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Mario Avagliano
Storico e scrittore

La storia italiana raccontata attraverso persone, documenti e memoria

Racconto la storia italiana attraverso libri, ricerche e incontri pubblici, con particolare attenzione alle vicende delle persone comuni e ai passaggi decisivi della nostra democrazia.

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Mario Avagliano

Il Sud che votò per la Repubblica

 

di Mario Avagliano

Per molto tempo la storia del referendum istituzionale del 2 giugno 1946 è stata riassunta in una formula tanto efficace quanto riduttiva: un’Italia divisa in due, con il Nord repubblicano e il Sud monarchico.

Questa rappresentazione, entrata stabilmente nella memoria pubblica e nella divulgazione storica, ha finito per trasformarsi quasi in un luogo comune storiografico. Eppure, come hanno osservato diversi studiosi della storia politica del dopoguerra, la geografia reale di quel voto fu molto più articolata e complessa di quanto suggerisca questa immagine schematica.

Il libro di Francesco Florenzano, Il Sud che votò per la Repubblica, si inserisce con pieno titolo in questo filone di ricerca, offrendo un contributo originale alla rilettura di una pagina decisiva della storia italiana. Attraverso un’analisi puntuale dei risultati elettorali e delle realtà locali del Mezzogiorno, l’autore dimostra come anche nel Sud esistesse una presenza repubblicana significativa, diffusa e spesso radicata nelle vicende sociali e politiche dei territori.

Il referendum del 2 e 3 giugno 1946 rappresentò uno dei momenti più intensi della storia nazionale. Alle urne si recarono oltre ventiquattro milioni di italiani, pari a circa l’89 per cento degli aventi diritto, in una mobilitazione elettorale senza precedenti. Il risultato complessivo vide la Repubblica prevalere con circa il 54,3 per cento dei voti, mentre la Monarchia si fermò al 45,7 per cento.

La consultazione ebbe anche un altro significato storico di grande rilievo: per la prima volta votarono le donne. Dopo decenni di battaglie civili e politiche per il suffragio femminile, la partecipazione delle elettrici segnò una svolta fondamentale nella storia della cittadinanza italiana. L’ingresso delle donne nella vita elettorale del Paese rappresentò uno dei passaggi simbolicamente più forti della nascita della democrazia repubblicana.

Il clima di quelle giornate emerge anche dalle parole della stampa dell’epoca. Nell’editoriale intitolato Tutti alle urne!, pubblicato dal Corriere della Sera proprio il 2 giugno 1946, i cittadini venivano esortati a partecipare al voto con spirito civico e consapevolezza: «Tutti alle urne! E tutti alle urne con serietà, con compostezza, con calma e con un gioioso senso d’orgoglio. Sì, siamo orgogliosi di aver finalmente ritrovato noi stessi; orgogliosi di essere dei cittadini».

Il referendum fu il momento decisivo attraverso cui l’Italia uscita dal conflitto cercò di ridefinire la propria identità politica e civile. In questo quadro, il voto non fu soltanto una scelta istituzionale. Fu anche il riflesso di esperienze storiche diverse, di culture politiche locali, di equilibri sociali e territoriali che influenzarono profondamente gli orientamenti degli elettori.

La geografia complessa del voto

La distribuzione territoriale del voto mostrò differenze molto marcate. Se nel complesso la Repubblica prevalse a livello nazionale, il Mezzogiorno confermò in larga misura la propria fedeltà all’istituto monarchico. In alcune province meridionali il consenso alla monarchia raggiunse percentuali molto elevate: Lecce sfiorò l’85 per cento, Caserta l’83, mentre Napoli e Messina superarono il 77 per cento.

Procedendo verso sud, dunque, la geografia politica cambiava sensibilmente. Le percentuali più elevate in favore della Repubblica si registrarono nelle regioni del Centro-Nord dove era stata combattuta la Resistenza, con proporzioni plebiscitarie in città come Ravenna, Grosseto, Livorno, Reggio Emilia e Trento.

