinata da Andrea Ciampani, ordinario di Storia contemporanea della Lumsa, tra le carte del pontificato di Pio XII e rese disponibili dall’Archivio Apostolico Vaticano. Si tratta di voci. Di mogli, madri, sorelle che non discutono di geopolitica, ma implorano una grazia, un rinvio, almeno una mitigazione della pena. Nella Roma occupata, dove molte porte si erano già chiuse, il Papa appariva ancora a molti come l’ultima porta possibile.

Le suppliche come documento storico

Gli incipit di queste lettere sono già, da soli, una sintesi della condizione umana e morale di quei mesi: «Dio Vi illumini, S. Padre, mentre Vi degnate di leggere questa supplica, che disperatamente Vi rivolgo»; «Sono una madre tanto infelice e mi rivolgo a Vostra Santità perché voglia ascoltarmi»; «Beatissimo Santo Padre, rivolgo questa umilissima domanda alla Santità Vostra per implorare grazia al caso pietoso che mi colpisce»; «Beatissimo Padre, in un’era di inesprimibile angoscia rivolge al Vostro Paterno Cuore la sua supplice ed ardente preghiera una madre».

In queste formule non c’è soltanto il linguaggio devoto dell’epoca. C’è la drammaticità di una società precipitata nell’arbitrio. C’è la consapevolezza che il diritto è stato sospeso e che resta solo l’appello alla misericordia, all’influenza morale, all’intercessione personale.

La lettera di Gilda Frascà, moglie di Paolo, datata 28 febbraio 1944, è esemplare:

«Tutte le porte sono chiuse per me e solo da Dio e da Voi spero aiuto. Sono una povera madre di sette figli, tutti piccoli; la mia salute non è buona, poiché sono malata ai polmoni non leggermente: tanto che dovrò esser ricoverata in sanatorio. Dal 27 gennaio 1944, manca da casa mio marito Paolo Frascà, fu Fortunato, e soltanto da pochi giorni so che egli si trova in Via Tasso, detenuto dalla polizia tedesca. S. Padre, Paolo è l’unico sostegno della famiglia, che poteva vivere con quello che egli ricavava dal suo lavoro di impiegato; ma ora, ora che egli non è con noi i miei figli soffrono la fame».

Qui la persecuzione politica si intreccia alla devastazione sociale. Il carcere non colpisce solo il detenuto: travolge la famiglia, priva i figli del pane, trasforma la repressione in fame, malattia, abbandono.

La lettera della madre di Mario Gelsomini, Sparta, del 14 marzo, aggiunge un’altra dimensione:

«Mio figlio (…) si trova tuttora in via Tasso. Io non so la gravità dell’accusa, ma qualunque essa sia mi rivolgo a Vostra Santità perché voglia liberarlo e restituirlo alla mia casa. Mio marito è gravemente ammalato per una operazione polmonare ed io sono sola senza nessuno che mi possa dare conforto e aiuto. Non so la ragione che abbia spinto mio figlio a fare ciò essendo egli un giovane onesto e religioso; anzi doveva contrarre matrimonio con una buonissima signorina proprio in quei giorni che fu arrestato. Esplica la sua professione di medico pediatra con coscienza e zelo ammirevole».

È il tentativo, tipico di molte suppliche, di restituire al prigioniero un volto morale: non un imputato astratto, ma un figlio, un medico, un uomo prossimo al matrimonio, una persona la cui vita appare socialmente e affettivamente preziosa.

La lettera di Isabella Gesmundo, sorella di Gioacchino, scritta il 23 marzo 1944, cioè il giorno prima dell’eccidio, è forse la più lacerante:

«Sono vedova con un figlio di 14 anni e mio fratello è per me l’unico appoggio e per il mio ragazzo fa le veci del padre. Nella situazione gravissima in cui si trova mio fratello l’unica speranza che conservo è che l’alto interessamento della Santità Vostra venga a mutare il suo destino».

Qui il dato storico e quello emotivo coincidono tragicamente. Noi leggiamo oggi queste parole sapendo ciò che lei ancora non sa: che il tempo è ormai quasi finito.

Infine la madre di Aladino Govoni, Teresa, formula con chiarezza il limite stesso della sua richiesta:

«Tutto quanto era umanamente possibile fare per salvare la mia creatura, io l’ho fatto; ma, purtroppo, nessun positivo risultato ho ragionevolmente da attendere dai miei innumerevoli passi. La mia ultima speranza è risposta ora nell’eventuale intervento della Vostra Suprema Autorità morale presso le Autorità Germaniche. Non mi aspetto che mio figlio vada indenne da pene; ma che egli abbia, almeno, salva la vita».

È una frase decisiva. Non si chiede l’innocenza. Non si chiede la piena assoluzione. Si chiede la vita. In questa soglia minima si misura l’abisso in cui Roma era sprofondata.

La diplomazia vaticana tra intervento e impotenza

Queste lettere aiutano anche a collocare meglio il ruolo della Santa Sede durante l’occupazione. Dalle carte emerge che il Vaticano non restò inerte. Si attivò attraverso la Commissione Soccorsi, facente capo a monsignor Giovan Battista Montini, il futuro Paolo VI, attraverso il nunzio Borgongini Duca e soprattutto attraverso padre Pancrazio Pfeiffer, figura chiave nei rapporti con i comandi tedeschi.

Ma queste stesse lettere mostrano anche il limite di quell’azione. La Santa Sede poteva tentare, perorare, mediare, sollecitare. Non poteva controllare la logica della repressione tedesca né fermare la volontà di annientamento di chi considerava quei detenuti nemici da eliminare.

Proprio per questo è importante evitare sia le letture apologetiche sia quelle liquidatorie. La documentazione ci restituisce un quadro storico più concreto: vi furono interventi reali, vi furono tentativi effettivi, vi furono anche fallimenti drammatici.

Un filo già presente nelle mie ricerche

Questa nuova emersione documentaria non nasce nel vuoto. Il tema delle richieste di intervento a Pio XII e dei tentativi di mediazione vaticana era già affiorato, seppure in forme frammentarie, in diverse storie da me ricostruite negli anni.

In Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine, scritto con Marco Palmieri, emerge ad esempio il caso di Aladino Govoni, uno dei capi del movimento Bandiera rossa. Figlio del poeta Corrado, arrestato il 25 gennaio 1944, torturato a via Tasso, processato dal tribunale militare tedesco e condannato a tre anni di carcere, venne ugualmente assassinato alle Ardeatine. Anche per lui si mosse Pio XII, su richiesta del padre, inviando padre Pfeiffer a visitarlo in carcere.

