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Mario Avagliano
Storico e scrittore

La storia italiana raccontata attraverso persone, documenti e memoria

Racconto la storia italiana attraverso libri, ricerche e incontri pubblici, con particolare attenzione alle vicende delle persone comuni e ai passaggi decisivi della nostra democrazia.

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Avagliano: “Eloisa e le altre napoletane pioniere del voto alle donne nel 1946”

di Alessio Gemma

Alessio Gemma intervista Mario Avagliano sul libro Voto alle donne! e sulle pioniere napoletane del suffragio femminile.

«Questo è un libro scritto da due maschi, ed è stata un po’ una seduta di autocoscienza per noi che abbiamo preso consapevolezza di come gli uomini hanno cercato di ostacolare sempre il progresso delle donne».

Mario Avagliano, 59 anni, originario di Cava de’ Tirreni, giornalista e scrittore, è autore con Marco Palmieri di Voto alle donne! (Einaudi). È, come recita il sottotitolo, La storia di una battaglia dalle suffragette alla Costituente, che celebra quest’anno l’anniversario, 80 anni, del primo voto alle donne in Italia. Il libro si presenta alle 17.30 all’associazione Sudd in via Toledo.

Che significato ha avuto il voto alle donne?

«È la storia di un ritardo, in realtà l’Italia arriva a riconoscerlo dopo tutti gli altri paesi occidentali. Il libro ripercorre il motivo che risale all’Unità d’Italia: che nasce male, senza riconoscimento del ruolo delle donne. Lo statuto Albertino diceva che tutti i regnicoli, equivalenti dei cittadini, erano uguali davanti alla legge ma intendeva soltanto i maschi. Col fascismo poi si fecero mille passi indietro».

Era lo specchio di un ruolo marginale della donna nella società di allora?

«Sì, una società patriarcale, maschilista. Il paradosso è che le donne furono protagoniste del Risorgimento, a partire dalla rivoluzione napoletana con Eleonora Pimentel Fonseca. Ma per il codice civile Pisanelli del 1866 per qualsiasi atto - compravendita, mutuo - le donne dovevano chiedere l’autorizzazione al marito».

Come si arrivò al voto?

«È stata una conquista. Già nell’Ottocento nascono le associazioni femministe. A Napoli, Eloisa Nacciarone nel 1905 chiede di essere iscritta alle liste elettorali, la Corte d’Appello boccia, lei ricorre. Al plebiscito del 1860 la napoletana Marianna De Crescenzo, detta la sangiovannara, riesce a votare. Il suo voto fu accettato incredibilmente per l’apporto che aveva dato alla causa patriottica».

Napoli in anticipo?

«Sì e andrebbe corretta la data nell’immaginario collettivo: non il 2 giugno 1946, il primo voto per tutte fu tra marzo e aprile 1946 al turno delle amministrative».

«Le sindache in Italia sono il 15 per cento, alla presidenza delle Regioni abbiamo due donne su 20. E questo vale per le manager. Vorremmo che questo libro non fosse letto solo da donne, ma far capire agli uomini che non è solo una questione di genere: la democrazia si realizza se sono ugualmente rappresentati uomini e donne».

La convince il metodo delle quote rosa?

«È una soluzione provvisoria, ma necessaria altrimenti non si raggiungerebbe quel minimo di parità. Ma il problema è culturale: è in gioco la qualità della democrazia».

Sono segnali positivi?

«Sono segnali positivi, l’auspicio è che si trasformino in qualcosa di più. Se andiamo a vedere il numero di donne occupate, siamo ben al di sotto della media europea. Urgono pari opportunità reali per le donne».

Il libro

Voto alle donne!

La storia della lunga battaglia che portò le italiane dal movimento delle suffragiste alla conquista del diritto di voto nel 1946 e alla presenza nell’Assemblea Costituente.

Scopri il libro →
Disponibile anche su Amazon

Fonte
Intervista di Alessio Gemma pubblicata su la Repubblica Napoli, 4 maggio 2026.
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Quando la Resistenza era donna

 

di Mario Avagliano

In Donne invisibili, Fabio Montella ricostruisce il ruolo decisivo delle donne nella Resistenza della Bassa modenese, restituendo voce a una memoria troppo a lungo marginalizzata

Fabio Montella, con Donne invisibili. La Resistenza femminile nella Bassa modenese (Bibliotheka, 2026), compie un’operazione storiografica di grande rilievo civile oltre che scientifico: restituisce voce, nomi, biografie e dignità storica a centinaia di donne che hanno rappresentato una componente decisiva della Resistenza italiana in un territorio preciso e ben delimitato — la Bassa modenese — ma che per troppo tempo sono rimaste ai margini della narrazione pubblica.

