Il banco numero 14
Il banco numero 14 di Montecitorio, da cui Giacomo Matteotti pronunciò il 30 maggio 1924 il suo ultimo discorso, diventa luogo della memoria. Da lì comincia la dittatura fascista, ma anche la lunga storia dell’antifascismo italiano.
C’è un banco, nell’aula di Montecitorio, che da ieri non è più soltanto un banco parlamentare. È il banco numero 14.
Il banco da cui Giacomo Matteotti, il 30 maggio 1924, pronunciò il discorso con cui denunciò i brogli, le violenze e le intimidazioni fasciste che avevano accompagnato le elezioni politiche di quell’anno. Un discorso che gli sarebbe costato la vita.
Da ieri quel banco porta il suo nome. E resta vuoto.
Non è un dettaglio simbolico qualsiasi. È una scelta dal fortissimo valore storico e civile. In Europa esiste un solo altro precedente analogo: il seggio dell’Assemblea nazionale francese lasciato vuoto in memoria di Jean Jaurès, il leader socialista assassinato nel 1914 alla vigilia della Grande Guerra.
Anche a Montecitorio, dunque, il vuoto diventa memoria. E il silenzio diventa racconto della democrazia ferita.
Il discorso che sfidò il fascismo
Quando Matteotti prende la parola alla Camera, il 30 maggio 1924, sa perfettamente cosa rischia. I deputati fascisti lo interrompono, lo insultano, lo minacciano. Lui però va avanti.
Denuncia le violenze squadriste, i brogli, il clima di intimidazione che aveva accompagnato il voto. Sta difendendo non soltanto il suo partito, ma l’idea stessa di Parlamento e di democrazia rappresentativa.
Dieci giorni dopo, il 10 giugno, viene aggredito e sequestrato mentre percorre a piedi il Lungotevere. Il suo corpo martoriato sarà ritrovato soltanto il 16 agosto.
Da quel momento la storia italiana cambia direzione. Il delitto Matteotti apre la strada alla dittatura. Il 3 gennaio 1925 Benito Mussolini si assume alla Camera la «responsabilità politica, morale, storica» di quanto accaduto e annuncia di fatto il regime.
Arrivano le leggi fascistissime, la soppressione delle libertà politiche e sindacali, la censura, il Tribunale speciale, il confino, il controllo poliziesco.
Ma è proprio in quel momento che nasce anche l’altra Italia. L’Italia dell’antifascismo.
L’inizio della dittatura e dell’antifascismo
Per me, che da anni studio la storia dell’antifascismo italiano, quel banco vuoto rappresenta molto più della commemorazione di un martire politico. Segna il punto esatto in cui finiscono l’Italia liberale e la libertà parlamentare, e insieme nasce l’antifascismo italiano.
Nel mio libro Il dissenso al fascismo. Gli italiani che si ribellarono a Mussolini 1925-1943, scritto con Marco Palmieri e pubblicato dal Mulino, ho cercato di raccontare proprio questa storia: non soltanto quella degli oppositori politici organizzati, ma anche quella di tanti italiani comuni che, in forme diverse, continuarono a difendere la libertà sotto la dittatura.
L’antifascismo non nasce improvvisamente con la Resistenza armata del 1943-1945. Nasce prima. Nasce all’indomani del delitto Matteotti. Nasce con gli oppositori costretti alla clandestinità, con gli esuli, con i confinati, con i giornalisti perseguitati, con gli operai che scioperano, con gli intellettuali che rifiutano il conformismo, con i cittadini che conservano in casa un ritratto proibito o ascoltano di nascosto una radio straniera.
Nasce anche attraverso forme umili e quotidiane di dissenso: una battuta contro il duce, una scritta murale, un volantino clandestino, il rifiuto di iscriversi al partito, una canzone sovversiva cantata sottovoce.
Il fascismo tentò di soffocare ogni opposizione attraverso un apparato repressivo capillare fatto di carcere, confino, schedature e controllo poliziesco. Ma il dissenso non scomparve mai del tutto. Rimase spesso carsico, minoritario, fragile, ma vivo. E contribuì a preparare il terreno alla Resistenza e alla rinascita democratica dell’Italia.
Il libro
Nel mio libro Il dissenso al fascismo , scritto con Marco Palmieri e pubblicato dal Mulino, racconto gli italiani che tra il 1925 e il 1943 si ribellarono a Mussolini: antifascisti organizzati, esuli, confinati, operai, intellettuali, sacerdoti, donne e uomini comuni.
Una storia di opposizione politica, civile e morale alla dittatura fascista.
Una minoranza che salvò l’idea di libertà
Per questo il banco 14 non guarda soltanto al passato. Racconta il momento in cui la libertà italiana venne spezzata. Ma racconta anche l’inizio della lunga lotta per riconquistarla.
In quel banco vuoto ci sono già, idealmente, Antonio Gramsci, i fratelli Rosselli, Piero Gobetti, Sandro Pertini, Altiero Spinelli, gli operai degli scioperi del 1943, i confinati di Ventotene, i partigiani della guerra di Liberazione.
C’è un’Italia minoritaria ma ostinata che non volle identificarsi con il fascismo.
Ed è questo, forse, il significato più profondo della targa inaugurata alla Camera: ricordare che la democrazia italiana non nacque per caso. Fu il risultato di una lunga resistenza morale, civile e politica cominciata anche lì, da quel banco numero 14, quando un uomo solo ebbe il coraggio di dire la verità al potere.