Nello stesso libro compare il caso del generale Simone Simoni, che aveva conosciuto Eugenio Pacelli all'epoca della prima guerra mondiale, quando era stato fatto prigioniero dai tedeschi e portato all’ospedale di Ellwangen, in Germania, e qui aveva ricevuto la visita del futuro papa Pio XII, nunzio apostolico in Baviera. Dopo il suo arresto, la moglie e le figlie ottennero un’udienza dal pontefice, il quale promise interessamento e consegnò loro tre rosari, chiedendo che uno fosse portato al generale. Anche qui la diplomazia vaticana si mosse, ma senza riuscire a salvarlo. Alla famiglia venne solo concesso di incontrarlo. Lui riuscì a inserire un messaggio cifrato nella biancheria: «Simone Simoni cella dodici – Giuseppe Ferrari due – sono malmenato – soffro con orgoglio – il mio pensiero alla Patria e alla famiglia».

Sempre in Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine ricostruisco la vicenda del sarto lucano Gaetano Sepe, membro di Bandiera rossa, arrestato il 22 marzo 1944 e torturato. Per avere sue notizie si mosse anche Giulio Andreotti, che si rivolse a padre Pfeiffer per tentare di far liberare lui e un altro prigioniero, il socialista Giuseppe Lopresti, attivissimo nella Resistenza e prezioso informatore dell'Oss, il servizio segreto americano. Inutilmente.

Il romano Renato Villoresi, che fa parte del Fronte militare clandestino guidato da Montezemolo, arrestato il 18 marzo 1944 dalle SS, finì anche lui a via Tasso, dove fu torturato senza pietà. Il fratello Massimo, non avendo piú notizie di lui, ottenne un colloquio con papa Pio XII e raccontò che quando il Santo padre, di fronte alle sue domande insistenti, lo abbracciò, capì che per Renato non c’era piú nulla da fare.

Nel libro L’uomo che arrestò Mussolini ho raccontato invece il tentativo compiuto per salvare Giovanni Frignani, Raffaele Aversa e Ugo de Carolis. Una lettera del 22 febbraio 1944, inviata a Pio XII da Elena Hoehn, chiedeva un intervento in loro favore, sostenendo che la loro attività «non era né disonorevole né da considerarsi come un tradimento» e implorando che l’autorevole parola del pontefice potesse mitigare la pena «in un più completo senso di umanità e di giustizia».

Pio XII rispose il 7 marzo attraverso monsignor Montini:

«Pregiatissima Signora, è pervenuta al Santo Padre la lettera del 22 Febbraio u.s. con la quale Ella sollecitava il Suo Paterno interessamento in favore del Ten. Col. Frignani, del Cap. Raffaele Aversa e del Mag. Ugo de Carolis, arrestati dalla polizia germanica.

Mi reco a premura d’informarLa che, per venerata disposizione di Sua Santità, ripetuti passi sono stati fatti nel senso da lei desiderato e non si mancherà di seguire la pratica, per quanto è possibile nelle presenti difficili circostanze.

Nella speranza che la pratica abbia a sortire esito favorevole l’Augusto pontefice imparte a Lei ed ai suoi cari l’Apostolica Benedizione».

Anche qui, però, il tentativo non andò a buon fine, anche perché Frignani era il nemico numero uno di Mussolini: l'uomo che lo aveva arrestato il 25 luglio 1943.

Nel libro Il partigiano Montezemolo ho ricostruito la drammatica ultima carta tentata per salvare Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, il capo del Fronte militare clandestino a Roma e nell'Italia occupata. È lo stesso Beppo, con un biglietto clandestino dal carcere, a scrivere che da lì «non si vede che azione Vaticano» e a sollecitare un intervento del Papa, anche per ottenere l’internamento in Vaticano.

Grazie alla principessa Colonna, la marchesa Fulvia Ripa di Meana ottenne nella notte tra il 18 e il 19 marzo 1944 una udienza privata con Pio XII per parlargli di Montezemolo. Il Papa promise di incaricare Montini. Padre Pfeiffer e la Segreteria di Stato si attivarono. Ma anche qui invano.

Nel volume Il partigiano Tevere emerge ancora il ruolo di questi tentativi di mediazione. Nel caso di Sabato Martelli Castaldi, generale dell'Aviazione originario di Cava de' Tirreni, il Vaticano esercitò pressioni per ottenere la sua liberazione e quella del suo fraterno amico Roberto Lordi. In carcere Sabato segnava i giorni sul muro della cella; il 22 marzo, due giorni prima della strage, scrisse che era un «giorno nero».

Il 24 marzo segna uno spartiacque. Dopo l’eccidio, il silenzio diventa ancora più fitto.

Come racconto in L’uomo che arrestò Mussolini, quando la moglie di Giovanni Frignani, Lina, insieme all’amica Elena Hoehn, torna a via Tasso a cercare notizie e non ne riceve, si rivolge di nuovo a padre Pancrazio Pfeiffer. La risposta è disarmante: via Tasso è ormai «una muraglia cinese», e «nemmeno la Santa Sede aveva potuto avere una benché minima risposta alle varie sue domande. […] Tutto mutismo, tutto mistero».

Il 7 aprile 1944, anche Luisa Martelli Castaldi, moglie del generale, scrive al cardinale Maglione, Segretario di Stato vaticano, per avere notizie del marito, detenuto da mesi: «dal 24 marzo è stato trasferito e non si sa la sua nuova destinazione». E aggiunge: «L’angoscia dei miei figli e mia è tremenda».

Dopo le suppliche, resta il vuoto. E per molte famiglie, anche la verità arriverà solo settimane dopo.

Il caso Vassalli: quando l’intervento riesce

La storia, però, non è fatta soltanto di tentativi falliti. Nel mio podcast su Rai Radio 3 Patria e Libertà, dedicato al socialista Giuliano Vassalli, futuro ministro della Giustizia, emerge un caso in cui l’intervento vaticano riuscì davvero a salvare una vita.

Vassalli descrisse le torture subite a via Tasso con parole terribili:

«Agli interrogatori, che si susseguirono incessantemente per una settimana, venivo portato a spintoni e ogni soldato tedesco si credeva in diritto — durante il percorso dalla cella agli uffici (sempre ammanettato) — di darmi un calcio o di sputarmi addosso. (…) Per l’intera settimana venni torturato con percosse al viso e allo stomaco, con brutalissimi calci, con staffilate e vergate sul dorso, sulle mani e sotto la pianta dei piedi. Venni inoltre percosso ripetutamente sulla testa con dei grossi tubi di metallo e più volte scaraventato a battere la testa per terra o contro le pareti, sino a perdere i sensi».

In quel caso il padre si mosse attraverso i canali vaticani. E Pio XII, tramite Montini e padre Pfeiffer, ottenne la scarcerazione di Vassalli il 3 giugno 1944, alla vigilia della liberazione di Roma.

Più tardi Vassalli ricordò che Kappler stesso gli disse:

«Ha da ringraziare esclusivamente il Santo Padre se lei nei prossimi giorni non viene messo al muro, come ha meritato».

Questo episodio non cancella i fallimenti degli altri casi. Ma dimostra che quei canali non erano fittizi. Esistevano. Talvolta non bastavano. Talvolta arrivavano troppo tardi. Talvolta, invece, riuscivano.

