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Mario Avagliano
Storico e scrittore

La storia italiana raccontata attraverso persone, documenti e memoria

Racconto la storia italiana attraverso libri, ricerche e incontri pubblici, con particolare attenzione alle vicende delle persone comuni e ai passaggi decisivi della nostra democrazia.

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Voto alle donne!, quando Mussolini era a favore e Turati e Giolitti no

La recensione del Fatto Quotidiano

In un libro il faticoso cammino di un cambiamento epocale che oggi compie 80 anni (10 marzo 1946). Davide Turrini ricostruisce, a partire da Voto alle donne!, il faticoso cammino del suffragio femminile in Italia, mettendo in luce la trasversalità politica di pregiudizi, resistenze e ritardi che accompagnarono una conquista epocale.

Il primo a concedere il voto alle donne fu nientemeno che Mussolini, poi però, per via delle “leggi fascistissime”, non lo applicò.

E tra Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti fu ben più decisivo il primo del secondo, con la sua Democrazia cristiana, nel far votare signore e signorine italiane il 10 marzo 1946 per la prima volta, in una complessa tornata di elezioni amministrative pre-referendum e pre-Costituente.

Queste e altre deliziose spigolature appaiono nel poderoso volume Voto alle donne! (Einaudi), scritto dagli storici Mario Avagliano e Marco Palmieri, sorta di emersione scrupolosa dell’imponente tema dell’esercizio del voto elettorale concesso alle donne in Italia all’incirca dal 1848 fino al 1946, con una robusta appendice politica sui mesi successivi al “non evento”.

Intanto, per essere chiari, se si lavora con rigore documentale come Avagliano e Palmieri, i fatti storici appaiono inoppugnabili e un tema così, almeno fino a metà del secolo scorso, divisivo a livello sociale e culturale, si può analizzare e affermare nella sua assoluta trasversalità politica.

E a dirla tutta i grandi padri del socialismo italiano, Filippo Turati per esempio, come altri grandi statisti liberali del Paese, Giovanni Giolitti su tutti, non ci fanno una gran bella figura.

Insomma, non è che per il voto alle donne ci siano da una parte la sinistra illuminata e dall’altra la destra oscurantista. In tempi di intelletto cavernicolo, meglio saperlo.

Del resto lo spiegano gli autori fin dalle prime righe risorgimentali: l’Italia unita dai grandi aneliti di libertà e indipendenza politica nasce monca, proprio senza “madri”.

Le flebili tracce dei movimenti di emancipazione femminile di metà Ottocento sono prima di tutto legate all’attivismo di donne istruite della classe borghese e presenti tra le pieghe delle battaglie rivoluzionarie garibaldine, nonché come fautrici del proselitismo mazziniano.

Manifestazione sul voto alle donne

Manifestazione sul voto femminile. Clicca sull’immagine per ingrandire.

Ma a livello giuridico, nel neonato Parlamento italiano, un illuminato risorgimentale come Giuseppe Pisanelli, in veste di ministro di Grazia e Giustizia, nel 1865 con il codice omonimo ribadisce addirittura la subordinazione della donna introducendo la cosiddetta “autorizzazione maritale”, cioè la donna sottoposta alla potestà dell’uomo. Figuriamoci il voto.

Quando una paladina dei nascenti movimenti emancipatori femminili come Anna Maria Mozzoni nel 1877 rilancia una petizione sul voto politico delle donne, il governo Depretis, della cosiddetta Sinistra storica, verso cui Mozzoni guardava con favore, la boccia a livello parlamentare spiegando che è opinione diffusa che tale novità potrebbe mettere a rischio la serenità sociale e familiare, per esempio in caso di voto della moglie differente da quello del marito.

Meglio quindi osservare le mutazioni inarrestabili che, verso la fine dell’Ottocento, per le donne arrivano dal mondo del lavoro e delle professioni.

Iniziano gli scioperi di sole lavoratrici, come quello delle mondine a Molinella nel 1883, il primo del genere; in alcuni contesti, come nelle scuole, nel 1901 ci sono più maestre che maestri; oppure rimangono indelebili le battaglie di affermazione professionale di alcune singole donne come Lidia Poët, la prima laureata in giurisprudenza nel 1881, che cerca invano di iscriversi all’ordine degli avvocati per esercitare la professione imbattendosi nelle motivazioni lunari di una Corte d’appello: “Nell’avvocheria non devono immischiarsi le femmine”.