Come osservò il questore azionista Giorgio Agosti, testimone diretto del clima politico dell’epoca: «Quassù in Piemonte i preti hanno naturalmente votato, con il loro seguito di beghine e di ricoverati al Cottolengo, per la monarchia; ma la maggioranza è stata ugualmente netta per la repubblica».

Da Roma in giù accadeva invece quasi l’opposto. La vittoria della monarchia toccava punte altissime in diverse province meridionali, alimentando l’immagine di un Sud ancora fortemente legato alle strutture sociali e politiche del passato.

Non a caso Giorgio Amendola osservò amaramente che «vi sono larghe zone dell’Italia meridionale in cui ogni cosa sembra essere come era prima, sotto il fascismo; l’apparato politico e statale non è cambiato, ed il potere rimane nelle mani delle stesse famiglie».

Il Sud repubblicano che non ti aspetti

Eppure, proprio nel Mezzogiorno non mancavano eccezioni significative. In Calabria, ad esempio, nei comuni di Siderno e Gioiosa Jonica circa due terzi degli elettori – attorno al 65 per cento – votarono per la Repubblica.

Ancora più significativo fu il caso dell’area dell’attuale provincia di Crotone, dove la Repubblica prevalse in 21 comuni su 25, con Crotone in testa, mentre soltanto Crucoli, Rocca Bernarda, San Mauro Marchesato e Umbriatico votarono per la monarchia.

E lo stesso avvenne nelle altre regioni del Sud. In Campania, tra i municipi repubblicani, ritroviamo Torre Annunziata, Qualiano, Guardia Lombardi, Morra De Sanctis e Pisciotta; in Puglia Andria, San Severo, Manfredonia e Cerignola; in Basilicata Melfi e Avigliano; in Sicilia Misterbianco, Comiso, Canicattì, Niscemi, Casteldaccia, Corleone, Erice, Marsala e Pantelleria; in Sardegna Carbonia, Villasimius, Dorgali e Santa Teresa di Gallura.

Questi risultati rappresentarono una chiara controtendenza rispetto ad altre città e territori in cui la Monarchia risultò prevalente. Non furono casi isolati quelli in cui la Repubblica riuscì ad affermarsi, dimostrando come la geografia del voto fosse molto più sfumata di quanto suggerisse la lettura tradizionale.

È proprio in questo contesto che si colloca il lavoro di Francesco Florenzano. Analizzando con attenzione i risultati del referendum nei comuni del Mezzogiorno, il volume restituisce visibilità a una costellazione di comunità nelle quali il voto repubblicano trovò terreno fertile, elencando provincia per provincia tutti i comuni che si schierarono per la Repubblica, con schede dedicate anche al voto politico per l’Assemblea Costituente.

Il caso di Salerno e di Albanella

La provincia di Salerno rappresenta un osservatorio particolarmente interessante per comprendere il clima politico del Mezzogiorno nel passaggio dalla guerra alla democrazia. Tra il 1944 e il 1945 la città di Salerno ospitò il governo Badoglio e poi il primo governo di unità nazionale guidato da Ivanoe Bonomi, diventando di fatto la capitale politica dell’Italia liberata.

In questo contesto si colloca Albanella, nel Cilento interno, città natale di Florenzano, i cui elettori votarono per circa il 55 per cento in favore della Repubblica. Il richiamo a questa comunità non ha soltanto un valore biografico: il caso di Albanella, come quello di molte altre realtà locali analizzate nel volume, dimostra come anche nei centri apparentemente periferici del Mezzogiorno maturarono orientamenti politici e forme di partecipazione che contribuirono alla nascita della Repubblica.

Oltre il luogo comune storiografico

Il punto centrale che emerge da questa ricerca è che il voto del 2 giugno non può essere interpretato soltanto attraverso la tradizionale contrapposizione geografica tra Nord repubblicano e Sud monarchico. All’interno dello stesso Mezzogiorno convivevano orientamenti diversi, determinati da fattori storici, sociali e culturali specifici.