Le Ardeatine come storia di vite cercate fino all’ultimo

Le lettere a Pio XII, lette accanto a queste altre vicende, ci aiutano a vedere le Fosse Ardeatine in modo più pieno. Non solo come esito finale della barbarie nazista, ma come luogo in cui precipitano anche innumerevoli tentativi di salvezza. Prima della morte c’è stata una lotta contro la morte. Una lotta spesso perduta, ma non per questo meno reale.

In quelle lettere c’è il volto di una società civile che non smette di cercare mediazioni, di usare relazioni, di appellarsi alla coscienza religiosa e morale del proprio tempo. C’è l’idea che, finché una parola non è stata pronunciata per l’ultima volta, finché una porta non è stata chiusa definitivamente, qualcosa possa ancora accadere.

Molti di quei familiari non ottennero ciò che chiedevano. Ma proprio per questo le loro parole ci interrogano ancora. Perché danno voce non soltanto alla tragedia compiuta, ma anche alla speranza che la precedette. E in questo senso costituiscono uno dei documenti più intensi dell’alba delle Ardeatine.

Il libro

Strage delle Fosse Ardeatine: nelle vite delle 335 vittime c’è tutta la storia d’Italia – sociale, politica, economica, culturale – e della Resistenza, in una sorta di Spoon River italiana.

- Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine
- L’uomo che arrestò Mussolini
- Il partigiano Montezemolo
- Il partigiano Tevere

A ottantadue anni dall’eccidio, queste suppliche ci restituiscono un frammento essenziale della sua verità storica.
Non solo la violenza di chi uccise, ma anche l’ostinazione di chi tentò fino all’ultimo di salvare.

Fonte
Pubblicato su Marioavagliano.it, 22 marzo 2026.
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Fosse Ardeatine, 82 anni dopo: 7 vittime sono ancora senza nome

di Mario Avagliano

82 anni dalle Fosse Ardeatine: quei nomi che continuano a chiamarci

Ci sono date che non passano. Restano.
Il 24 marzo 1944 è una di quelle.

Nelle cave sulla via Ardeatina, a Roma, 335 uomini vennero condotti uno alla volta, costretti a inginocchiarsi e uccisi. Non erano numeri. Erano vite. Erano storie. Erano nomi.

Scorrere quell’elenco – dalla A di Ferdinando Agnini alla Z di Augusto Zironi – significa attraversare un’Italia intera, colpita nel suo momento più buio.

C’era Don Pietro Pappagallo, sacerdote che scelse di restare accanto agli altri fino all’ultimo.
C’erano i giovanissimi Duilio Cibei e Marco Di Veroli, appena quindicenni.
C’era Gavino Luna, cantante e impiegato delle Poste.

E tra quei 335 c’erano Giovanni Frignani e Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo: due figure centrali della Resistenza romana. Frignani, tenente colonnello dei carabinieri, fu l’uomo che il 25 luglio 1943 ebbe il compito di arrestare Mussolini e che, dopo l’8 settembre, scelse la Resistenza pagando con la vita. Montezemolo, capo del Fronte militare clandestino, organizzò la rete resistenziale nella capitale fino alla cattura e alla morte alle Ardeatine.

E c’era il generale Sabato Martelli Castaldi, generale dell’aeronautica, uomo che ebbe il coraggio di opporsi al regime e che, nella Roma occupata, scelse la strada della dignità e della resistenza, fino alla stessa tragica fine.

E poi centinaia di altri: operai, militari, artigiani, commercianti, contadini.
Resistenti, ebrei, civili. Un intero Paese racchiuso in una cava.

Le Fosse Ardeatine sono questo: non solo una strage, ma il ritratto di una nazione.

Nel mio libro Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine ho cercato di restituire proprio questo mosaico umano. Non solo i fatti, ma le persone. Le loro scelte, le loro paure, i loro affetti. Una sorta di “Spoon River” italiana, dove ogni nome torna ad avere voce.

E alcune di quelle voci arrivano fino a noi.

Come quella di Orlando Orlandi Posti, che dal carcere scriveva parole che ancora oggi colpiscono nel profondo: “l’alba del mio 18 anno di vita la ho passata in carcere morendo di fame”. E alla ragazza di cui era innamorato: “Cara Marcella quando leggerai questa… io sarò nel mondo dove almeno troverò un po’ di pace”.

O come le tante storie di uomini prelevati all’improvviso, senza sapere che non sarebbero mai tornati.

E persino chi si trovò lì per caso, come Rosa Fedele, contadina uccisa dalle SS solo per essersi avvicinata troppo a quel luogo già segnato dalla violenza.

Ogni storia è unica. Ogni storia è necessaria.

Eppure, dopo 82 anni, quel lavoro non è ancora finito.

Appello
Nel sacrario delle Fosse Ardeatine sette tombe portano ancora la scritta Ignoto. Grazie a nuove analisi genetiche, oggi è possibile restituire un nome a quelle vittime. L’appello è rivolto ai familiari e a chiunque possa fornire informazioni utili: contribuire significa completare un fondamentale percorso di memoria e giustizia.

Oggi, grazie al lavoro dell’antropologa forense Elena Pilli e dell’Università di Firenze, si apre una nuova possibilità: restituire un’identità alle vittime ancora sonosciute attraverso il DNA. Ma serve anche il contributo delle famiglie, della memoria privata, delle storie custodite nel tempo.

Dal 2010 a oggi sono state identificate cinque delle dodici vittime inizialmente ignote.

Il risultato è frutto di un approccio interdisciplinare che integra l’antropologia forense – con l’estrazione e la caratterizzazione molecolare del DNA degradato – e la ricerca storico-documentale.

Al progetto hanno collaborato il RIS dei Carabinieri di Roma, l’Ufficio per la Tutela della Cultura e della Memoria della Difesa, il Museo Storico della Liberazione di Roma, la storica Alessia Glielmi, la Comunità Ebraica di Roma, l’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania, i partner del progetto Virtual Biographical Archive (ViBiA), la documentarista Michela Micocci e le rappresentanze delle famiglie delle vittime (ANFIM).

Ma nel sacrario, sette tombe portano ancora una sola parola: Ignoto.
Sette uomini senza nome. Sette vite sospese.

Perché dare un nome non è un dettaglio. È restituire una vita.

La violenza nazifascista voleva cancellare tutto: corpi, identità, storie. Ricostruirle oggi è un atto di giustizia.

E mentre ricordiamo, non possiamo non guardare al presente.
Ancora oggi, in tante guerre, i civili muoiono senza nome. Ancora oggi, esistono fosse senza identità.

Per questo le Fosse Ardeatine non sono solo memoria. Sono responsabilità. Se vogliamo davvero onorare quei 335, dobbiamo continuare a raccontarli. A leggerli. A trasmettere le loro storie. È anche questo il senso del mio lavoro.

Il libro

Strage delle Fosse Ardeatine: nelle vite delle 335 vittime c’è tutta la storia d’Italia – sociale, politica, economica, culturale – e della Resistenza, in una sorta di Spoon River italiana.

- Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine
- L’uomo che arrestò Mussolini
- Il partigiano Montezemolo
- Il partigiano Tevere

Ottantadue anni dopo, quei 335 continuano a parlarci.
E tra loro, sette attendono ancora di essere chiamati per nome.

Sta anche a noi non lasciare incompiuta la loro storia.

Per informazioni e per partecipare a questa ricerca, anche dall’estero: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Fonte
Pubblicato su Marioavagliano.it, 22 marzo 2026.
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Voto alle donne!, quando Mussolini era a favore e Turati e Giolitti no

La recensione del Fatto Quotidiano

In un libro il faticoso cammino di un cambiamento epocale che oggi compie 80 anni (10 marzo 1946). Davide Turrini ricostruisce, a partire da Voto alle donne!, il faticoso cammino del suffragio femminile in Italia, mettendo in luce la trasversalità politica di pregiudizi, resistenze e ritardi che accompagnarono una conquista epocale.

Il primo a concedere il voto alle donne fu nientemeno che Mussolini, poi però, per via delle “leggi fascistissime”, non lo applicò.

E tra Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti fu ben più decisivo il primo del secondo, con la sua Democrazia cristiana, nel far votare signore e signorine italiane il 10 marzo 1946 per la prima volta, in una complessa tornata di elezioni amministrative pre-referendum e pre-Costituente.

Queste e altre deliziose spigolature appaiono nel poderoso volume Voto alle donne! (Einaudi), scritto dagli storici Mario Avagliano e Marco Palmieri, sorta di emersione scrupolosa dell’imponente tema dell’esercizio del voto elettorale concesso alle donne in Italia all’incirca dal 1848 fino al 1946, con una robusta appendice politica sui mesi successivi al “non evento”.

Intanto, per essere chiari, se si lavora con rigore documentale come Avagliano e Palmieri, i fatti storici appaiono inoppugnabili e un tema così, almeno fino a metà del secolo scorso, divisivo a livello sociale e culturale, si può analizzare e affermare nella sua assoluta trasversalità politica.

E a dirla tutta i grandi padri del socialismo italiano, Filippo Turati per esempio, come altri grandi statisti liberali del Paese, Giovanni Giolitti su tutti, non ci fanno una gran bella figura.

Insomma, non è che per il voto alle donne ci siano da una parte la sinistra illuminata e dall’altra la destra oscurantista. In tempi di intelletto cavernicolo, meglio saperlo.

Del resto lo spiegano gli autori fin dalle prime righe risorgimentali: l’Italia unita dai grandi aneliti di libertà e indipendenza politica nasce monca, proprio senza “madri”.

Le flebili tracce dei movimenti di emancipazione femminile di metà Ottocento sono prima di tutto legate all’attivismo di donne istruite della classe borghese e presenti tra le pieghe delle battaglie rivoluzionarie garibaldine, nonché come fautrici del proselitismo mazziniano.

Manifestazione sul voto alle donne

Manifestazione sul voto femminile. Clicca sull’immagine per ingrandire.

Ma a livello giuridico, nel neonato Parlamento italiano, un illuminato risorgimentale come Giuseppe Pisanelli, in veste di ministro di Grazia e Giustizia, nel 1865 con il codice omonimo ribadisce addirittura la subordinazione della donna introducendo la cosiddetta “autorizzazione maritale”, cioè la donna sottoposta alla potestà dell’uomo. Figuriamoci il voto.

Quando una paladina dei nascenti movimenti emancipatori femminili come Anna Maria Mozzoni nel 1877 rilancia una petizione sul voto politico delle donne, il governo Depretis, della cosiddetta Sinistra storica, verso cui Mozzoni guardava con favore, la boccia a livello parlamentare spiegando che è opinione diffusa che tale novità potrebbe mettere a rischio la serenità sociale e familiare, per esempio in caso di voto della moglie differente da quello del marito.

Meglio quindi osservare le mutazioni inarrestabili che, verso la fine dell’Ottocento, per le donne arrivano dal mondo del lavoro e delle professioni.

Iniziano gli scioperi di sole lavoratrici, come quello delle mondine a Molinella nel 1883, il primo del genere; in alcuni contesti, come nelle scuole, nel 1901 ci sono più maestre che maestri; oppure rimangono indelebili le battaglie di affermazione professionale di alcune singole donne come Lidia Poët, la prima laureata in giurisprudenza nel 1881, che cerca invano di iscriversi all’ordine degli avvocati per esercitare la professione imbattendosi nelle motivazioni lunari di una Corte d’appello: “Nell’avvocheria non devono immischiarsi le femmine”.

Bisogna attendere il 1904 per seguire il deputato repubblicano Roberto Mirabelli perorare in Parlamento la causa del voto esteso alle donne, con la derisione pubblica del presidente del Consiglio Giolitti.

Ma è in questo periodo che la questione subisce una incredibile accelerata, perché visto che a livello giuridico nessun divieto è espressamente determinato da codici e norme dello Stato, sono centinaia le donne che chiedono di iscriversi alle liste elettorali.

Molte commissioni elettorali accettano, ma sono le Corti d’appello a frenare con “obiezioni pretestuose”.

Con un’unica eccezione: la Corte d’appello di Ancona che il 25 luglio 1906 approva l’iscrizione nelle liste elettorali di un gruppo di donne.

Sarà la Cassazione ad esecrare il lavoro dei giudici anconetani spiegando che il principio di esclusione dal voto della donna è talmente ovvio che nello Statuto Albertino non si sono nemmeno sprecati di scriverlo.

In mezzo a quella che è una vera e propria incontrollata eruzione di movimenti e associazioni femminili a livello nazionale dedite al suffragio, una figura altrimenti cruciale per l’emancipazione della classe operaia come Turati liquida sommariamente il tema, nonostante la fervida battaglia femminile della compagna Anna Kuliscioff: “Il voto alle donne è prematuro per la ancora così pigra coscienza politica e di classe delle masse proletarie femminili”.

Prima pagina dell’Avanti! sul tema del voto alle donne

Una testimonianza della stampa del tempo sul dibattito attorno al suffragio. Clicca sull’immagine per ingrandire.

Paradosso per paradosso, sarà invece nel 1925 la maggioranza fascista del Parlamento, già amputato dalla secessione dell’Aventino, a dare il via libera alla proposta del diritto di voto elettorale amministrativo alle donne che hanno compiuto 25 anni e hanno adempiuto a una serie di specifiche giuridiche.

Ai deputati maschilisti recalcitranti fa una lavata di capo addirittura il Duce: “Questa necessità è diventata sempre più impellente”.

Il Senato approva, ma per uno scherzo della storia l’avvento delle leggi fascistissime, che sostituiscono sindaci e giunte con i podestà, fa sfumare l’occasione storica.

Bisognerà infine attendere l’inizio del 1945, a guerra ancora in corso, e l’iter del decreto sul voto alle donne sotto il governo Bonomi III per compiere la svolta tanto agognata da milioni di donne italiane.

Svolta che, segnalano Avagliano e Palmieri, lascia “indifferente e distratta buona parte della stampa del giorno seguente, specie quella politica”.

