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Mario Avagliano
Storico e scrittore

La storia italiana raccontata attraverso persone, documenti e memoria

Racconto la storia italiana attraverso libri, ricerche e incontri pubblici, con particolare attenzione alle vicende delle persone comuni e ai passaggi decisivi della nostra democrazia.

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Mario Avagliano

Mario Avagliano

Il primo suffragio femminile. "Una battaglia lunga un secolo"

di Viviana Ponchia

Viviana Ponchia intervista Mario Avagliano sul libro Voto alle donne! e sulla lunga battaglia per il suffragio femminile in Italia.

C’è ancora domani, però sbrighiamoci. L’attuale premier e il capo dell’opposizione sono donne, vero. Ma il numero delle occupate in Italia è molto al di sotto della media europea, le sindache sfiorano il 15% e alla presidenza delle Regioni se ne parla di due su venti. Dietro Meloni e Schlein si srotolano decenni di battaglie per la parità e legioni di uomini ostinati, a volte feroci, che per troppo tempo hanno considerato l’altra metà dell’anagrafe inadatta alla vita pubblica e subordinata per natura. A nome di tutti loro lo storico Mario Avagliano domanda scusa. E lo fa firmando con il collega Marco Palmieri Voto alle donne! - La storia di una battaglia dalle suffragette alla Costituente (Einaudi). Sono passati 80 anni da quel mitico 2 giugno 1946. Oggi, senza ipocrisia, chi come questi due amici maschi ha capito abbassa la testa: «In alcuni momenti, studiando certi documenti e certi dibattiti parlamentari, ci siamo quasi vergognati di essere uomini».

Vi siete fatti un lungo viaggio fra diari, lettere, memorie. Ma la conquista del voto, troppo spesso raccontata come inevitabile, non vi è sembrata per niente naturale.

«Il suffragio femminile fu una battaglia lunga quasi un secolo. Fatta di petizioni ignorate, promesse tradite, ostacoli giuridici. Davvero un viaggio nella vergogna se pensiamo a figure come Anna Kuliscioff. Passa solo per la compagna di Filippo Turati ma è stata la madre del socialismo e lo criticò pubblicamente perché non voleva mettere fra le priorità il voto delle donne. Alla fine lo convinse a sposare la causa».

La storia raccontata dagli uomini cancella la memoria femminile.

«Infatti quasi nessuno ha sentito nominare Anna Maria Mozzoni, la più grande femminista italiana dell’Ottocento, una donna straordinaria che ha combattuto per il suffragio, i diritti civili, l’emancipazione delle donne in un Paese profondamente patriarcale. Una figura alla quale dovrebbero essere dedicate migliaia di strade e scuole in ogni parte d’Italia. In pratica dimenticata».

È vero, è difficile trovare una strada dedicata a una donna.

«Maestre, operaie, intellettuali, partigiane, militanti, amministratrici, costituenti. Le donne raramente trovano posto nella memoria pubblica del Paese. Anche lo spazio continua a riflettere uno squilibrio e rende invisibile il contributo femminile alla storia nazionale».

In questa vostra seduta di autocoscienza maschile qualcuno fra gli uomini deve pur salvarsi.

«Giuseppe Mazzini naturalmente, che denuncia l’assurdità di una nazione che esclude metà della popolazione dalla cittadinanza politica. Ma soprattutto Salvatore Morelli, deputato pugliese e napoletano d’adozione, figura bellissima. Già nel 1867 presenta progetti di legge rivoluzionari. Uno porta un titolo impressionante ancora oggi: “Abolizione della schiavitù domestica della donna”. Un altro propone il divorzio in un’Italia dominata dalla cultura patriarcale e clericale».

Troppo avanti per il suo tempo.

«Il Parlamento non gli consentì neppure di discutere quei progetti di legge: Morelli dovette pubblicarli a proprie spese, fu deriso, isolato, insultato e finì in miseria».

Il libro racconta la fatica di una nazione sempre in ritardo.

«Quasi ultima, peggio di noi ha fatto solo la Svizzera. In realtà eravamo partiti bene. Nel 1919 le donne hanno dimostrato che senza di loro, con gli uomini al fronte, la nazione sarebbe crollata. Guidavano i tram a Milano, lavoravano nelle fabbriche metalmeccaniche, si occupavano degli affari di famiglia. Non solo. Il Parlamento abolì l’autorizzazione maritale approvata nel 1856 per cui qualsiasi atto di proprietà doveva avere il placet del coniuge. E aprì alle professioni, così Lidia Poët già iscritta all’albo fu in grado di esercitare davvero senza nascondersi dietro la firma del fratello. Addirittura fu approvata la legge sul divorzio e sul diritto di voto alle donne...»