Le ragioni della prevalenza monarchica nel Sud sono note. In molte realtà meridionali la monarchia appariva come una forma di continuità istituzionale in un momento di grande incertezza. Dopo la caduta del fascismo e la fine della guerra, una parte significativa dell’opinione pubblica temeva che il cambiamento istituzionale potesse aprire una fase di ulteriore instabilità politica.

A questo si aggiungeva il peso simbolico del cosiddetto Regno del Sud. Dopo l’8 settembre 1943 la monarchia e il governo Badoglio si stabilirono nel Mezzogiorno sotto la protezione degli Alleati e per oltre un anno il Sud fu il centro dell’Italia ufficiale riconosciuta sul piano internazionale.

Ma accanto a queste motivazioni esistevano anche le ragioni di chi, nel Mezzogiorno, scelse la Repubblica. In molte comunità essa rappresentava la rottura con il passato e con le responsabilità della monarchia nella nascita e nel consolidamento del fascismo. In altre realtà il voto repubblicano fu alimentato dalla mobilitazione dei nuovi partiti di massa e dalle aspettative di rinnovamento politico e sociale che attraversavano il Paese nel difficile passaggio dal conflitto alla democrazia.

Il Mezzogiorno dell’Italia liberata fu attraversato da fermenti politici e sociali spesso sottovalutati, che prepararono il terreno alla partecipazione democratica del dopoguerra.

Il referendum del 2 giugno fu dunque, prima di tutto, una somma di scelte maturate nelle comunità locali: nelle piazze dei paesi, nelle sezioni dei partiti appena ricostituiti, nei circoli politici e nelle discussioni quotidiane di una società che stava lentamente uscendo dalla guerra.

Il merito del libro

Il merito principale di Il Sud che votò per la Repubblica è proprio quello di restituire complessità alla storia di quel voto e di contribuire a rivedere criticamente uno dei luoghi comuni più persistenti della narrazione pubblica italiana.

La nascita della Repubblica non fu soltanto il risultato delle regioni settentrionali, ma anche il prodotto del contributo di numerose comunità meridionali che, pur in un contesto complessivamente monarchico, scelsero la strada del cambiamento.

Ed è proprio nelle scelte maturate in queste comunità – nei paesi, nelle campagne e nelle piazze del Mezzogiorno – che si possono ritrovare alcune delle radici meno conosciute ma non meno importanti della nascita della Repubblica italiana.

Ricostruire questa storia significa comprendere meglio le radici della democrazia italiana e riconoscere il ruolo che anche il Mezzogiorno ebbe nel processo di fondazione della Repubblica.

Il lavoro di Francesco Florenzano si inserisce con merito in questo percorso di ricerca, offrendo agli studiosi e ai lettori uno strumento utile per rileggere con maggiore attenzione e senza semplificazioni una pagina decisiva della nostra storia nazionale.

Questa è la prefazione al libro Il Sud che votò per la Repubblica di Francesco Florenzano, in uscita il 17 aprile 2026 per i tipi della Edup.

Fonte
Pubblicato su Marioavagliano.it, 22 marzo 2026.
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Fosse Ardeatine, 82 anni dopo: 7 vittime sono ancora senza nome

di Mario Avagliano

82 anni dalle Fosse Ardeatine: quei nomi che continuano a chiamarci

Ci sono date che non passano. Restano.
Il 24 marzo 1944 è una di quelle.

Nelle cave sulla via Ardeatina, a Roma, 335 uomini vennero condotti uno alla volta, costretti a inginocchiarsi e uccisi. Non erano numeri. Erano vite. Erano storie. Erano nomi.

Scorrere quell’elenco – dalla A di Ferdinando Agnini alla Z di Augusto Zironi – significa attraversare un’Italia intera, colpita nel suo momento più buio.

C’era Don Pietro Pappagallo, sacerdote che scelse di restare accanto agli altri fino all’ultimo.
C’erano i giovanissimi Duilio Cibei e Marco Di Veroli, appena quindicenni.
C’era Gavino Luna, cantante e impiegato delle Poste.