Del resto, nella discesa post-Ventennio che porta al voto per le donne, sarà un po’ più convinto il democristiano De Gasperi del comunista Togliatti, quest’ultimo preoccupato che una parte della base del partito veda le masse femminili inclini a un voto “reazionario”.

Insomma, nonostante tutto, le donne poterono finalmente votare prima alle amministrative del 10 marzo 1946, poi al referendum monarchia-repubblica del 2 giugno 1946 e infine per la composizione dell’Assemblea Costituente, in un clima, un po’ alla C’è ancora domani della Cortellesi, di ritrosie anche tra i paladini dell’antifascismo.

Uno dei padri della Repubblica italiana, un antifascista come Ferruccio Parri, leader del Partito d’Azione, al congresso della trionfante UDI, l’Unione Donne Italiane, a Firenze nell’ottobre del 1945 intervenne clamorosamente così: “Per sbagliare bastiamo noi. E sarebbe eccessivo che vi aggiungeste anche voialtre”.

Il libro

Voto alle donne!

La storia della lunga battaglia che portò le italiane dal movimento delle suffragiste alla conquista del diritto di voto nel 1946 e alla presenza nell’Assemblea Costituente.

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Fonte
Articolo di Davide Turrini pubblicato su Il Fatto Quotidiano, 10 marzo 2026.
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Pregiudizi contro diritti. La marcia per le urne

La recensione di Michaela Valente sul Corriere della Sera – La Lettura

Un ampio e denso articolo ricostruisce, a partire da Voto alle donne!, la lunga marcia delle italiane verso il suffragio, tra pregiudizi, ostacoli politici, sarcasmi e conquiste decisive per la qualità della nostra democrazia.

Ottant’anni fa, a Roma, i primi tepori primaverili sprigionano il prepotente giallo delle mimose. Quel fiorire abbondante e disordinato dà risposta alla discussione sul simbolo da scegliere per il primo 8 marzo dell’Italia liberata e così si impone la mimosa, che cresce selvatica e può essere raccolta da chiunque.

All’interno dell’Unione donne italiane, Rita Montagnana, Marisa Cinciari Rodano e Teresa Mattei si confrontano: il garofano non va bene perché è legato al Primo Maggio, l’anemone costa troppo, la mimosa risolve il problema.

Inoltre, in quei giorni, si assiste a una grande mobilitazione di piazza perché dal 10 marzo 1946, in 486 comuni, per la prima volta in Italia si inaugura la stagione del diritto al voto per le donne: per cinque domeniche si vota alle amministrative.

Donne ai seggi elettorali nel dopoguerra

Donne ai seggi nell’Italia del dopoguerra. Clicca sull’immagine per ingrandire.

È anche la prima volta in cui le donne godono dell’elettorato passivo: possono essere elette, questione che si era risolta soltanto nel gennaio 1946. Ci sarebbe stata poi una seconda tornata di amministrative in autunno. In seguito a queste prime elezioni sono elette consigliere e donne sindaco. Le preoccupazioni sul possibile astensionismo non trovano riscontro, perché si registra un alto tasso di partecipazione.

Nello stesso giorno, il 10 marzo 1946, in cui si aprono le cabine elettorali alle donne, viene loro riconosciuto l’elettorato passivo all’Assemblea Costituente con il decreto legislativo luogotenenziale n. 74. Le elezioni per la Costituente si terranno il 2 giugno, lo stesso giorno del referendum su monarchia o repubblica.

Vincerà la repubblica, tra inesauribili e forse ormai inutili dubbi sulla correttezza delle procedure e su possibili brogli.

Con Voto alle donne! (Einaudi), Mario Avagliano e Marco Palmieri ripercorrono le tappe della conquista italiana, risalendo al Risorgimento e facendo intravedere luci ancor più antiche: a fine Settecento lottarono per il diritto al voto femminile Olympe de Gouges e Mary Wollstonecraft, ma anche italiane coeve portarono avanti la battaglia.

Istanze di suffragio femminile, di pari diritti politici e civili, di libertà e uguaglianza, proposte e articolate variamente, si trovano dalla fine del Settecento e accompagnano il Risorgimento, scontrandosi con pregiudizi e stereotipi. «Il regno delle donne è la casa», scrive Cesare Balbo.

Quando poi i progetti di unità italiana si traducono in realtà e quando si deve votare per l’annessione, alcune donne vengono ammesse per meriti patriottici, come Marianna De Crescenzo a Napoli, il 21 ottobre 1860, e la diciannovenne Maria Alinda Bonacci a Recanati, nel novembre dello stesso anno.

Il Regno d’Italia non ammette però le donne al voto, decisione che suscita un certo dibattito perché, in alcune realtà, questo significa un passo indietro e anche perché ci sono diritti e beni da tutelare. Persino le richieste di voto amministrativo sarebbero state continuamente rigettate.

Che non ci fosse alcuna intenzione né sensibilità è reso chiaro dall’introduzione dell’autorizzazione maritale con il Codice Pisanelli del 1866: la donna è privata della possibilità di disporre liberamente dei suoi beni senza il consenso del marito.

Non era però un universo compatto. Nel 1867 il deputato Salvatore Morelli presenta un progetto di legge di emancipazione della donna e tornerà a proporne altri, subendo per questo sarcasmi e dileggi. La spunta nel 1877, quando si riconosce alle donne di poter essere testimoni in alcuni atti giudiziari.

Confidando nella Sinistra di Agostino Depretis, Anna Maria Mozzoni si fa latrice di una petizione in Parlamento: inizia un periodo in cui l’istanza compare ripetutamente e regolarmente viene respinta. Tuttavia è interessante notare che si allarga il consenso e cresce la violenza verbale di chi si oppone.

La politica non è dunque in grado di rispondere alle sollecitazioni, cieca di fronte al cambiamento in atto: nascono associazioni emancipazioniste e giornali che danno voce alle diverse anime dei movimenti femminili. Intanto, a colpi di ricorsi e appelli, si prova a scardinare il sistema.

Nel 1883 la richiesta di Lidia Poët di essere iscritta all’ordine degli avvocati apre un contenzioso che si chiude soltanto nel 1920. Il gran fermento internazionale ottiene il primo riconoscimento ufficiale del diritto di voto nel 1893 in Nuova Zelanda.

Nel giugno 1904 è la volta del progetto di legge del deputato repubblicano Roberto Mirabelli che ammette le donne al voto. Naturalmente viene insabbiato, ma suscita clamore nell’opinione pubblica e, ancora una volta, una reazione inattesa con donne che chiedono di essere iscritte nelle liste elettorali, talvolta per via giudiziaria.

Nel 1905 la richiesta di Eloisa Nacciarone a Napoli è respinta, mentre nel 1906 quella di dieci maestre marchigiane è riconosciuta dalla Corte d’appello di Ancona. Un esito inatteso, prontamente commentato con irritazione e sarcasmo come segno di decadenza cui si deve immediatamente porre rimedio. E così è. La Corte di Cassazione, il 14 dicembre 1906, annulla la sentenza.