Ed è proprio questa dimensione locale uno dei punti di forza del volume. Montella non pretende di raccontare “la” Resistenza femminile italiana nel suo insieme, ma sceglie consapevolmente il terreno della microstoria: i comuni della pianura modenese, le reti familiari, i paesi, le case coloniche, le relazioni sociali e politiche che alimentarono l’opposizione al nazifascismo. Una scelta metodologica efficace, perché attraverso un’analisi rigorosamente territoriale riesce a illuminare dinamiche più ampie della guerra di Liberazione e del protagonismo femminile.

Il libro si colloca dentro uno dei filoni più fecondi e innovativi della storiografia contemporanea sulla Resistenza: quello inaugurato, tra le prime, da Anna Bravo, che ha avuto il merito di spostare lo sguardo dalla sola dimensione militare della lotta partigiana alla più ampia esperienza della “Resistenza civile”. Non più soltanto le armi, le brigate e gli scontri armati, ma anche le reti di solidarietà, il soccorso agli ebrei perseguitati, l’assistenza ai renitenti, il sostegno logistico ai partigiani, il ruolo quotidiano e spesso silenzioso delle donne.

Montella mostra con efficacia quanto quella definita per decenni “Resistenza minore” fosse in realtà una struttura portante della lotta di Liberazione. E lo fa attraverso una ricerca rigorosa, fondata su archivi, testimonianze, carte giudiziarie, documenti del Ricompart e memorie familiari, che restituiscono profondità umana e storica alle protagoniste del volume.

La forza del libro sta proprio qui: nel dimostrare che senza le donne — contadine, operaie, maestre, staffette, madri, ragazze spesso giovanissime — la Resistenza non avrebbe potuto esistere nella forma concreta che assunse tra il 1943 e il 1945. Montella insiste giustamente sul carattere non ancillare del loro contributo, contestando una lettura tradizionale che confinava l’universo femminile in una funzione subordinata rispetto al combattente maschio.

È un terreno di ricerca che conosco bene e che ho cercato anch’io di sviluppare nei miei libri Generazione ribelle e Voto alle donne!, pubblicati da Einaudi, nei quali ho approfondito il nesso tra guerra, Resistenza, partecipazione femminile ed emancipazione democratica. Perché il protagonismo delle donne durante il conflitto non fu soltanto una parentesi emergenziale: rappresentò uno dei passaggi decisivi verso la conquista della cittadinanza piena e del suffragio universale.

Il volume di Montella conferma dunque quanto la storia delle donne nella Resistenza non sia un capitolo laterale, ma uno snodo fondamentale per comprendere la nascita dell’Italia democratica. Le sue oltre quattrocento pagine raccontano non soltanto il coraggio individuale, ma anche la trasformazione profonda di una società: donne cresciute dentro il modello patriarcale del fascismo che, attraverso l’esperienza della guerra e della clandestinità, conquistarono spazi inediti di autonomia e consapevolezza.

C’è infine un valore pubblico del libro che merita di essere sottolineato. In un tempo in cui la memoria della Resistenza rischia spesso di ridursi a rituale o slogan, Donne invisibili restituisce complessità, carne e verità storica a quella stagione. Ricorda che la libertà italiana nacque anche nelle cucine contadine, nelle biciclette delle staffette, nelle case che nascosero ebrei e disertori, nei gesti quotidiani di donne rimaste troppo a lungo senza volto nella memoria nazionale.

Ed è forse proprio questo il merito maggiore del lavoro di Fabio Montella: avere trasformato le “inermi” della storia in protagoniste consapevoli del racconto democratico italiano.

Fonte
Pubblicato su Marioavagliano.it, 9 maggio 2026.
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1919, l’anno in cui l’Italia cambia pelle

 

di Mario Avagliano

Tra riforme politiche, tensioni sociali e nuove libertà nei costumi, il libro di Michele Graziosetto racconta un anno esplosivo, sospeso tra euforia e crisi

C’è un anno, nella storia italiana, che più di altri assomiglia a una scossa elettrica: il 1919. Michele Graziosetto, nel suo 1919: i segni della modernità, lo racconta come un punto di rottura, un laboratorio caotico in cui si mescolano entusiasmo e paura, libertà e violenza, innovazione e disorientamento.