E tra quei 335 c’erano Giovanni Frignani e Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo: due figure centrali della Resistenza romana. Frignani, tenente colonnello dei carabinieri, fu l’uomo che il 25 luglio 1943 ebbe il compito di arrestare Mussolini e che, dopo l’8 settembre, scelse la Resistenza pagando con la vita. Montezemolo, capo del Fronte militare clandestino, organizzò la rete resistenziale nella capitale fino alla cattura e alla morte alle Ardeatine.

E c’era il generale Sabato Martelli Castaldi, generale dell’aeronautica, uomo che ebbe il coraggio di opporsi al regime e che, nella Roma occupata, scelse la strada della dignità e della resistenza, fino alla stessa tragica fine.

E poi centinaia di altri: operai, militari, artigiani, commercianti, contadini.
Resistenti, ebrei, civili. Un intero Paese racchiuso in una cava.

Le Fosse Ardeatine sono questo: non solo una strage, ma il ritratto di una nazione.

Nel mio libro Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine ho cercato di restituire proprio questo mosaico umano. Non solo i fatti, ma le persone. Le loro scelte, le loro paure, i loro affetti. Una sorta di “Spoon River” italiana, dove ogni nome torna ad avere voce.

E alcune di quelle voci arrivano fino a noi.

Come quella di Orlando Orlandi Posti, che dal carcere scriveva parole che ancora oggi colpiscono nel profondo: “l’alba del mio 18 anno di vita la ho passata in carcere morendo di fame”. E alla ragazza di cui era innamorato: “Cara Marcella quando leggerai questa… io sarò nel mondo dove almeno troverò un po’ di pace”.

O come le tante storie di uomini prelevati all’improvviso, senza sapere che non sarebbero mai tornati.

E persino chi si trovò lì per caso, come Rosa Fedele, contadina uccisa dalle SS solo per essersi avvicinata troppo a quel luogo già segnato dalla violenza.

Ogni storia è unica. Ogni storia è necessaria.

Eppure, dopo 82 anni, quel lavoro non è ancora finito.

Appello
Nel sacrario delle Fosse Ardeatine sette tombe portano ancora la scritta Ignoto. Grazie a nuove analisi genetiche, oggi è possibile restituire un nome a quelle vittime. L’appello è rivolto ai familiari e a chiunque possa fornire informazioni utili: contribuire significa completare un fondamentale percorso di memoria e giustizia.

Oggi, grazie al lavoro dell’antropologa forense Elena Pilli e dell’Università di Firenze, si apre una nuova possibilità: restituire un’identità alle vittime ancora sonosciute attraverso il DNA. Ma serve anche il contributo delle famiglie, della memoria privata, delle storie custodite nel tempo.

Dal 2010 a oggi sono state identificate cinque delle dodici vittime inizialmente ignote.

Il risultato è frutto di un approccio interdisciplinare che integra l’antropologia forense – con l’estrazione e la caratterizzazione molecolare del DNA degradato – e la ricerca storico-documentale.

Al progetto hanno collaborato il RIS dei Carabinieri di Roma, l’Ufficio per la Tutela della Cultura e della Memoria della Difesa, il Museo Storico della Liberazione di Roma, la storica Alessia Glielmi, la Comunità Ebraica di Roma, l’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania, i partner del progetto Virtual Biographical Archive (ViBiA), la documentarista Michela Micocci e le rappresentanze delle famiglie delle vittime (ANFIM).

Ma nel sacrario, sette tombe portano ancora una sola parola: Ignoto.
Sette uomini senza nome. Sette vite sospese.

Perché dare un nome non è un dettaglio. È restituire una vita.

La violenza nazifascista voleva cancellare tutto: corpi, identità, storie. Ricostruirle oggi è un atto di giustizia.

E mentre ricordiamo, non possiamo non guardare al presente.
Ancora oggi, in tante guerre, i civili muoiono senza nome. Ancora oggi, esistono fosse senza identità.

