Avagliano: “Eloisa e le altre napoletane pioniere del voto alle donne nel 1946”
Alessio Gemma intervista Mario Avagliano sul libro Voto alle donne! e sulle pioniere napoletane del suffragio femminile.
«Questo è un libro scritto da due maschi, ed è stata un po’ una seduta di autocoscienza per noi che abbiamo preso consapevolezza di come gli uomini hanno cercato di ostacolare sempre il progresso delle donne».
Mario Avagliano, 59 anni, originario di Cava de’ Tirreni, giornalista e scrittore, è autore con Marco Palmieri di Voto alle donne! (Einaudi). È, come recita il sottotitolo, La storia di una battaglia dalle suffragette alla Costituente, che celebra quest’anno l’anniversario, 80 anni, del primo voto alle donne in Italia. Il libro si presenta alle 17.30 all’associazione Sudd in via Toledo.
Che significato ha avuto il voto alle donne?
«È la storia di un ritardo, in realtà l’Italia arriva a riconoscerlo dopo tutti gli altri paesi occidentali. Il libro ripercorre il motivo che risale all’Unità d’Italia: che nasce male, senza riconoscimento del ruolo delle donne. Lo statuto Albertino diceva che tutti i regnicoli, equivalenti dei cittadini, erano uguali davanti alla legge ma intendeva soltanto i maschi. Col fascismo poi si fecero mille passi indietro».
Era lo specchio di un ruolo marginale della donna nella società di allora?
«Sì, una società patriarcale, maschilista. Il paradosso è che le donne furono protagoniste del Risorgimento, a partire dalla rivoluzione napoletana con Eleonora Pimentel Fonseca. Ma per il codice civile Pisanelli del 1866 per qualsiasi atto - compravendita, mutuo - le donne dovevano chiedere l’autorizzazione al marito».
Come si arrivò al voto?
«È stata una conquista. Già nell’Ottocento nascono le associazioni femministe. A Napoli, Eloisa Nacciarone nel 1905 chiede di essere iscritta alle liste elettorali, la Corte d’Appello boccia, lei ricorre. Al plebiscito del 1860 la napoletana Marianna De Crescenzo, detta la sangiovannara, riesce a votare. Il suo voto fu accettato incredibilmente per l’apporto che aveva dato alla causa patriottica».
Napoli in anticipo?
«Sì e andrebbe corretta la data nell’immaginario collettivo: non il 2 giugno 1946, il primo voto per tutte fu tra marzo e aprile 1946 al turno delle amministrative».
«Le sindache in Italia sono il 15 per cento, alla presidenza delle Regioni abbiamo due donne su 20. E questo vale per le manager. Vorremmo che questo libro non fosse letto solo da donne, ma far capire agli uomini che non è solo una questione di genere: la democrazia si realizza se sono ugualmente rappresentati uomini e donne».
La convince il metodo delle quote rosa?
«È una soluzione provvisoria, ma necessaria altrimenti non si raggiungerebbe quel minimo di parità. Ma il problema è culturale: è in gioco la qualità della democrazia».
Sono segnali positivi?
«Sono segnali positivi, l’auspicio è che si trasformino in qualcosa di più. Se andiamo a vedere il numero di donne occupate, siamo ben al di sotto della media europea. Urgono pari opportunità reali per le donne».
Il libro
La storia della lunga battaglia che portò le italiane dal movimento delle suffragiste alla conquista del diritto di voto nel 1946 e alla presenza nell’Assemblea Costituente.