È, prima di tutto, l’anno dopo la fine della Prima guerra mondiale. E questo dettaglio è decisivo. Il Paese esce da un conflitto devastante con milioni di reduci, un’economia da riconvertire, un debito enorme e aspettative altissime. «Si espandeva un irrazionale desiderio di gioia di vivere», scrive l’autore, ma accanto a questo emerge subito una tensione diffusa, fatta di rancori, disuguaglianze e promesse mancate.

Il 1919 è quindi insieme liberazione e crisi. La fine della disciplina militare lascia spazio a nuovi comportamenti sociali: più libertà nei costumi, nella moda, nei rapporti tra uomini e donne. È una modernità ancora confusa, ma visibile. Nelle città si affermano stili di vita più disinvolti; nelle arti e nella cultura continua a vibrare l’onda del futurismo, con il suo culto della velocità, della rottura e dell’irriverenza. Anche la musica e lo spettacolo si aprono a forme più leggere e popolari, segnali di una società che vuole lasciarsi alle spalle l’austerità della guerra.

Ma il cambiamento più evidente passa dalla politica. Il 1919 è un anno di riforme importanti: viene introdotto il sistema proporzionale, che rivoluziona il modo di fare politica e frammenta il quadro parlamentare; si allarga la partecipazione elettorale maschile; si abolisce l'autorizzazione maritale che limitava fortemente le donne; si avviano politiche sociali che cercano di rispondere alle richieste di lavoro e tutela. Sono provvedimenti che, almeno sulla carta, aprono a una maggiore democratizzazione dello Stato.

Eppure, queste innovazioni non stabilizzano il sistema. Al contrario, lo rendono più fragile. Come osserva Graziosetto, la violenza nelle piazze e lo scontro tra gruppi danno «la sensazione che l’intero assetto giuridico-statuale fosse sotto assedio». Le riforme corrono più veloci della capacità del Paese di assorbirle.

In questo clima nascono nuove forze politiche. Il Partito Popolare Italiano segna l’ingresso ufficiale dei cattolici nella vita politica nazionale; i Fasci di combattimento, ancora deboli e disorganizzati, rappresentano un fenomeno inizialmente marginale ma carico di potenziale. Intanto il socialismo cresce, radicalizza i toni e parla apertamente di rivoluzione.

Fuori dai palazzi, la società ribolle. I reduci chiedono riconoscimento e lavoro; gli operai scioperano; i contadini rivendicano terra e diritti. Il libro insiste su questo scarto tra aspettative e realtà: «le soluzioni… sono ancora in gran parte inevase», e proprio da qui nasce la frustrazione collettiva.

Un altro “segno della modernità” è l’esperienza di Fiume, che Graziosetto richiama come simbolo di un nuovo stile politico: spettacolare, emotivo, quasi teatrale. Non è solo un episodio nazionalista, ma un laboratorio di linguaggi che mescolano estetica, propaganda e partecipazione di massa.

Il 1919, però, non è un anno uniforme. L’autore mostra bene la distanza tra città e campagne: mentre nei centri urbani si discute di rivoluzione e nuovi assetti politici, nelle campagne prevalgono rivendicazioni concrete, legate al lavoro e alla sopravvivenza. La modernità arriva ovunque, ma in forme diverse, spesso contraddittorie.

Alla fine, ciò che colpisce è l’incertezza. Nulla è ancora deciso. Come ricordano le parole riportate nel libro, molti pensano che «il vecchio mondo stesse per crollare» e che fosse alle porte un nuovo ordine. Non sarà così semplice. Ma è proprio questa apertura di possibilità a rendere il 1919 un anno unico.

Il merito del volume di Graziosetto sta qui: restituire il rumore di fondo di un’epoca, senza trasformarlo in una storia già scritta. Il 1919 non è solo l’inizio di qualcosa che verrà. È, prima di tutto, un momento in cui tutto sembra possibile — e proprio per questo instabile.