Per questo le Fosse Ardeatine non sono solo memoria. Sono responsabilità. Se vogliamo davvero onorare quei 335, dobbiamo continuare a raccontarli. A leggerli. A trasmettere le loro storie. È anche questo il senso del mio lavoro.

Il libro

Strage delle Fosse Ardeatine: nelle vite delle 335 vittime c’è tutta la storia d’Italia – sociale, politica, economica, culturale – e della Resistenza, in una sorta di Spoon River italiana.

- Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine
- L’uomo che arrestò Mussolini
- Il partigiano Montezemolo
- Il partigiano Tevere

Ottantadue anni dopo, quei 335 continuano a parlarci.
E tra loro, sette attendono ancora di essere chiamati per nome.

Sta anche a noi non lasciare incompiuta la loro storia.

Per informazioni e per partecipare a questa ricerca, anche dall’estero: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Fonte
Pubblicato su Marioavagliano.it, 22 marzo 2026.
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Avagliano: battaglia per il voto alle donne centrale per la democrazia. Ma la strada da percorrere è ancora lunga

La cronaca del CorriereIrpinia.it

Floriana Guerriero racconta la presentazione di Voto alle donne! ad Avellino.

“La battaglia per il voto alle donne non è questione di genere ma chiama in causa la democrazia. Ecco perché chiede il sostegno di tutti”. Spiega così Mario Avagliano l’idea da cui nasce il volume “Voto alle donne” scritto con Marco Palmieri, presentata presso la sede dello Spi CGil. “Abbiamo voluto – spiega Avagliano – dedicare questo libro alle nostre figlie con la speranza di una rinnovata alleanza tra uomini e donne per superare quei tratti della società di oggi che conservano un retaggio patriarcale”.

Ricorda come “la democrazia non può nascere escludendo una parte della società, è quello che accade con la nascita dell’Unità d’Italia, che si realizza senza madri. Se uomini come Giuseppe Mazzini erano assertori dell’emancipazione altri come Gioberti continuavano a teorizzare la superiorità dell’uomo sulla donna. Il Codice Civile dell’Italia postunitaria prevedeva, ad esempio, che fosse richiesta l’autorizzazione al marito per qualsiasi atto legale compiuto dalla donna, a partire dalla vendita di beni. Senza dimenticare le difficoltà per le donne di accedere all’istruzione”. Ricorda come la storia “è fatta di uomini e donne. Questo libro ci ricorda il ritardo che ha caratterizzato il nostro paese nel riconoscimento dei diritti femminili. Ed è importante che anche tanti uomini abbiano appoggiato il cammino delle donne come Salvatore Morelli, deputato che nel 1867 aveva presentato un progetto legge contro la schiavitù della donna e a favore del divorzio ma non gli fu permesso neppure di discutere le sue proposte. Saranno, poi, le donne borghesi, che avevano potuto accedere all’istruzione, le protagoniste del movimento che chiedeva il diritto di voto per le donne. Decisiva sarà, poi, la Grande Guerra nella quale le donne daranno prova delle loro capacità, sostituendo gli uomini nelle fabbriche o negli uffici fino all’abolizione dell’autorizzazione maritale nel 1919 e all’elaborazione di un progetto di legge sul voto alle donne, poi abbandonato con l’affermarsi del fascismo. Ad affermarsi sarà in quegli anni l’immagine della donna come moglie e madre. Un’immagine rovesciata dalla Resistenza, che si dimostrerà un momento di forte consapevolezza politica con le donne che combattono insieme agli uomini e che culminerà con il voto del 1946 che vedrà l’elezione di donne alla Costituente. In tantissime sceglieranno di esercitare il loro diritto, superando la paura dell’astensionismo. Né mancherà una parte della sinistra che attribuirò al voto femminile le responsabilità della vittoria della Dc con un’interpretazione chiaramente patriarcale”.

