Pregiudizi contro diritti. La marcia per le urne
La recensione di Michaela Valente sul Corriere della Sera – La Lettura
Un ampio e denso articolo ricostruisce, a partire da Voto alle donne!, la lunga marcia delle italiane verso il suffragio, tra pregiudizi, ostacoli politici, sarcasmi e conquiste decisive per la qualità della nostra democrazia.
Ottant’anni fa, a Roma, i primi tepori primaverili sprigionano il prepotente giallo delle mimose. Quel fiorire abbondante e disordinato dà risposta alla discussione sul simbolo da scegliere per il primo 8 marzo dell’Italia liberata e così si impone la mimosa, che cresce selvatica e può essere raccolta da chiunque.
All’interno dell’Unione donne italiane, Rita Montagnana, Marisa Cinciari Rodano e Teresa Mattei si confrontano: il garofano non va bene perché è legato al Primo Maggio, l’anemone costa troppo, la mimosa risolve il problema.
Inoltre, in quei giorni, si assiste a una grande mobilitazione di piazza perché dal 10 marzo 1946, in 486 comuni, per la prima volta in Italia si inaugura la stagione del diritto al voto per le donne: per cinque domeniche si vota alle amministrative.
Donne ai seggi nell’Italia del dopoguerra. Clicca sull’immagine per ingrandire.
È anche la prima volta in cui le donne godono dell’elettorato passivo: possono essere elette, questione che si era risolta soltanto nel gennaio 1946. Ci sarebbe stata poi una seconda tornata di amministrative in autunno. In seguito a queste prime elezioni sono elette consigliere e donne sindaco. Le preoccupazioni sul possibile astensionismo non trovano riscontro, perché si registra un alto tasso di partecipazione.
Nello stesso giorno, il 10 marzo 1946, in cui si aprono le cabine elettorali alle donne, viene loro riconosciuto l’elettorato passivo all’Assemblea Costituente con il decreto legislativo luogotenenziale n. 74. Le elezioni per la Costituente si terranno il 2 giugno, lo stesso giorno del referendum su monarchia o repubblica.
Vincerà la repubblica, tra inesauribili e forse ormai inutili dubbi sulla correttezza delle procedure e su possibili brogli.
Con Voto alle donne! (Einaudi), Mario Avagliano e Marco Palmieri ripercorrono le tappe della conquista italiana, risalendo al Risorgimento e facendo intravedere luci ancor più antiche: a fine Settecento lottarono per il diritto al voto femminile Olympe de Gouges e Mary Wollstonecraft, ma anche italiane coeve portarono avanti la battaglia.
Istanze di suffragio femminile, di pari diritti politici e civili, di libertà e uguaglianza, proposte e articolate variamente, si trovano dalla fine del Settecento e accompagnano il Risorgimento, scontrandosi con pregiudizi e stereotipi. «Il regno delle donne è la casa», scrive Cesare Balbo.
Quando poi i progetti di unità italiana si traducono in realtà e quando si deve votare per l’annessione, alcune donne vengono ammesse per meriti patriottici, come Marianna De Crescenzo a Napoli, il 21 ottobre 1860, e la diciannovenne Maria Alinda Bonacci a Recanati, nel novembre dello stesso anno.
Il Regno d’Italia non ammette però le donne al voto, decisione che suscita un certo dibattito perché, in alcune realtà, questo significa un passo indietro e anche perché ci sono diritti e beni da tutelare. Persino le richieste di voto amministrativo sarebbero state continuamente rigettate.
Che non ci fosse alcuna intenzione né sensibilità è reso chiaro dall’introduzione dell’autorizzazione maritale con il Codice Pisanelli del 1866: la donna è privata della possibilità di disporre liberamente dei suoi beni senza il consenso del marito.
Non era però un universo compatto. Nel 1867 il deputato Salvatore Morelli presenta un progetto di legge di emancipazione della donna e tornerà a proporne altri, subendo per questo sarcasmi e dileggi. La spunta nel 1877, quando si riconosce alle donne di poter essere testimoni in alcuni atti giudiziari.
Confidando nella Sinistra di Agostino Depretis, Anna Maria Mozzoni si fa latrice di una petizione in Parlamento: inizia un periodo in cui l’istanza compare ripetutamente e regolarmente viene respinta. Tuttavia è interessante notare che si allarga il consenso e cresce la violenza verbale di chi si oppone.
La politica non è dunque in grado di rispondere alle sollecitazioni, cieca di fronte al cambiamento in atto: nascono associazioni emancipazioniste e giornali che danno voce alle diverse anime dei movimenti femminili. Intanto, a colpi di ricorsi e appelli, si prova a scardinare il sistema.
Nel 1883 la richiesta di Lidia Poët di essere iscritta all’ordine degli avvocati apre un contenzioso che si chiude soltanto nel 1920. Il gran fermento internazionale ottiene il primo riconoscimento ufficiale del diritto di voto nel 1893 in Nuova Zelanda.
Nel giugno 1904 è la volta del progetto di legge del deputato repubblicano Roberto Mirabelli che ammette le donne al voto. Naturalmente viene insabbiato, ma suscita clamore nell’opinione pubblica e, ancora una volta, una reazione inattesa con donne che chiedono di essere iscritte nelle liste elettorali, talvolta per via giudiziaria.