E invece?

«Invece come spesso succede in Italia la legislatura cadde in anticipo, il nuovo Parlamento affossò tutto, il fascismo rimise la donna nei ranghi di fattrice dei guerrieri dell’impero».

Puntate al risarcimento morale?

«Restituire a quelle donne voce, nome e dignità significa non soltanto fare giustizia storica, ma anche offrire nuovi modelli alle giovani generazioni. La memoria pubblica non è neutrale: scegliere chi ricordare significa scegliere quale idea di società vogliamo costruire».

Il libro

Voto alle donne!

La storia della lunga battaglia che portò le italiane dal movimento delle suffragiste alla conquista del diritto di voto nel 1946 e alla presenza nell’Assemblea Costituente.

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Disponibile anche su Amazon

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Intervista di Viviana Ponchia pubblicata su Quotidiano Nazionale, 31 maggio 2026.
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Il Premio Letterario “Democrazia e Libertà” a L’uomo che arrestò Mussolini

Mario Avagliano vince il Premio Letterario “Democrazia e Libertà” con il volume L’uomo che arrestò Mussolini (Marlin Editore), giunto alla sesta edizione. Il riconoscimento è stato assegnato al libro nella Sezione Narrativa.

Il volume racconta la storia intrepida del tenente colonnello dei Carabinieri Giovanni Frignani: dalle trincee del Piave all’arresto di Mussolini, dalla Resistenza clandestina a Roma alle Fosse Ardeatine, forse a causa del tradimento di una bionda spia tedesca.

Questa la motivazione della giuria:

«La giuria ringrazia Mario Avagliano per aver trasformato il rigore della ricerca d’archivio in racconto avvincente, riportando alla luce una figura troppo a lungo rimasta nell’ombra. Restituendo a Giovanni Frignani il suo posto nella memoria nazionale, l’autore rende giustizia a un’intera tradizione di servizio allo Stato che seppe farsi Resistenza, e ci insegna che l’onore non è obbedienza al potere ma coerenza con la coscienza».

«Questo premio è un riconoscimento alla memoria di Giovanni Frignani e di tutti coloro che, anche dentro le istituzioni dello Stato, seppero dire no al fascismo. Credo profondamente che la ricerca storica debba riportare alla luce figure dimenticate e trasformare gli archivi in storie vive, capaci di interrogare il presente.

Ricevere il Premio storico-letterario “Democrazia e Libertà” per L’uomo che arrestò Mussolini rappresenta quindi per me un riconoscimento particolarmente significativo, perché premia non soltanto un libro, ma un’idea di storia civile e pubblica che appassiona e avvince il lettore con forza narrativa ma con rigore storico», dichiara Mario Avagliano.

Il Premio “Democrazia e Libertà” è organizzato dalla FIAP (Federazione Italiana Associazioni Partigiane) in collaborazione con il Centro Altiero Spinelli del Dipartimento SARAS di Sapienza Università di Roma.

Il riconoscimento nasce in occasione dell’ottantesimo anniversario del Referendum del 2 giugno 1946, con l’intenzione di valorizzare opere dedicate alla Resistenza, alla nascita della Repubblica, alla Costituzione e alla conquista del voto alle donne.

Il libro premiato

L'uomo che arrestò Mussolini

La storia intrepida del tenente colonnello dei Carabinieri Giovanni Frignani, dalle trincee del Piave all’arresto di Mussolini, dalla Resistenza clandestina a Roma alle Fosse Ardeatine.

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Pubblicato su Marioavagliano.it, 4 giugno 2026.
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Il banco numero 14

di Mario Avagliano

Il banco numero 14 di Montecitorio, da cui Giacomo Matteotti pronunciò il 30 maggio 1924 il suo ultimo discorso, diventa luogo della memoria. Da lì comincia la dittatura fascista, ma anche la lunga storia dell’antifascismo italiano.

C’è un banco, nell’aula di Montecitorio, che da ieri non è più soltanto un banco parlamentare. È il banco numero 14.

Il banco da cui Giacomo Matteotti, il 30 maggio 1924, pronunciò il discorso con cui denunciò i brogli, le violenze e le intimidazioni fasciste che avevano accompagnato le elezioni politiche di quell’anno. Un discorso che gli sarebbe costato la vita.

Da ieri quel banco porta il suo nome. E resta vuoto.