La locandina della presentazione

Avagliano ricorda come “La lezione più bella sarà quella di vedere donne di diversa formazione combattere insieme per gli stessi diritti, facendosi valere, come testimonia la nostra Costituzione, nella quale si chiarisce che la Repubblica si impegna a rimuovere gli ostacoli che di fatto impediscono l’uguaglianza. Tutto questo mentre altre donne scelsero di non sostenere questa battaglia, alimentando stereotipi e pregiudizi”. E ricorda come “i dati relativi alla presenza delle donne nei ruoli apicali, a partire dalla politica, dai sindaci ad assessori e presidenti di Regione, dimostrano che la strada da percorrere è ancora lunga, di qui la necessità di acquisire piena consapevolezza dei diritti per non tornare indietro”.

E’ Fabiana Siciliano, segretaria Fisac Cgil Avellino, a ripercorrere le tappe del cammino per l’emancipazione femminile, proseguito anche dopo la conquista del diritto di voto, dalla parità di trattamento di uomini e donne in materia di lavoro nel 1977 alla legge sul divorzio, dalla cancellazione del delitto d’onore grazie al coraggio di donne come Franca Viola al riconoscimento nel 1996 della violenza sessuale come reato contro la persona all’impegno per la riduzione del gender pay gap, favorendo la presenza femminile nei settori Stem. A ciò si affianca la difficoltà di conciliare lavoro e famiglia con la cura che ricade ancora esclusivamente sulle spalle delle donne. Non possiamo dimenticare che l’emancipazione è un processo fragile, ci vuole poco perché i diritti siano messi in discussione”.

Chiara Beatrice, segretaria Fisac Cgil Benevento, si sofferma sulla polarizzazione del dibattito su donne e diritti che caratterizza il presente “Ci troviamo di fronte a strategie non univoche per promuovere i diritti al femminile, se la destra punta su repressione e inasprimento delle pene, la sinistra è impegnata nella promozione di un cambiamento culturale. Allo stesso modo, quando si parla di conciliazione famiglia lavoro, la destra cerca di promuovere politiche a sostegno delle famiglia, la sinistra chiede il coinvolgimento degli uomini nella gestione dei figli e sceglie di investire sull’ampliamento di servizi come asili nido. Così su fronte del diritto all’autodeterminazione del proprio corpo, abbiamo visto associazioni pro life entrare nei consultori, con il pretesto di offrire alle donne un’alternativa, che spesso si rivela solo un modo per colpevolizzarle. Oggi, abbiamo un leader che guida il Consiglio che è donna come la leader dell’opposizione ma il modo in cui viene concepita la leadership continua ad essere maschile. Ecco perché occorre un cambio di mentalità”. Inevitabile il riferimento alla legge sulla violenza con l’emendamento Bongiorno che ha trasformato profondamente il provvedimento, introducendo la variante del dissenso esplicito, in contrasto con la normativa europea, che dice con chiarezza che si parla di violenza sessuale in assenza di consenso. In questo modo si trasferisce la responsabilità della violenza sulla donna, innescando il processo di vittimizzazione secondaria”.

Carla Raimo, segretaria Fisac Cgil Campania e Daniela Esposito, in rappresentanza della Cgil Avellino, ricorda il protagonismo delle donne Cgil nella battaglia referendaria, sottolineando come la storia ci insegna che nessun diritto è scontato, di qui la necessità di fare la nostra parte per difenderli”. Un confronto coordinato dallo storico Gianni Marino che sottolinea il valore di un libro che ripercorre una pagina cruciale della nostra storia, ricordando la preziosa sinergia di forze come il Cif e l’Udi nella scrittura della fase fondativa della Costituzione.

Il libro

Voto alle donne!

La storia della lunga battaglia che portò le italiane dal movimento delle suffragiste alla conquista del diritto di voto nel 1946 e alla presenza nell’Assemblea Costituente.