Donna davanti all’urna elettorale

Una donna davanti all’urna nel 1946. Clicca sull’immagine per ingrandire.

Tra le tante che invocano il diritto di voto c’è Maria Montessori. Nel 1909 Grazia Deledda, che vincerà il Nobel per la Letteratura nel 1926, è la prima donna candidata, in quel momento solo simbolicamente, al Parlamento: una mossa che vuole scuotere le coscienze e far pensare che la politica non sia un tradimento del ruolo di donna, moglie e madre.

Nel 1912 si riprende la discussione sul progetto Mirabelli e, benché Filippo Turati e altri abbiano finalmente sposato l’idea, le enormi resistenze la fanno naufragare a larga maggioranza. La delusione non spinge alla rassegnazione: Anna Kuliscioff e le altre proseguono nella campagna stampa e di mobilitazione, mentre si registrano progressi nella vita civile.

Lo scoppio della Prima guerra mondiale non offusca il movimento: non più solo madri e mogli, ma in prima linea nelle proteste, così come nell’assistenza e nel lavoro. Si chiariscono gli obiettivi e si chiedono garanzie di continuità dell’occupazione femminile, parità di salario, accesso alle professioni e ai diritti politici.

L’autorizzazione maritale rappresenta invece un ostacolo da rimuovere e Teresa Labriola presenta una petizione per chiederne l’abolizione. Finita la guerra, visto l’impegno profuso, le aspettative sono molte. La retorica abbonda: i riconoscimenti restano sulla carta. La gratitudine non porterà nemmeno questa volta al diritto di voto.

La prima legge italiana sul suffragio femminile, legge che non entrerà mai in vigore, è del 22 novembre 1925 e ammette alcune categorie di donne al voto amministrativo.

Gli anni del fascismo e della Seconda guerra mondiale sono tragici. Da chi subisce la fascinazione dell’uomo forte alla scelta pacifista, come quella di Lina Merlin, la «pacefondaia»; da chi imbraccia le armi a chi pensa a un mondo migliore; dalle tante che mandano avanti le famiglie alle cattoliche incoraggiate dal Vaticano.

Sotto la dittatura, le donne sono relegate all’ambito domestico e familiare e vengono presi provvedimenti discriminatori in diversi ambiti. Nel clima di ampio consenso, ci sono però sacche di dissenso e di malcontento che troveranno voce sempre più forte durante la guerra e la Liberazione.

Quando si arriva al 1945, Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi non hanno dubbi e il 1° febbraio si vara il tanto atteso decreto. E poi, finalmente, il 2 giugno 1946.

Se per Alba de Céspedes il voto conclude «un’avventura umiliante e penosa», non si possono dimenticare le definizioni di «donnette» di Marino Moretti e le preoccupazioni paternalistiche che le donne possano sbagliare.

La testimonianza di Anna Banti e del suo smarrimento nella cabina elettorale, la cronaca di emozioni e di svenimenti per le lunghe attese illustrano bene quel giugno e forse anche il carico di responsabilità che sentono le ventuno elette all’Assemblea Costituente, su 556 membri.

Le costituenti agiscono di concerto, ottenendo il fondamentale risultato dell’articolo 3, su cui danno battaglia, ma c’è pure la sconfitta dell’accesso alla magistratura, cui si pose rimedio solo nel 1963.

Nel raccontare questa straordinaria storia, Avagliano e Palmieri tentano di restituire la complessità dell’intera galassia femminile in maniera trasversale dal punto di vista sociale, politico, generazionale e geografico: nessuna è esclusa.

Non più solo mamme e spose, ma un ventaglio di esperienze, non tutte sempre celebrabili, come furono quelle di spie e torturatrici che pure sono ricordate.

Avagliano sottolinea la novità di un libro scritto da uomini mentre di solito del tema si sono sempre occupate donne: «Per scrivere questo libro abbiamo raccolto il testimone dalle storiche, da Anna Rossi-Doria in avanti, che hanno fatto un lavoro fondamentale, perché siamo convinti che la cittadinanza femminile non sia una questione di genere, bensì una questione di qualità democratica; quindi studiare questa storia significa assumersi una responsabilità collettiva anche come uomini. Aiuta a prendere coscienza della società, di come sia ancora pervasa da tratti patriarcali, affinché evolva ulteriormente nel riconoscimento dei diritti delle donne».

Palmieri aggiunge: «La storia delle battaglie per i diritti ci riguarda tutti, non ha genere e non ha confini. In vista della ricorrenza dell’ottantesimo del 2 giugno, del primo voto politico delle donne, siamo voluti tornare indietro. Si vede che, nonostante la grande partecipazione femminile al Risorgimento, queste donne non videro riconosciuto il loro impegno e l’Italia nacque senza “madri”. Con questo libro abbiamo voluto mettere in evidenza il filo rosso che lega queste prime lotte per l’emancipazione femminile e il contributo di quelle che invece sarebbero state le madri costituenti».

Il libro

Voto alle donne!

La storia della lunga battaglia che portò le italiane dal movimento delle suffragiste alla conquista del diritto di voto nel 1946 e alla presenza nell’Assemblea Costituente.

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Fonte
Recensione di Michaela Valente pubblicata su Corriere della Sera – La Lettura, 8 marzo 2026.
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Voto alle donne, il tour del libro

Voto alle donne!

Il tour del libro

Un itinerario di incontri e presentazioni in tutta Italia per raccontare la lunga battaglia delle donne verso il voto e la piena cittadinanza. Qui trovi tutte le date di Voto alle donne!, ordinate per mese.

34 appuntamenti — marzo / giugno — Nord, Centro e Sud Italia


Il viaggio in Italia

Nord: Milano, Modena, Sassuolo, Mantova, Castiglione, Sondrio, Salò, Aosta, Saint Vincent, Arcore
Centro: Roma, Colleferro, Tarquinia, Supino, Sora, Monte Compatri, Frascati, Velletri, Genzano
Sud: Napoli, Cava de’ Tirreni, Avellino, Salerno, Olevano sul Tusciano, Bari, Ostuni, Minervino, Trani


Marzo

7 marzo — Sora

9 marzo — Roma, Teatro Ferratella

10 marzo — Roma, Museo MAXXI

14 marzo — Cava de’ Tirreni

16 marzo — Avellino

26 marzo — Milano, Unione femminile nazionale

27 marzo — Modena

28 marzo — Sassuolo

Aprile

8 aprile — Roma, Università La Sapienza

10 aprile — Roma, Libreria Eli

11 aprile — Frascati

16 aprile — Roma, Libreria Koob

18 aprile — Mantova e Castiglione

24 aprile — Minervino

26 aprile — Trani

27 aprile — Bari

28 aprile — Aosta

28 aprile — Saint Vincent

30 aprile — Colleferro

Maggio

4 maggio — Napoli, Fondazione SUDD

6 maggio — Roma, Società Dante Alighieri

8 maggio — Roma, VII Municipio

9 maggio — Monte Compatri

11 maggio — Roma, San Lorenzo

15 maggio — Salerno

16 maggio — Olevano sul Tusciano

22 maggio — Supino

23 maggio — Velletri

25 maggio — Roma, Ponte Milvio

25 maggio — Arcore

29 maggio — Tarquinia

30 maggio — Genzano

Giugno

7 giugno — Sondrio

11 giugno — Ostuni

19 giugno — Salò


Organizzare una presentazione

Librerie, festival, istituzioni culturali, scuole, associazioni e organizzatori che desiderano proporre una nuova data di Voto alle donne! possono scrivere direttamente all’autore.