Il banco numero 14

Il banco numero 14 della Camera dedicato a Giacomo Matteotti

Il banco numero 14 dell’Aula di Montecitorio, dedicato a Giacomo Matteotti.

Non è un dettaglio simbolico qualsiasi. È una scelta dal fortissimo valore storico e civile. In Europa esiste un solo altro precedente analogo: il seggio dell’Assemblea nazionale francese lasciato vuoto in memoria di Jean Jaurès, il leader socialista assassinato nel 1914 alla vigilia della Grande Guerra.

Anche a Montecitorio, dunque, il vuoto diventa memoria. E il silenzio diventa racconto della democrazia ferita.

Il discorso che sfidò il fascismo

Quando Matteotti prende la parola alla Camera, il 30 maggio 1924, sa perfettamente cosa rischia. I deputati fascisti lo interrompono, lo insultano, lo minacciano. Lui però va avanti.

Denuncia le violenze squadriste, i brogli, il clima di intimidazione che aveva accompagnato il voto. Sta difendendo non soltanto il suo partito, ma l’idea stessa di Parlamento e di democrazia rappresentativa.

Dieci giorni dopo, il 10 giugno, viene aggredito e sequestrato mentre percorre a piedi il Lungotevere. Il suo corpo martoriato sarà ritrovato soltanto il 16 agosto.

Da quel momento la storia italiana cambia direzione. Il delitto Matteotti apre la strada alla dittatura. Il 3 gennaio 1925 Benito Mussolini si assume alla Camera la «responsabilità politica, morale, storica» di quanto accaduto e annuncia di fatto il regime.

Arrivano le leggi fascistissime, la soppressione delle libertà politiche e sindacali, la censura, il Tribunale speciale, il confino, il controllo poliziesco.

Ma è proprio in quel momento che nasce anche l’altra Italia. L’Italia dell’antifascismo.

L’inizio della dittatura e dell’antifascismo

Per me, che da anni studio la storia dell’antifascismo italiano, quel banco vuoto rappresenta molto più della commemorazione di un martire politico. Segna il punto esatto in cui finiscono l’Italia liberale e la libertà parlamentare, e insieme nasce l’antifascismo italiano.

Nel mio libro Il dissenso al fascismo. Gli italiani che si ribellarono a Mussolini 1925-1943, scritto con Marco Palmieri e pubblicato dal Mulino, ho cercato di raccontare proprio questa storia: non soltanto quella degli oppositori politici organizzati, ma anche quella di tanti italiani comuni che, in forme diverse, continuarono a difendere la libertà sotto la dittatura.

L’antifascismo non nasce improvvisamente con la Resistenza armata del 1943-1945. Nasce prima. Nasce all’indomani del delitto Matteotti. Nasce con gli oppositori costretti alla clandestinità, con gli esuli, con i confinati, con i giornalisti perseguitati, con gli operai che scioperano, con gli intellettuali che rifiutano il conformismo, con i cittadini che conservano in casa un ritratto proibito o ascoltano di nascosto una radio straniera.

Nasce anche attraverso forme umili e quotidiane di dissenso: una battuta contro il duce, una scritta murale, un volantino clandestino, il rifiuto di iscriversi al partito, una canzone sovversiva cantata sottovoce.

Il fascismo tentò di soffocare ogni opposizione attraverso un apparato repressivo capillare fatto di carcere, confino, schedature e controllo poliziesco. Ma il dissenso non scomparve mai del tutto. Rimase spesso carsico, minoritario, fragile, ma vivo. E contribuì a preparare il terreno alla Resistenza e alla rinascita democratica dell’Italia.

Il libro

Nel mio libro Il dissenso al fascismo , scritto con Marco Palmieri e pubblicato dal Mulino, racconto gli italiani che tra il 1925 e il 1943 si ribellarono a Mussolini: antifascisti organizzati, esuli, confinati, operai, intellettuali, sacerdoti, donne e uomini comuni.

Una storia di opposizione politica, civile e morale alla dittatura fascista.

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Una minoranza che salvò l’idea di libertà

Per questo il banco 14 non guarda soltanto al passato. Racconta il momento in cui la libertà italiana venne spezzata. Ma racconta anche l’inizio della lunga lotta per riconquistarla.

In quel banco vuoto ci sono già, idealmente, Antonio Gramsci, i fratelli Rosselli, Piero Gobetti, Sandro Pertini, Altiero Spinelli, gli operai degli scioperi del 1943, i confinati di Ventotene, i partigiani della guerra di Liberazione.

C’è un’Italia minoritaria ma ostinata che non volle identificarsi con il fascismo.

