Il voto alle donne: storie napoletane
Avagliano e Palmieri presentano il loro libro sul riconoscimento del diritto elettorale femminile. La dottoressa partenopea Eloisa Nacciarone fu la prima a chiedere, inutilmente, di essere ammessa alle urne.
Sulle barricate imbracciando fucili, in fabbrica al posto dei mariti, in strada a lottare per i propri diritti e per l’indipendenza della loro patria. Sono state tante le donne che hanno vissuto da protagoniste la storia d’Italia nonostante il maschilismo imperante. Le loro storie sono ricostruite da Mario Avagliano, storico di Cava de’ Tirreni, e da Marco Palmieri in Voto alle donne! (Einaudi, pagine 468, euro 22) che si presenta domani alle 17,30 nella sede dell’associazione Sudd in via Toledo. Attraverso diari, lettere, memorie, articoli di giornale e documenti d’archivio, il volume racconta le vicende di decine di donne, dalle suffragette a quelle che presero parte alla Costituente, di cui ancora si sa poco.
Scelga tre pioniere nella lotta femminista, Avagliano.
«Lidia Poët, Anna Maria Mozzoni, Eloisa Nacciarone. Aggiungo Marianna De Crescenzo, una taverniera di San Giovanni a Teduccio, conosciuta come la Sangiovannara. Nel 1848 salì sulle barricate per l’indipendenza dell’Italia. Quando il 21 ottobre 1860, giorno del plebiscito per l’annessione all’Italia delle province napoletane, gli uomini si recarono alle urne, al seggio di Montecalvario si presentò anche lei e votò. È stata la prima donna italiana, dunque, a votare».
Il diritto di voto delle donne è al centro di C’è ancora domani, celebrato film della Cortellesi. Della Poët, la prima donna ad entrare nell’Ordine degli avvocati, ormai si sa, vista la serie televisiva, sia pur romanzata. Ci parli di Mozzoni e Nacciarone.
«Nata a Milano nel 1837, Mozzoni è stata un’attivista dei diritti civili e la pioniera del movimento di emancipazione delle donne in Italia. Coraggiosa, caparbia, non perse mai la speranza di vedere riconosciuto il diritto di voto alle donne. Nacciarone, medico chirurgo, nel 1905 è stata la prima donna a chiedere di essere iscritta nelle liste elettorali del proprio collegio a Napoli. Istanza, ovviamente, respinta».
Il libro denuncia “storia di un ritardo”.
«L’Italia è stata la penultima tra le nazioni occidentali a riconoscere il voto alle donne. Dopo di noi è arrivata solo la Svizzera. Già l’Unità nacque senza madri, nonostante l’enorme contributo delle donne al Risorgimento. Il neonato regno d’Italia non solo non riconobbe il diritto di voto alle donne ma nel codice civile istituì l’autorizzazione maritale. Le donne dovevano avere l’assenso dell’uomo per poter fare qualsiasi cosa che non fosse la cura della casa e della famiglia».
La sua è anche una storia di potenti misogini.
«Vincenzo Gioberti, esponente di primo piano del Risorgimento italiano, scrisse: “la donna è in un certo modo verso l’uomo ciò che è il vegetale verso l’animale, o la pianta parassita verso quella che si regge e si sostenta da sé”».
Eccezioni alla regola patriarcale?
«Salvatore Morelli, pugliese, che studiò e si formò a Napoli. Da deputato, nel 1867, propose un progetto di legge per “abolire la schiavitù domestica” e accordare alle donne “i diritti civili e politici che esercitano gli altri cittadini del Regno”. I quotidiani dell’epoca lo attaccarono rappresentandolo nelle vignette vestito con abiti femminili. Morì reietto e povero, per me e Palmieri è un modello al quale molti uomini dovrebbero guardare».
Il libro
La storia della lunga battaglia che portò le italiane dal movimento delle suffragiste alla conquista del diritto di voto nel 1946 e alla presenza nell’Assemblea Costituente.