Contatto: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

  • Pubblicato in News

Dal primo voto delle donne al viaggio nella memoria

di Mario Avagliano

La prima nazionale al MAXXI e il tour in tutta Italia

Ci sono libri che nascono in silenzio. E poi, quasi senza che te ne accorga, cominciano a camminare.

"Voto alle donne!" (Einaudi), scritto con Marco Palmieri, è uno di questi. È nato da una domanda semplice e insieme enorme: perché l’Italia, che si proclamava liberale e moderna, ha impiegato ottantacinque anni per riconoscere alle donne il diritto di voto?

Quest’anno ricorre l’80° anniversario del primo voto delle italiane, tra il 10 marzo e il 7 aprile 1946, nelle elezioni amministrative che precedettero il referendum del 2 giugno. Ottant’anni da quel gesto – piegare una scheda, inserirla in un’urna – che per milioni di donne significò entrare finalmente nello spazio pubblico della cittadinanza.

È da qui che parte il nostro viaggio.

Le anteprime: Ceccano e Sora

Il tour si aprirà con due anteprime particolarmente significative: il 6 marzo a Ceccano e il 7 marzo a Sora, a ridosso dell’8 marzo. Due tappe che sento come un abbraccio iniziale, in territori dove la memoria della guerra e della ricostruzione è ancora viva.

La prima nazionale al MAXXI di Roma

Il 10 marzo 2026, alle ore 18, al MAXXI di Roma, si terrà la prima nazionale. Un luogo simbolico della cultura contemporanea per raccontare una conquista che ha cambiato per sempre la nostra idea di democrazia.

Invito alla prima nazionale al MAXXI - Voto alle donne!

Clicca sull’immagine per ingrandire l’invito alla prima nazionale

Sarà un momento importante, arricchito dalla presenza di Maria Emanuela Bruni, Anna Balzarro, Giulia Minoli, Ilaria Scalmani, con gli interventi di Serena Dandini, Michela Ponzani, Fiorenza Taricone, Walter Veltroni, e con la moderazione di Ruggero Po. Un confronto plurale, come plurale è stata la storia del voto femminile.

Le tappe già fissate

Dopo Roma, il viaggio continuerà: 14 marzo Cava de’ Tirreni, 16 marzo Avellino, 26 marzo Milano, 27 marzo Modena, 28 marzo Sassuolo, 1 aprile Formia, 11 aprile Genzano, 16 aprile Roma – Libreria Koob, 18 aprile Mantova e Castiglione, 27 aprile Bari, 6 maggio Roma – Società Dante Alighieri, 15 maggio Salerno, 16 maggio Olevano sul Tusciano, 22 maggio Supino, 29 maggio Tarquinia, 7 giugno Sondrio, 11 giugno Ostuni. E molte altre tappe sono in via di definizione.

Il senso di questo viaggio

Ho passato mesi negli archivi, tra petizioni dimenticate, disegni di legge sfumati per pochi voti, promesse tradite dal fascismo. Ho riletto diari e memorie in cui affiorava una frase che mi ha colpito più di ogni altra: “Mi tremava un poco la mano”.

Era la mano di una contadina al suo primo voto. Tremava. Ma votava.

Questo tour non è solo una serie di presentazioni. È un viaggio nella memoria civile del Paese. Un modo per ricordare che la democrazia italiana, per decenni, è stata incompleta. E che la cittadinanza delle donne, pur conquistata sul piano giuridico, resta una sfida aperta sul piano sociale, economico, culturale.

Ogni città sarà un’occasione di incontro. Di ascolto. Di confronto. Perché parlare del voto alle donne significa parlare di noi, oggi. Di partecipazione. Di rappresentanza. Di diritti che non sono mai definitivamente acquisiti.

Vuoi organizzare una tappa?

Se associazioni, scuole, biblioteche, amministrazioni comunali o librerie desiderano organizzare una nuova tappa, possono scrivermi. Questo viaggio è appena iniziato.

Ottant’anni fa milioni di donne entrarono in un seggio per la prima volta. Oggi possiamo entrare nelle città per raccontare quella storia. Con la stessa convinzione: che la memoria non è un esercizio del passato, ma una responsabilità del presente.

Fonte
Pubblicato su Marioavagliano.it, 4 marzo 2026.
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Giovanni Frignani: quando la storia diventa una persona

di Mario Avagliano

Giovanni Frignani, la memoria restituita e il senso del mio fare storia

Quando ho iniziato a lavorare a "L’uomo che arrestò Mussolini" (Marlin editore), non immaginavo che sarebbe arrivato alla quinta edizione.

E non immaginavo, soprattutto, che mi avrebbe portato in giro per l’Italia, in tante città, davanti a sale piene, con un’attenzione e una partecipazione che mi hanno profondamente colpito.

Ogni presentazione è stata diversa. Ma in tutte ho avvertito la stessa sensazione: Giovanni Frignani non era più un nome quasi dimenticato della Resistenza. Era tornato a essere una persona.

Ed è proprio da qui che è nato il libro.

Frignani è stato l’ufficiale dei Carabinieri che il 25 luglio 1943 coordinò l’arresto di Mussolini. Un protagonista di un momento cruciale della nostra storia. E poi, dopo l’8 settembre, uno dei promotori del Fronte militare clandestino dei Carabinieri a Roma. Arrestato dalle SS, torturato a via Tasso, assassinato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944.

Una vita che sembra un romanzo. Ma che rischiava di restare confinata in poche righe di manuale.

Ho sentito il bisogno di ricostruirla non come una sequenza di eventi, ma come una storia umana. Per questo sono entrato negli archivi dell’Arma, ho sfogliato carte ingiallite, informative, rapporti, lettere. Ho studiato i documenti del Museo storico della Liberazione di via Tasso, dove Frignani fu rinchiuso e torturato. Ho letto le testimonianze, gli atti processuali, i memoriali.

Ma il momento più intenso è stato l’incontro con Giovanni, il nipote.

Con lui ho condiviso scoperte, dubbi, emozioni. Nei suoi ricordi familiari, nelle fotografie custodite con cura, ho visto riemergere non solo l’eroe, ma l’uomo: il padre, il marito, il fratello. La commozione è arrivata in modo inatteso, soprattutto quando, davanti ai documenti che raccontavano le torture di via Tasso o la tragica fine alle Ardeatine, il passato smetteva di essere storia e diventava carne viva.