Ed è questo, forse, il significato più profondo della targa inaugurata alla Camera: ricordare che la democrazia italiana non nacque per caso. Fu il risultato di una lunga resistenza morale, civile e politica cominciata anche lì, da quel banco numero 14, quando un uomo solo ebbe il coraggio di dire la verità al potere.

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Pubblicato su Marioavagliano.it, 28 maggio 2026.
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Il voto alle donne: storie napoletane

di Ugo Cundari

Avagliano e Palmieri presentano il loro libro sul riconoscimento del diritto elettorale femminile. La dottoressa partenopea Eloisa Nacciarone fu la prima a chiedere, inutilmente, di essere ammessa alle urne.

Sulle barricate imbracciando fucili, in fabbrica al posto dei mariti, in strada a lottare per i propri diritti e per l’indipendenza della loro patria. Sono state tante le donne che hanno vissuto da protagoniste la storia d’Italia nonostante il maschilismo imperante. Le loro storie sono ricostruite da Mario Avagliano, storico di Cava de’ Tirreni, e da Marco Palmieri in Voto alle donne! (Einaudi, pagine 468, euro 22) che si presenta domani alle 17,30 nella sede dell’associazione Sudd in via Toledo. Attraverso diari, lettere, memorie, articoli di giornale e documenti d’archivio, il volume racconta le vicende di decine di donne, dalle suffragette a quelle che presero parte alla Costituente, di cui ancora si sa poco.

Scelga tre pioniere nella lotta femminista, Avagliano.

«Lidia Poët, Anna Maria Mozzoni, Eloisa Nacciarone. Aggiungo Marianna De Crescenzo, una taverniera di San Giovanni a Teduccio, conosciuta come la Sangiovannara. Nel 1848 salì sulle barricate per l’indipendenza dell’Italia. Quando il 21 ottobre 1860, giorno del plebiscito per l’annessione all’Italia delle province napoletane, gli uomini si recarono alle urne, al seggio di Montecalvario si presentò anche lei e votò. È stata la prima donna italiana, dunque, a votare».

Il diritto di voto delle donne è al centro di C’è ancora domani, celebrato film della Cortellesi. Della Poët, la prima donna ad entrare nell’Ordine degli avvocati, ormai si sa, vista la serie televisiva, sia pur romanzata. Ci parli di Mozzoni e Nacciarone.

«Nata a Milano nel 1837, Mozzoni è stata un’attivista dei diritti civili e la pioniera del movimento di emancipazione delle donne in Italia. Coraggiosa, caparbia, non perse mai la speranza di vedere riconosciuto il diritto di voto alle donne. Nacciarone, medico chirurgo, nel 1905 è stata la prima donna a chiedere di essere iscritta nelle liste elettorali del proprio collegio a Napoli. Istanza, ovviamente, respinta».

Il libro denuncia “storia di un ritardo”.

«L’Italia è stata la penultima tra le nazioni occidentali a riconoscere il voto alle donne. Dopo di noi è arrivata solo la Svizzera. Già l’Unità nacque senza madri, nonostante l’enorme contributo delle donne al Risorgimento. Il neonato regno d’Italia non solo non riconobbe il diritto di voto alle donne ma nel codice civile istituì l’autorizzazione maritale. Le donne dovevano avere l’assenso dell’uomo per poter fare qualsiasi cosa che non fosse la cura della casa e della famiglia».

La sua è anche una storia di potenti misogini.

«Vincenzo Gioberti, esponente di primo piano del Risorgimento italiano, scrisse: “la donna è in un certo modo verso l’uomo ciò che è il vegetale verso l’animale, o la pianta parassita verso quella che si regge e si sostenta da sé”».

Eccezioni alla regola patriarcale?

«Salvatore Morelli, pugliese, che studiò e si formò a Napoli. Da deputato, nel 1867, propose un progetto di legge per “abolire la schiavitù domestica” e accordare alle donne “i diritti civili e politici che esercitano gli altri cittadini del Regno”. I quotidiani dell’epoca lo attaccarono rappresentandolo nelle vignette vestito con abiti femminili. Morì reietto e povero, per me e Palmieri è un modello al quale molti uomini dovrebbero guardare».

Il libro

Voto alle donne!

La storia della lunga battaglia che portò le italiane dal movimento delle suffragiste alla conquista del diritto di voto nel 1946 e alla presenza nell’Assemblea Costituente.

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Intervista di Ugo Cundari pubblicata su Il Mattino, 3 maggio 2026.
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