Fonte
Pubblicato su Marioavagliano.it, 10 aprile 2026.
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Le suppliche a Pio XII e l’alba delle Fosse Ardeatine

di Mario Avagliano

Le lettere inedite indirizzate a Pio XII dai familiari di alcuni martiri delle Fosse Ardeatine aprono uno squarcio prezioso sulla Roma occupata: non solo il dolore e la paura, ma anche l’idea che, di fronte alla violenza nazista, la Santa Sede potesse rappresentare l’ultima istanza di salvezza. È una storia che aggiunge nuovi documenti a un tema che, in parte, era già emerso nei miei libri e nel podcastsu Rai Radio 3 su Giuliano Vassalli.

Le Fosse Ardeatine non sono soltanto il luogo simbolo di una strage. Sono anche il punto terminale di una trama di arresti, torture, attese, illusioni, tentativi di mediazione, richieste disperate. Prima della cava sulla via Ardeatina c’è via Tasso. Prima dell’eccidio c’è il carcere. Prima della morte c’è, quasi sempre, qualcuno che cerca di impedirla.

Per questo le lettere inedite a Pio XII, di cui ha scritto Roberto Rotondo su Avvenire il 22 marzo 2026, in un articolo intitolato L'alba delle Ardeatine: le suppliche a Pio XII, hanno un valore che va oltre la novità documentaria. Ci mostrano, nella loro nudità, il momento in cui la storia grande si condensa in un gesto elementare e assoluto: scrivere a un’autorità ritenuta ancora capace di ascoltare, intervenire, salvare.

Non si tratta solo di carte d’archivio, rinvenute nel corso della ricerca coordinata da Andrea Ciampani, ordinario di Storia contemporanea della Lumsa, tra le carte del pontificato di Pio XII e rese disponibili dall’Archivio Apostolico Vaticano. Si tratta di voci. Di mogli, madri, sorelle che non discutono di geopolitica, ma implorano una grazia, un rinvio, almeno una mitigazione della pena. Nella Roma occupata, dove molte porte si erano già chiuse, il Papa appariva ancora a molti come l’ultima porta possibile.

Le suppliche come documento storico

Gli incipit di queste lettere sono già, da soli, una sintesi della condizione umana e morale di quei mesi: «Dio Vi illumini, S. Padre, mentre Vi degnate di leggere questa supplica, che disperatamente Vi rivolgo»; «Sono una madre tanto infelice e mi rivolgo a Vostra Santità perché voglia ascoltarmi»; «Beatissimo Santo Padre, rivolgo questa umilissima domanda alla Santità Vostra per implorare grazia al caso pietoso che mi colpisce»; «Beatissimo Padre, in un’era di inesprimibile angoscia rivolge al Vostro Paterno Cuore la sua supplice ed ardente preghiera una madre».

In queste formule non c’è soltanto il linguaggio devoto dell’epoca. C’è la drammaticità di una società precipitata nell’arbitrio. C’è la consapevolezza che il diritto è stato sospeso e che resta solo l’appello alla misericordia, all’influenza morale, all’intercessione personale.

La lettera di Gilda Frascà, moglie di Paolo, datata 28 febbraio 1944, è esemplare:

«Tutte le porte sono chiuse per me e solo da Dio e da Voi spero aiuto. Sono una povera madre di sette figli, tutti piccoli; la mia salute non è buona, poiché sono malata ai polmoni non leggermente: tanto che dovrò esser ricoverata in sanatorio. Dal 27 gennaio 1944, manca da casa mio marito Paolo Frascà, fu Fortunato, e soltanto da pochi giorni so che egli si trova in Via Tasso, detenuto dalla polizia tedesca. S. Padre, Paolo è l’unico sostegno della famiglia, che poteva vivere con quello che egli ricavava dal suo lavoro di impiegato; ma ora, ora che egli non è con noi i miei figli soffrono la fame».

Qui la persecuzione politica si intreccia alla devastazione sociale. Il carcere non colpisce solo il detenuto: travolge la famiglia, priva i figli del pane, trasforma la repressione in fame, malattia, abbandono.