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Fonte
Articolo di Floriana Guerriero pubblicato su CorriereIrpinia.it, 16 marzo 2026.
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Voto alle donne!, quando Mussolini era a favore e Turati e Giolitti no

La recensione del Fatto Quotidiano

In un libro il faticoso cammino di un cambiamento epocale che oggi compie 80 anni (10 marzo 1946). Davide Turrini ricostruisce, a partire da Voto alle donne!, il faticoso cammino del suffragio femminile in Italia, mettendo in luce la trasversalità politica di pregiudizi, resistenze e ritardi che accompagnarono una conquista epocale.

Il primo a concedere il voto alle donne fu nientemeno che Mussolini, poi però, per via delle “leggi fascistissime”, non lo applicò.

E tra Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti fu ben più decisivo il primo del secondo, con la sua Democrazia cristiana, nel far votare signore e signorine italiane il 10 marzo 1946 per la prima volta, in una complessa tornata di elezioni amministrative pre-referendum e pre-Costituente.

Queste e altre deliziose spigolature appaiono nel poderoso volume Voto alle donne! (Einaudi), scritto dagli storici Mario Avagliano e Marco Palmieri, sorta di emersione scrupolosa dell’imponente tema dell’esercizio del voto elettorale concesso alle donne in Italia all’incirca dal 1848 fino al 1946, con una robusta appendice politica sui mesi successivi al “non evento”.

Intanto, per essere chiari, se si lavora con rigore documentale come Avagliano e Palmieri, i fatti storici appaiono inoppugnabili e un tema così, almeno fino a metà del secolo scorso, divisivo a livello sociale e culturale, si può analizzare e affermare nella sua assoluta trasversalità politica.

E a dirla tutta i grandi padri del socialismo italiano, Filippo Turati per esempio, come altri grandi statisti liberali del Paese, Giovanni Giolitti su tutti, non ci fanno una gran bella figura.

Insomma, non è che per il voto alle donne ci siano da una parte la sinistra illuminata e dall’altra la destra oscurantista. In tempi di intelletto cavernicolo, meglio saperlo.

Del resto lo spiegano gli autori fin dalle prime righe risorgimentali: l’Italia unita dai grandi aneliti di libertà e indipendenza politica nasce monca, proprio senza “madri”.

Le flebili tracce dei movimenti di emancipazione femminile di metà Ottocento sono prima di tutto legate all’attivismo di donne istruite della classe borghese e presenti tra le pieghe delle battaglie rivoluzionarie garibaldine, nonché come fautrici del proselitismo mazziniano.

Manifestazione sul voto alle donne

Manifestazione sul voto femminile. Clicca sull’immagine per ingrandire.

Ma a livello giuridico, nel neonato Parlamento italiano, un illuminato risorgimentale come Giuseppe Pisanelli, in veste di ministro di Grazia e Giustizia, nel 1865 con il codice omonimo ribadisce addirittura la subordinazione della donna introducendo la cosiddetta “autorizzazione maritale”, cioè la donna sottoposta alla potestà dell’uomo. Figuriamoci il voto.

Quando una paladina dei nascenti movimenti emancipatori femminili come Anna Maria Mozzoni nel 1877 rilancia una petizione sul voto politico delle donne, il governo Depretis, della cosiddetta Sinistra storica, verso cui Mozzoni guardava con favore, la boccia a livello parlamentare spiegando che è opinione diffusa che tale novità potrebbe mettere a rischio la serenità sociale e familiare, per esempio in caso di voto della moglie differente da quello del marito.

Meglio quindi osservare le mutazioni inarrestabili che, verso la fine dell’Ottocento, per le donne arrivano dal mondo del lavoro e delle professioni.

Iniziano gli scioperi di sole lavoratrici, come quello delle mondine a Molinella nel 1883, il primo del genere; in alcuni contesti, come nelle scuole, nel 1901 ci sono più maestre che maestri; oppure rimangono indelebili le battaglie di affermazione professionale di alcune singole donne come Lidia Poët, la prima laureata in giurisprudenza nel 1881, che cerca invano di iscriversi all’ordine degli avvocati per esercitare la professione imbattendosi nelle motivazioni lunari di una Corte d’appello: “Nell’avvocheria non devono immischiarsi le femmine”.