Con lui a gennaio siamo andati a posare la pietra d'inciampo a via Bruxelles davanti al portone dell'ultima casa di Giovanni Frignani.

Cerimonia di posa della pietra di inciampo

Clicca sull’immagine per ingrandirla

È in questi momenti che ho capito, ancora una volta, qual è il mio modo di fare storiografia.

Io parto sempre dalle persone. Non dalle categorie, non dalle ideologie, non dagli schemi.

Credo che la grande storia si comprenda davvero solo quando la si attraversa attraverso le vite individuali. Le scelte, le paure, le contraddizioni. Frignani era un ufficiale liberale, cattolico, monarchico. Non un rivoluzionario di professione. E proprio per questo la sua scelta di opporsi al nazifascismo assume un valore ancora più forte: dimostra che la Resistenza è stata un fenomeno plurale, che ha attraversato mondi diversi.

Ricostruire la sua figura è stato anche completare un percorso personale, dopo le biografie di Montezemolo e di Martelli Castaldi. Una sorta di trilogia dei “partigiani con le stellette”. Uomini delle istituzioni che, nel momento decisivo, hanno scelto la libertà.

In questi mesi, presentando il libro da nord a sud, ho percepito un bisogno diffuso di memoria non retorica. Di storie vere. Di volti. Di complessità. Molti mi hanno detto: “Non conoscevamo questa vicenda”. Ed è forse questa la soddisfazione più grande: aver restituito alla memoria collettiva una figura che meritava di essere ricordata.

Per me è stato un viaggio.

Un viaggio negli archivi, certo. Ma anche dentro le pieghe della nostra storia nazionale. E dentro la responsabilità dello storico: non giudicare il passato con superficialità, ma restituirlo nella sua interezza.

Ogni volta che penso a Giovanni Frignani, penso a quel gesto del 25 luglio 1943, all’arresto di Mussolini. E poi penso al silenzio delle Fosse Ardeatine. Tra quei due momenti c’è una vita intera. C’è il coraggio, ma anche la normalità. C’è il senso dello Stato. C’è la scelta.

Se questo libro ha trovato tanti lettori, forse è perché racconta proprio questo: che la storia non è fatta solo di date. È fatta di uomini e donne che, a un certo punto, decidono da che parte stare.

E raccontarli, per me, resta il modo più autentico di fare memoria.

Il libro

L'uomo che arrestò Mussolini

La storia intrepida del tenente colonnello dei carabinieri Giovanni Frignani, dalle trincee del Piave all’arresto di Mussolini, dalla Resistenza clandestina a Roma alle Fosse Ardeatine, forse a causa del tradimento di una bionda spia tedesca.

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Pubblicato su Marioavagliano.it, 2 marzo 2026.
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Il voto, mia figlia e quella soglia del 1946

di Mario Avagliano

C’è una scena che mi ha accompagnato per tutto il tempo in cui ho scritto Voto alle donne!, in uscita in libreria il 5 marzo.

Una donna davanti a un seggio, il 2 giugno 1946.

Tiene in mano la scheda come si tiene qualcosa di fragile e definitivo. Forse ha chiesto come si piega. Forse ha provato a fare una prova a casa, su un foglio qualsiasi, per non sbagliare. Non è solo un voto. È un ingresso.

Quando ho iniziato a lavorare a questo libro insieme a Marco Palmieri, pensavo di raccontare una conquista. Con il passare dei mesi ho capito che stavo raccontando soprattutto un’attesa. Un ritardo. Un vuoto lungo ottantacinque anni.

E c’è un altro aspetto che mi ha accompagnato, quasi in filigrana: siamo due uomini a raccontare una storia di esclusione che ha colpito le donne. Non è un dettaglio secondario. Per molto tempo la negazione dei diritti femminili è stata considerata “naturale” proprio da chi quei diritti li esercitava. Scrivere questo libro è stato anche un esercizio di consapevolezza: guardare una storia che ci riguarda come Paese, ma che chiama in causa anche la responsabilità maschile.

Copertina libro Voto alle donne!

Clicca sull’immagine per ingrandire la copertina

L’Italia nasce nel 1861 proclamando l’uguaglianza davanti alla legge. Ma quella parola — “tutti” — non comprende le donne. Restano fuori dalla cittadinanza politica, fuori dalle urne, fuori dalle assemblee.

Eppure sono dentro la Storia. Nel Risorgimento, nelle guerre, nelle scuole, nelle fabbriche. Presenti e insieme invisibili.

Studiando le carte, leggendo le petizioni, seguendo le battaglie parlamentari, mi sono imbattuto in momenti che mi hanno colpito profondamente. Il 1919, per esempio. Il voto sembra a un passo. La Camera approva. Sembra fatta. Poi cade la legislatura. Tutto si dissolve.

E intanto le donne continuano a vivere, lavorare, studiare, crescere figli, sostenere il Paese.

Durante la guerra sostituiscono gli uomini nei lavori, attraversano la Resistenza come staffette e organizzatrici. Quando nel 1945 arriva finalmente il diritto di voto, non è una gentile concessione: è il riconoscimento di una realtà già maturata.

Mentre scrivevo, mi tornava spesso in mente la dedica del libro.

Alle nostre figlie. A Chiara.

Perché questa non è solo una storia del passato. È una storia che riguarda il modo in cui oggi diamo per scontato un diritto.

Mi sono chiesto più volte: cosa significa nascere in un Paese in cui il voto è naturale? Quanto è facile dimenticare che fino a ieri — storicamente ieri — non lo era affatto?

E allo stesso tempo mi sono chiesto se quella cittadinanza conquistata nel 1946 sia davvero compiuta.

Formalmente sì. Culturalmente, socialmente, economicamente molto meno.

Le differenze salariali, la sottorappresentanza nei luoghi decisionali, la fatica quotidiana di conciliare lavoro e cura raccontano una cittadinanza che non è ancora pienamente realizzata.

Il libro, in fondo, ci ricorda anche questo: il voto è stato un ingresso, ma non è stato l’ultimo passo.

Ho sentito il bisogno di raccontare a mia figlia che quel diritto non è stato automatico.

Che dietro quella scheda ci sono donne che hanno scritto lettere, raccolto firme, sopportato ironie, sconfitte, rinvii. Donne che hanno insistito quando sembrava inutile.

E allora torno sempre a quella donna davanti al seggio nel 1946.

Non è sola. Con lei ci sono decenni di battaglie silenziose.

Il voto non è soltanto una scheda nell’urna.

È il momento in cui una voce entra nello spazio pubblico e non può più essere ignorata.

Scrivere questo libro è stato anche questo: custodire una memoria e ricordare che ogni diritto — anche quello che oggi sembra ovvio — ha bisogno di essere difeso ogni giorno.

Il libro

Voto alle donne!

La storia della lunga battaglia che portò le italiane dal movimento delle suffragiste alla conquista del diritto di voto nel 1946 e alla presenza nell’Assemblea Costituente.

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Pubblicato su Marioavagliano.it, 3 marzo 2026.
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