La lettera della madre di Mario Gelsomini, Sparta, del 14 marzo, aggiunge un’altra dimensione:

«Mio figlio (…) si trova tuttora in via Tasso. Io non so la gravità dell’accusa, ma qualunque essa sia mi rivolgo a Vostra Santità perché voglia liberarlo e restituirlo alla mia casa. Mio marito è gravemente ammalato per una operazione polmonare ed io sono sola senza nessuno che mi possa dare conforto e aiuto. Non so la ragione che abbia spinto mio figlio a fare ciò essendo egli un giovane onesto e religioso; anzi doveva contrarre matrimonio con una buonissima signorina proprio in quei giorni che fu arrestato. Esplica la sua professione di medico pediatra con coscienza e zelo ammirevole».

È il tentativo, tipico di molte suppliche, di restituire al prigioniero un volto morale: non un imputato astratto, ma un figlio, un medico, un uomo prossimo al matrimonio, una persona la cui vita appare socialmente e affettivamente preziosa.

La lettera di Isabella Gesmundo, sorella di Gioacchino, scritta il 23 marzo 1944, cioè il giorno prima dell’eccidio, è forse la più lacerante:

«Sono vedova con un figlio di 14 anni e mio fratello è per me l’unico appoggio e per il mio ragazzo fa le veci del padre. Nella situazione gravissima in cui si trova mio fratello l’unica speranza che conservo è che l’alto interessamento della Santità Vostra venga a mutare il suo destino».

Qui il dato storico e quello emotivo coincidono tragicamente. Noi leggiamo oggi queste parole sapendo ciò che lei ancora non sa: che il tempo è ormai quasi finito.

Infine la madre di Aladino Govoni, Teresa, formula con chiarezza il limite stesso della sua richiesta:

«Tutto quanto era umanamente possibile fare per salvare la mia creatura, io l’ho fatto; ma, purtroppo, nessun positivo risultato ho ragionevolmente da attendere dai miei innumerevoli passi. La mia ultima speranza è risposta ora nell’eventuale intervento della Vostra Suprema Autorità morale presso le Autorità Germaniche. Non mi aspetto che mio figlio vada indenne da pene; ma che egli abbia, almeno, salva la vita».

È una frase decisiva. Non si chiede l’innocenza. Non si chiede la piena assoluzione. Si chiede la vita. In questa soglia minima si misura l’abisso in cui Roma era sprofondata.

La diplomazia vaticana tra intervento e impotenza

Queste lettere aiutano anche a collocare meglio il ruolo della Santa Sede durante l’occupazione. Dalle carte emerge che il Vaticano non restò inerte. Si attivò attraverso la Commissione Soccorsi, facente capo a monsignor Giovan Battista Montini, il futuro Paolo VI, attraverso il nunzio Borgongini Duca e soprattutto attraverso padre Pancrazio Pfeiffer, figura chiave nei rapporti con i comandi tedeschi.

Ma queste stesse lettere mostrano anche il limite di quell’azione. La Santa Sede poteva tentare, perorare, mediare, sollecitare. Non poteva controllare la logica della repressione tedesca né fermare la volontà di annientamento di chi considerava quei detenuti nemici da eliminare.

Proprio per questo è importante evitare sia le letture apologetiche sia quelle liquidatorie. La documentazione ci restituisce un quadro storico più concreto: vi furono interventi reali, vi furono tentativi effettivi, vi furono anche fallimenti drammatici.

Un filo già presente nelle mie ricerche

Questa nuova emersione documentaria non nasce nel vuoto. Il tema delle richieste di intervento a Pio XII e dei tentativi di mediazione vaticana era già affiorato, seppure in forme frammentarie, in diverse storie da me ricostruite negli anni.

In Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine, scritto con Marco Palmieri, emerge ad esempio il caso di Aladino Govoni, uno dei capi del movimento Bandiera rossa. Figlio del poeta Corrado, arrestato il 25 gennaio 1944, torturato a via Tasso, processato dal tribunale militare tedesco e condannato a tre anni di carcere, venne ugualmente assassinato alle Ardeatine. Anche per lui si mosse Pio XII, su richiesta del padre, inviando padre Pfeiffer a visitarlo in carcere.

Nello stesso libro compare il caso del generale Simone Simoni, che aveva conosciuto Eugenio Pacelli all'epoca della prima guerra mondiale, quando era stato fatto prigioniero dai tedeschi e portato all’ospedale di Ellwangen, in Germania, e qui aveva ricevuto la visita del futuro papa Pio XII, nunzio apostolico in Baviera. Dopo il suo arresto, la moglie e le figlie ottennero un’udienza dal pontefice, il quale promise interessamento e consegnò loro tre rosari, chiedendo che uno fosse portato al generale. Anche qui la diplomazia vaticana si mosse, ma senza riuscire a salvarlo. Alla famiglia venne solo concesso di incontrarlo. Lui riuscì a inserire un messaggio cifrato nella biancheria: «Simone Simoni cella dodici – Giuseppe Ferrari due – sono malmenato – soffro con orgoglio – il mio pensiero alla Patria e alla famiglia».