Nel 1905 la richiesta di Eloisa Nacciarone a Napoli è respinta, mentre nel 1906 quella di dieci maestre marchigiane è riconosciuta dalla Corte d’appello di Ancona. Un esito inatteso, prontamente commentato con irritazione e sarcasmo come segno di decadenza cui si deve immediatamente porre rimedio. E così è. La Corte di Cassazione, il 14 dicembre 1906, annulla la sentenza.
Una donna davanti all’urna nel 1946. Clicca sull’immagine per ingrandire.
Tra le tante che invocano il diritto di voto c’è Maria Montessori. Nel 1909 Grazia Deledda, che vincerà il Nobel per la Letteratura nel 1926, è la prima donna candidata, in quel momento solo simbolicamente, al Parlamento: una mossa che vuole scuotere le coscienze e far pensare che la politica non sia un tradimento del ruolo di donna, moglie e madre.
Nel 1912 si riprende la discussione sul progetto Mirabelli e, benché Filippo Turati e altri abbiano finalmente sposato l’idea, le enormi resistenze la fanno naufragare a larga maggioranza. La delusione non spinge alla rassegnazione: Anna Kuliscioff e le altre proseguono nella campagna stampa e di mobilitazione, mentre si registrano progressi nella vita civile.
Lo scoppio della Prima guerra mondiale non offusca il movimento: non più solo madri e mogli, ma in prima linea nelle proteste, così come nell’assistenza e nel lavoro. Si chiariscono gli obiettivi e si chiedono garanzie di continuità dell’occupazione femminile, parità di salario, accesso alle professioni e ai diritti politici.
L’autorizzazione maritale rappresenta invece un ostacolo da rimuovere e Teresa Labriola presenta una petizione per chiederne l’abolizione. Finita la guerra, visto l’impegno profuso, le aspettative sono molte. La retorica abbonda: i riconoscimenti restano sulla carta. La gratitudine non porterà nemmeno questa volta al diritto di voto.
La prima legge italiana sul suffragio femminile, legge che non entrerà mai in vigore, è del 22 novembre 1925 e ammette alcune categorie di donne al voto amministrativo.
Gli anni del fascismo e della Seconda guerra mondiale sono tragici. Da chi subisce la fascinazione dell’uomo forte alla scelta pacifista, come quella di Lina Merlin, la «pacefondaia»; da chi imbraccia le armi a chi pensa a un mondo migliore; dalle tante che mandano avanti le famiglie alle cattoliche incoraggiate dal Vaticano.
Sotto la dittatura, le donne sono relegate all’ambito domestico e familiare e vengono presi provvedimenti discriminatori in diversi ambiti. Nel clima di ampio consenso, ci sono però sacche di dissenso e di malcontento che troveranno voce sempre più forte durante la guerra e la Liberazione.
Quando si arriva al 1945, Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi non hanno dubbi e il 1° febbraio si vara il tanto atteso decreto. E poi, finalmente, il 2 giugno 1946.
Se per Alba de Céspedes il voto conclude «un’avventura umiliante e penosa», non si possono dimenticare le definizioni di «donnette» di Marino Moretti e le preoccupazioni paternalistiche che le donne possano sbagliare.
La testimonianza di Anna Banti e del suo smarrimento nella cabina elettorale, la cronaca di emozioni e di svenimenti per le lunghe attese illustrano bene quel giugno e forse anche il carico di responsabilità che sentono le ventuno elette all’Assemblea Costituente, su 556 membri.
Le costituenti agiscono di concerto, ottenendo il fondamentale risultato dell’articolo 3, su cui danno battaglia, ma c’è pure la sconfitta dell’accesso alla magistratura, cui si pose rimedio solo nel 1963.
Nel raccontare questa straordinaria storia, Avagliano e Palmieri tentano di restituire la complessità dell’intera galassia femminile in maniera trasversale dal punto di vista sociale, politico, generazionale e geografico: nessuna è esclusa.
Non più solo mamme e spose, ma un ventaglio di esperienze, non tutte sempre celebrabili, come furono quelle di spie e torturatrici che pure sono ricordate.
Avagliano sottolinea la novità di un libro scritto da uomini mentre di solito del tema si sono sempre occupate donne: «Per scrivere questo libro abbiamo raccolto il testimone dalle storiche, da Anna Rossi-Doria in avanti, che hanno fatto un lavoro fondamentale, perché siamo convinti che la cittadinanza femminile non sia una questione di genere, bensì una questione di qualità democratica; quindi studiare questa storia significa assumersi una responsabilità collettiva anche come uomini. Aiuta a prendere coscienza della società, di come sia ancora pervasa da tratti patriarcali, affinché evolva ulteriormente nel riconoscimento dei diritti delle donne».
Palmieri aggiunge: «La storia delle battaglie per i diritti ci riguarda tutti, non ha genere e non ha confini. In vista della ricorrenza dell’ottantesimo del 2 giugno, del primo voto politico delle donne, siamo voluti tornare indietro. Si vede che, nonostante la grande partecipazione femminile al Risorgimento, queste donne non videro riconosciuto il loro impegno e l’Italia nacque senza “madri”. Con questo libro abbiamo voluto mettere in evidenza il filo rosso che lega queste prime lotte per l’emancipazione femminile e il contributo di quelle che invece sarebbero state le madri costituenti».
Il libro
La storia della lunga battaglia che portò le italiane dal movimento delle suffragiste alla conquista del diritto di voto nel 1946 e alla presenza nell’Assemblea Costituente.
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