Nemici o alleati, comunque prigionieri

I militari italiani catturati da americani e inglesi furono 600mila: un capitolo poco noto che ora riemerge

  di Mario Avagliano

  Tra il 1940 e il 1946 quasi ogni famiglia italiana aveva un congiunto o parente prigioniero di guerra all’estero. Oltre un milione e duecentomila nostri militari furono catturati in Europa, in Africa o nel Mediterraneo. Di questo rilevante numero, circa 600 mila finirono nelle mani degli Alleati: 408 mila detenuti dagli inglesi, 125 mila dagli americani, 37 mila dai francesi e 20 mila quelli ufficialmente dichiarati dall’Unione Sovietica.

Nel dopoguerra per lungo tempo la questione dei prigionieri di guerra italiani è stata pressoché rimossa dalla memoria collettiva e la storiografia vi ha prestato scarsa attenzione. L’interesse per il tema si è ridestato negli ultimi trent’anni, con la pubblicazione di numerosi saggi, riguardanti soprattutto la prigionia in Germania e in Russia. Sulla vicenda dei prigionieri italiani degli Alleati, non erano stati prodotti studi esaurienti.
A colmare questo gap storiografico, sono intervenuti questa estate due interessanti libri di Flavio Giovanni Conti, I prigionieri italiani negli Stati Uniti (Il Mulino, pp. 576, euro 28), e di Isabella Insolvibile, Wops. I prigionieri italiani in Gran Bretagna (Edizioni Scientifiche Italiane, pp. 358, euro 38), entrambi basati in larga parte su documentazione inedita, tratta da archivi italiani, inglesi e statunitensi.
Non tutte le prigionie furono uguali, ed è nota la dura sorte dei 650 mila internati militari italiani in Germania e dei prigionieri in Unione Sovietica. Gli inglesi trattarono i nostri connazionali in modo piuttosto rigido ma nel complesso rispettoso delle norme della Convenzione di Ginevra del 1929, mentre gli Usa garantirono loro condizioni di vita nettamente migliori.
Dei 125 mila prigionieri italiani in mano agli americani, 51 mila furono trasferiti negli Stati Uniti. La loro storia viene ricostruita da Flavio Giovanni Conti: dall’arrivo dei primi contingenti nel dicembre 1942 al ritorno in Italia a scaglioni, fino al febbraio 1946. Nei campi gli italiani furono trattati molto bene e trovarono una grande varietà di generi alimentari: carne, birra, Coca-Cola, caffè, gelati, biscotti, frutti esotici e perfino ostriche. «Da quando sono rivato in America non ho piu soferto», mandò a dire a casa un nostro militare.
Il positivo atteggiamento nei confronti dei prigionieri italiani è più facilmente comprensibile se considerato alla luce della politica di «indottrinamento» perseguita dalle autorità americane, in collaborazione con la Chiesa cattolica: l’acquisizione di idee democratiche e filo-Usa era considerata funzionale alla collocazione dell’Italia nel blocco occidentale.
Anche le popolose comunità italoamericane si mobilitarono in favore dei prigionieri. Esse fecero sentire il loro peso, condizionando l’opinione pubblica statunitense che, dopo le rivelazioni sulle atrocità nei lager tedeschi, espresse critiche nei confronti dell’atteggiamento troppo benevolo (si parlò di coddling, «coccolamento») verso gli italiani.
Gli eventi successivi all’8 settembre 1943 e alla cobelligeranza provocarono contrasti e divisioni tra i prigionieri: la grande maggioranza aderì alla cooperazione con gli americani, lavorando per la vittoria degli Alleati, ma ci furono anche coloro che si rifiutarono.
Tali scelte determinarono la collocazione di cooperatori e non cooperatori in distinti campi, con una certa diversità nel trattamento, che in alcuni casi ebbe una connotazione quasi punitiva, come a Camp Hereford, in Texas, dove venne rinchiuso tra gli altri lo scrittore Giuseppe Berto. Solo ai militari italiani cooperatori fu consentito di andare a visitare città, recarsi in chiesa, al cinema, a feste da ballo, avere relazioni con donne. Ciò giustifica il diverso giudizio sull’esperienza americana, in generale positivo, fatta eccezione per alcuni reduci di sentimenti fascisti.
La storia misconosciuta dei prigionieri di guerra italiani in Gran Bretagna è raccontata invece da Isabella Insolvibile nel saggio Wops, termine che veniva utilizzato nei paesi anglosassoni per designare in senso spregiativo gli “italiani” (deriva dal napoletano “guappo” ed è traducibile con il nostro “terrone”), ma anche anagramma di P.o.Ws., forma abbreviata di Prisoners of War.
Tra il 1941 e il 1944 almeno 155.000 italiani furono trasferiti dagli inglesi nella madrepatria britannica, prelevati direttamente dai fronti africani o dai territori in cui erano stati detenuti in un primo momento, come l’India, il Kenya, il Sudafrica.  
Il motivo che spinse gli inglesi a “importare” gli italiani in Gran Bretagna fu prettamente economico: la maggior parte degli uomini abili erano impiegati sotto le armi e, di conseguenza, le fabbriche, le officine e i campi erano sforniti di manodopera. Gli italiani, ritenuti - diversamente dai tedeschi - non pericolosi per la sicurezza nazionale e considerati buona manovalanza, divennero fin dal 1941 una presenza costante nelle campagne britanniche. Alloggiati in campi ben attrezzati, furono tutelati dalle convenzioni internazionali relative ai prigionieri di guerra, assistiti dalla Croce Rossa Internazionale, nutriti con razioni abbondanti.
Tuttavia la condizione psicologica degli italiani fu caratterizzata da una costante malinconia e da un crescente malcontento, causati dalle condizioni di una prigionia che fu lunghissima da un punto di vista temporale, immutata dal punto di vista dello status giuridico – nonostante il variare della posizione dell’Italia nei confronti degli Alleati –, e prorogata a ben dopo la fine della guerra per le esigenze economiche degli inglesi.
Una storia di prigionia ma anche di discriminazione. I P.o.Ws. italiani, anche quando giunse la pace, rimasero immutabilmente dei Wops, gente considerata bellicamente, politicamente, culturalmente e anche razzialmente inferiore, disprezzata dalla popolazione britannica, abbandonata al proprio destino dalle autorità nostrane. I nostri soldati tornarono uomini liberi solo dopo l’ennesimo raccolto di barbabietole da zucchero in Gran Bretagna, a partire dall’inizio del 1946.
Qualcuno rimase nel Regno Unito o vi ritornò tempo dopo, come emigrante e soprattutto in qualità di “sposo di guerra”: infatti, nonostante il no fraternisation, molti prigionieri avevano nel tempo instaurato relazioni con giovani donne britanniche, e la conseguenza più evidente di queste storie d’amore proibite, come scrisse Elena Albertini Carandini, moglie dell’ambasciatore italiano a Londra, furono i tanti bambini inglesi “brunetti”.

(In formato leggermente più ridotto su Il Mattino, 5 ottobre 2012)

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