Sempre in Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine ricostruisco la vicenda del sarto lucano Gaetano Sepe, membro di Bandiera rossa, arrestato il 22 marzo 1944 e torturato. Per avere sue notizie si mosse anche Giulio Andreotti, che si rivolse a padre Pfeiffer per tentare di far liberare lui e un altro prigioniero, il socialista Giuseppe Lopresti, attivissimo nella Resistenza e prezioso informatore dell'Oss, il servizio segreto americano. Inutilmente.

Il romano Renato Villoresi, che fa parte del Fronte militare clandestino guidato da Montezemolo, arrestato il 18 marzo 1944 dalle SS, finì anche lui a via Tasso, dove fu torturato senza pietà. Il fratello Massimo, non avendo piú notizie di lui, ottenne un colloquio con papa Pio XII e raccontò che quando il Santo padre, di fronte alle sue domande insistenti, lo abbracciò, capì che per Renato non c’era piú nulla da fare.

Nel libro L’uomo che arrestò Mussolini ho raccontato invece il tentativo compiuto per salvare Giovanni Frignani, Raffaele Aversa e Ugo de Carolis. Una lettera del 22 febbraio 1944, inviata a Pio XII da Elena Hoehn, chiedeva un intervento in loro favore, sostenendo che la loro attività «non era né disonorevole né da considerarsi come un tradimento» e implorando che l’autorevole parola del pontefice potesse mitigare la pena «in un più completo senso di umanità e di giustizia».

Pio XII rispose il 7 marzo attraverso monsignor Montini:

«Pregiatissima Signora, è pervenuta al Santo Padre la lettera del 22 Febbraio u.s. con la quale Ella sollecitava il Suo Paterno interessamento in favore del Ten. Col. Frignani, del Cap. Raffaele Aversa e del Mag. Ugo de Carolis, arrestati dalla polizia germanica.

Mi reco a premura d’informarLa che, per venerata disposizione di Sua Santità, ripetuti passi sono stati fatti nel senso da lei desiderato e non si mancherà di seguire la pratica, per quanto è possibile nelle presenti difficili circostanze.

Nella speranza che la pratica abbia a sortire esito favorevole l’Augusto pontefice imparte a Lei ed ai suoi cari l’Apostolica Benedizione».

Anche qui, però, il tentativo non andò a buon fine, anche perché Frignani era il nemico numero uno di Mussolini: l'uomo che lo aveva arrestato il 25 luglio 1943.

Nel libro Il partigiano Montezemolo ho ricostruito la drammatica ultima carta tentata per salvare Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, il capo del Fronte militare clandestino a Roma e nell'Italia occupata. È lo stesso Beppo, con un biglietto clandestino dal carcere, a scrivere che da lì «non si vede che azione Vaticano» e a sollecitare un intervento del Papa, anche per ottenere l’internamento in Vaticano.

Grazie alla principessa Colonna, la marchesa Fulvia Ripa di Meana ottenne nella notte tra il 18 e il 19 marzo 1944 una udienza privata con Pio XII per parlargli di Montezemolo. Il Papa promise di incaricare Montini. Padre Pfeiffer e la Segreteria di Stato si attivarono. Ma anche qui invano.

Nel volume Il partigiano Tevere emerge ancora il ruolo di questi tentativi di mediazione. Nel caso di Sabato Martelli Castaldi, generale dell'Aviazione originario di Cava de' Tirreni, il Vaticano esercitò pressioni per ottenere la sua liberazione e quella del suo fraterno amico Roberto Lordi. In carcere Sabato segnava i giorni sul muro della cella; il 22 marzo, due giorni prima della strage, scrisse che era un «giorno nero».

Il 24 marzo segna uno spartiacque. Dopo l’eccidio, il silenzio diventa ancora più fitto.

