Articoli, Brevi Testi e Pensieri di MArio Avagliano
Mario Avagliano
Storico e scrittore

La storia italiana raccontata attraverso persone, documenti e memoria

Racconto la storia italiana attraverso libri, ricerche e incontri pubblici, con particolare attenzione alle vicende delle persone comuni e ai passaggi decisivi della nostra democrazia.

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Le suppliche a Pio XII e l’alba delle Fosse Ardeatine

di Mario Avagliano

Le lettere inedite indirizzate a Pio XII dai familiari di alcuni martiri delle Fosse Ardeatine aprono uno squarcio prezioso sulla Roma occupata: non solo il dolore e la paura, ma anche l’idea che, di fronte alla violenza nazista, la Santa Sede potesse rappresentare l’ultima istanza di salvezza. È una storia che aggiunge nuovi documenti a un tema che, in parte, era già emerso nei miei libri e nel podcastsu Rai Radio 3 su Giuliano Vassalli.

Le Fosse Ardeatine non sono soltanto il luogo simbolo di una strage. Sono anche il punto terminale di una trama di arresti, torture, attese, illusioni, tentativi di mediazione, richieste disperate. Prima della cava sulla via Ardeatina c’è via Tasso. Prima dell’eccidio c’è il carcere. Prima della morte c’è, quasi sempre, qualcuno che cerca di impedirla.

Per questo le lettere inedite a Pio XII, di cui ha scritto Roberto Rotondo su Avvenire il 22 marzo 2026, in un articolo intitolato L'alba delle Ardeatine: le suppliche a Pio XII, hanno un valore che va oltre la novità documentaria. Ci mostrano, nella loro nudità, il momento in cui la storia grande si condensa in un gesto elementare e assoluto: scrivere a un’autorità ritenuta ancora capace di ascoltare, intervenire, salvare.

Non si tratta solo di carte d’archivio, rinvenute nel corso della ricerca coordinata da Andrea Ciampani, ordinario di Storia contemporanea della Lumsa, tra le carte del pontificato di Pio XII e rese disponibili dall’Archivio Apostolico Vaticano. Si tratta di voci. Di mogli, madri, sorelle che non discutono di geopolitica, ma implorano una grazia, un rinvio, almeno una mitigazione della pena. Nella Roma occupata, dove molte porte si erano già chiuse, il Papa appariva ancora a molti come l’ultima porta possibile.

Le suppliche come documento storico

Gli incipit di queste lettere sono già, da soli, una sintesi della condizione umana e morale di quei mesi: «Dio Vi illumini, S. Padre, mentre Vi degnate di leggere questa supplica, che disperatamente Vi rivolgo»; «Sono una madre tanto infelice e mi rivolgo a Vostra Santità perché voglia ascoltarmi»; «Beatissimo Santo Padre, rivolgo questa umilissima domanda alla Santità Vostra per implorare grazia al caso pietoso che mi colpisce»; «Beatissimo Padre, in un’era di inesprimibile angoscia rivolge al Vostro Paterno Cuore la sua supplice ed ardente preghiera una madre».

In queste formule non c’è soltanto il linguaggio devoto dell’epoca. C’è la drammaticità di una società precipitata nell’arbitrio. C’è la consapevolezza che il diritto è stato sospeso e che resta solo l’appello alla misericordia, all’influenza morale, all’intercessione personale.

La lettera di Gilda Frascà, moglie di Paolo, datata 28 febbraio 1944, è esemplare:

«Tutte le porte sono chiuse per me e solo da Dio e da Voi spero aiuto. Sono una povera madre di sette figli, tutti piccoli; la mia salute non è buona, poiché sono malata ai polmoni non leggermente: tanto che dovrò esser ricoverata in sanatorio. Dal 27 gennaio 1944, manca da casa mio marito Paolo Frascà, fu Fortunato, e soltanto da pochi giorni so che egli si trova in Via Tasso, detenuto dalla polizia tedesca. S. Padre, Paolo è l’unico sostegno della famiglia, che poteva vivere con quello che egli ricavava dal suo lavoro di impiegato; ma ora, ora che egli non è con noi i miei figli soffrono la fame».