Bisogna attendere il 1904 per seguire il deputato repubblicano Roberto Mirabelli perorare in Parlamento la causa del voto esteso alle donne, con la derisione pubblica del presidente del Consiglio Giolitti.

Ma è in questo periodo che la questione subisce una incredibile accelerata, perché visto che a livello giuridico nessun divieto è espressamente determinato da codici e norme dello Stato, sono centinaia le donne che chiedono di iscriversi alle liste elettorali.

Molte commissioni elettorali accettano, ma sono le Corti d’appello a frenare con “obiezioni pretestuose”.

Con un’unica eccezione: la Corte d’appello di Ancona che il 25 luglio 1906 approva l’iscrizione nelle liste elettorali di un gruppo di donne.

Sarà la Cassazione ad esecrare il lavoro dei giudici anconetani spiegando che il principio di esclusione dal voto della donna è talmente ovvio che nello Statuto Albertino non si sono nemmeno sprecati di scriverlo.

In mezzo a quella che è una vera e propria incontrollata eruzione di movimenti e associazioni femminili a livello nazionale dedite al suffragio, una figura altrimenti cruciale per l’emancipazione della classe operaia come Turati liquida sommariamente il tema, nonostante la fervida battaglia femminile della compagna Anna Kuliscioff: “Il voto alle donne è prematuro per la ancora così pigra coscienza politica e di classe delle masse proletarie femminili”.

Prima pagina dell’Avanti! sul tema del voto alle donne

Una testimonianza della stampa del tempo sul dibattito attorno al suffragio. Clicca sull’immagine per ingrandire.

Paradosso per paradosso, sarà invece nel 1925 la maggioranza fascista del Parlamento, già amputato dalla secessione dell’Aventino, a dare il via libera alla proposta del diritto di voto elettorale amministrativo alle donne che hanno compiuto 25 anni e hanno adempiuto a una serie di specifiche giuridiche.

Ai deputati maschilisti recalcitranti fa una lavata di capo addirittura il Duce: “Questa necessità è diventata sempre più impellente”.

Il Senato approva, ma per uno scherzo della storia l’avvento delle leggi fascistissime, che sostituiscono sindaci e giunte con i podestà, fa sfumare l’occasione storica.

Bisognerà infine attendere l’inizio del 1945, a guerra ancora in corso, e l’iter del decreto sul voto alle donne sotto il governo Bonomi III per compiere la svolta tanto agognata da milioni di donne italiane.

Svolta che, segnalano Avagliano e Palmieri, lascia “indifferente e distratta buona parte della stampa del giorno seguente, specie quella politica”.

Del resto, nella discesa post-Ventennio che porta al voto per le donne, sarà un po’ più convinto il democristiano De Gasperi del comunista Togliatti, quest’ultimo preoccupato che una parte della base del partito veda le masse femminili inclini a un voto “reazionario”.

Insomma, nonostante tutto, le donne poterono finalmente votare prima alle amministrative del 10 marzo 1946, poi al referendum monarchia-repubblica del 2 giugno 1946 e infine per la composizione dell’Assemblea Costituente, in un clima, un po’ alla C’è ancora domani della Cortellesi, di ritrosie anche tra i paladini dell’antifascismo.

Uno dei padri della Repubblica italiana, un antifascista come Ferruccio Parri, leader del Partito d’Azione, al congresso della trionfante UDI, l’Unione Donne Italiane, a Firenze nell’ottobre del 1945 intervenne clamorosamente così: “Per sbagliare bastiamo noi. E sarebbe eccessivo che vi aggiungeste anche voialtre”.

Il libro

Voto alle donne!

La storia della lunga battaglia che portò le italiane dal movimento delle suffragiste alla conquista del diritto di voto nel 1946 e alla presenza nell’Assemblea Costituente.

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Fonte
Articolo di Davide Turrini pubblicato su Il Fatto Quotidiano, 10 marzo 2026.
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