Come racconto in L’uomo che arrestò Mussolini, quando la moglie di Giovanni Frignani, Lina, insieme all’amica Elena Hoehn, torna a via Tasso a cercare notizie e non ne riceve, si rivolge di nuovo a padre Pancrazio Pfeiffer. La risposta è disarmante: via Tasso è ormai «una muraglia cinese», e «nemmeno la Santa Sede aveva potuto avere una benché minima risposta alle varie sue domande. […] Tutto mutismo, tutto mistero».

Il 7 aprile 1944, anche Luisa Martelli Castaldi, moglie del generale, scrive al cardinale Maglione, Segretario di Stato vaticano, per avere notizie del marito, detenuto da mesi: «dal 24 marzo è stato trasferito e non si sa la sua nuova destinazione». E aggiunge: «L’angoscia dei miei figli e mia è tremenda».

Dopo le suppliche, resta il vuoto. E per molte famiglie, anche la verità arriverà solo settimane dopo.

Il caso Vassalli: quando l’intervento riesce

La storia, però, non è fatta soltanto di tentativi falliti. Nel mio podcast su Rai Radio 3 Patria e Libertà, dedicato al socialista Giuliano Vassalli, futuro ministro della Giustizia, emerge un caso in cui l’intervento vaticano riuscì davvero a salvare una vita.

Vassalli descrisse le torture subite a via Tasso con parole terribili:

«Agli interrogatori, che si susseguirono incessantemente per una settimana, venivo portato a spintoni e ogni soldato tedesco si credeva in diritto — durante il percorso dalla cella agli uffici (sempre ammanettato) — di darmi un calcio o di sputarmi addosso. (…) Per l’intera settimana venni torturato con percosse al viso e allo stomaco, con brutalissimi calci, con staffilate e vergate sul dorso, sulle mani e sotto la pianta dei piedi. Venni inoltre percosso ripetutamente sulla testa con dei grossi tubi di metallo e più volte scaraventato a battere la testa per terra o contro le pareti, sino a perdere i sensi».

In quel caso il padre si mosse attraverso i canali vaticani. E Pio XII, tramite Montini e padre Pfeiffer, ottenne la scarcerazione di Vassalli il 3 giugno 1944, alla vigilia della liberazione di Roma.

Più tardi Vassalli ricordò che Kappler stesso gli disse:

«Ha da ringraziare esclusivamente il Santo Padre se lei nei prossimi giorni non viene messo al muro, come ha meritato».

Questo episodio non cancella i fallimenti degli altri casi. Ma dimostra che quei canali non erano fittizi. Esistevano. Talvolta non bastavano. Talvolta arrivavano troppo tardi. Talvolta, invece, riuscivano.

Le Ardeatine come storia di vite cercate fino all’ultimo

Le lettere a Pio XII, lette accanto a queste altre vicende, ci aiutano a vedere le Fosse Ardeatine in modo più pieno. Non solo come esito finale della barbarie nazista, ma come luogo in cui precipitano anche innumerevoli tentativi di salvezza. Prima della morte c’è stata una lotta contro la morte. Una lotta spesso perduta, ma non per questo meno reale.

In quelle lettere c’è il volto di una società civile che non smette di cercare mediazioni, di usare relazioni, di appellarsi alla coscienza religiosa e morale del proprio tempo. C’è l’idea che, finché una parola non è stata pronunciata per l’ultima volta, finché una porta non è stata chiusa definitivamente, qualcosa possa ancora accadere.

Molti di quei familiari non ottennero ciò che chiedevano. Ma proprio per questo le loro parole ci interrogano ancora. Perché danno voce non soltanto alla tragedia compiuta, ma anche alla speranza che la precedette. E in questo senso costituiscono uno dei documenti più intensi dell’alba delle Ardeatine.

Il libro

Strage delle Fosse Ardeatine: nelle vite delle 335 vittime c’è tutta la storia d’Italia – sociale, politica, economica, culturale – e della Resistenza, in una sorta di Spoon River italiana.

- Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine
- L’uomo che arrestò Mussolini
- Il partigiano Montezemolo
- Il partigiano Tevere

A ottantadue anni dall’eccidio, queste suppliche ci restituiscono un frammento essenziale della sua verità storica.
Non solo la violenza di chi uccise, ma anche l’ostinazione di chi tentò fino all’ultimo di salvare.

Fonte
Pubblicato su Marioavagliano.it, 22 marzo 2026.
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