Bisogna attendere il 1904 per seguire il deputato repubblicano Roberto Mirabelli perorare in Parlamento la causa del voto esteso alle donne, con la derisione pubblica del presidente del Consiglio Giolitti.

Ma è in questo periodo che la questione subisce una incredibile accelerata, perché visto che a livello giuridico nessun divieto è espressamente determinato da codici e norme dello Stato, sono centinaia le donne che chiedono di iscriversi alle liste elettorali.

Molte commissioni elettorali accettano, ma sono le Corti d’appello a frenare con “obiezioni pretestuose”.

Con un’unica eccezione: la Corte d’appello di Ancona che il 25 luglio 1906 approva l’iscrizione nelle liste elettorali di un gruppo di donne.

Sarà la Cassazione ad esecrare il lavoro dei giudici anconetani spiegando che il principio di esclusione dal voto della donna è talmente ovvio che nello Statuto Albertino non si sono nemmeno sprecati di scriverlo.

In mezzo a quella che è una vera e propria incontrollata eruzione di movimenti e associazioni femminili a livello nazionale dedite al suffragio, una figura altrimenti cruciale per l’emancipazione della classe operaia come Turati liquida sommariamente il tema, nonostante la fervida battaglia femminile della compagna Anna Kuliscioff: “Il voto alle donne è prematuro per la ancora così pigra coscienza politica e di classe delle masse proletarie femminili”.

Prima pagina dell’Avanti! sul tema del voto alle donne

Una testimonianza della stampa del tempo sul dibattito attorno al suffragio. Clicca sull’immagine per ingrandire.

Paradosso per paradosso, sarà invece nel 1925 la maggioranza fascista del Parlamento, già amputato dalla secessione dell’Aventino, a dare il via libera alla proposta del diritto di voto elettorale amministrativo alle donne che hanno compiuto 25 anni e hanno adempiuto a una serie di specifiche giuridiche.

Ai deputati maschilisti recalcitranti fa una lavata di capo addirittura il Duce: “Questa necessità è diventata sempre più impellente”.

Il Senato approva, ma per uno scherzo della storia l’avvento delle leggi fascistissime, che sostituiscono sindaci e giunte con i podestà, fa sfumare l’occasione storica.

Bisognerà infine attendere l’inizio del 1945, a guerra ancora in corso, e l’iter del decreto sul voto alle donne sotto il governo Bonomi III per compiere la svolta tanto agognata da milioni di donne italiane.

Svolta che, segnalano Avagliano e Palmieri, lascia “indifferente e distratta buona parte della stampa del giorno seguente, specie quella politica”.

Del resto, nella discesa post-Ventennio che porta al voto per le donne, sarà un po’ più convinto il democristiano De Gasperi del comunista Togliatti, quest’ultimo preoccupato che una parte della base del partito veda le masse femminili inclini a un voto “reazionario”.

Insomma, nonostante tutto, le donne poterono finalmente votare prima alle amministrative del 10 marzo 1946, poi al referendum monarchia-repubblica del 2 giugno 1946 e infine per la composizione dell’Assemblea Costituente, in un clima, un po’ alla C’è ancora domani della Cortellesi, di ritrosie anche tra i paladini dell’antifascismo.

Uno dei padri della Repubblica italiana, un antifascista come Ferruccio Parri, leader del Partito d’Azione, al congresso della trionfante UDI, l’Unione Donne Italiane, a Firenze nell’ottobre del 1945 intervenne clamorosamente così: “Per sbagliare bastiamo noi. E sarebbe eccessivo che vi aggiungeste anche voialtre”.

Il libro

Voto alle donne!

La storia della lunga battaglia che portò le italiane dal movimento delle suffragiste alla conquista del diritto di voto nel 1946 e alla presenza nell’Assemblea Costituente.

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Fonte
Articolo di Davide Turrini pubblicato su Il Fatto Quotidiano, 10 marzo 2026.
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