Qui la persecuzione politica si intreccia alla devastazione sociale. Il carcere non colpisce solo il detenuto: travolge la famiglia, priva i figli del pane, trasforma la repressione in fame, malattia, abbandono.

La lettera della madre di Mario Gelsomini, Sparta, del 14 marzo, aggiunge un’altra dimensione:

«Mio figlio (…) si trova tuttora in via Tasso. Io non so la gravità dell’accusa, ma qualunque essa sia mi rivolgo a Vostra Santità perché voglia liberarlo e restituirlo alla mia casa. Mio marito è gravemente ammalato per una operazione polmonare ed io sono sola senza nessuno che mi possa dare conforto e aiuto. Non so la ragione che abbia spinto mio figlio a fare ciò essendo egli un giovane onesto e religioso; anzi doveva contrarre matrimonio con una buonissima signorina proprio in quei giorni che fu arrestato. Esplica la sua professione di medico pediatra con coscienza e zelo ammirevole».

È il tentativo, tipico di molte suppliche, di restituire al prigioniero un volto morale: non un imputato astratto, ma un figlio, un medico, un uomo prossimo al matrimonio, una persona la cui vita appare socialmente e affettivamente preziosa.

La lettera di Isabella Gesmundo, sorella di Gioacchino, scritta il 23 marzo 1944, cioè il giorno prima dell’eccidio, è forse la più lacerante:

«Sono vedova con un figlio di 14 anni e mio fratello è per me l’unico appoggio e per il mio ragazzo fa le veci del padre. Nella situazione gravissima in cui si trova mio fratello l’unica speranza che conservo è che l’alto interessamento della Santità Vostra venga a mutare il suo destino».

Qui il dato storico e quello emotivo coincidono tragicamente. Noi leggiamo oggi queste parole sapendo ciò che lei ancora non sa: che il tempo è ormai quasi finito.

Infine la madre di Aladino Govoni, Teresa, formula con chiarezza il limite stesso della sua richiesta:

«Tutto quanto era umanamente possibile fare per salvare la mia creatura, io l’ho fatto; ma, purtroppo, nessun positivo risultato ho ragionevolmente da attendere dai miei innumerevoli passi. La mia ultima speranza è risposta ora nell’eventuale intervento della Vostra Suprema Autorità morale presso le Autorità Germaniche. Non mi aspetto che mio figlio vada indenne da pene; ma che egli abbia, almeno, salva la vita».

È una frase decisiva. Non si chiede l’innocenza. Non si chiede la piena assoluzione. Si chiede la vita. In questa soglia minima si misura l’abisso in cui Roma era sprofondata.

La diplomazia vaticana tra intervento e impotenza

Queste lettere aiutano anche a collocare meglio il ruolo della Santa Sede durante l’occupazione. Dalle carte emerge che il Vaticano non restò inerte. Si attivò attraverso la Commissione Soccorsi, facente capo a monsignor Giovan Battista Montini, il futuro Paolo VI, attraverso il nunzio Borgongini Duca e soprattutto attraverso padre Pancrazio Pfeiffer, figura chiave nei rapporti con i comandi tedeschi.

Ma queste stesse lettere mostrano anche il limite di quell’azione. La Santa Sede poteva tentare, perorare, mediare, sollecitare. Non poteva controllare la logica della repressione tedesca né fermare la volontà di annientamento di chi considerava quei detenuti nemici da eliminare.

Proprio per questo è importante evitare sia le letture apologetiche sia quelle liquidatorie. La documentazione ci restituisce un quadro storico più concreto: vi furono interventi reali, vi furono tentativi effettivi, vi furono anche fallimenti drammatici.

Un filo già presente nelle mie ricerche

Questa nuova emersione documentaria non nasce nel vuoto. Il tema delle richieste di intervento a Pio XII e dei tentativi di mediazione vaticana era già affiorato, seppure in forme frammentarie, in diverse storie da me ricostruite negli anni.

In Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine, scritto con Marco Palmieri, emerge ad esempio il caso di Aladino Govoni, uno dei capi del movimento Bandiera rossa. Figlio del poeta Corrado, arrestato il 25 gennaio 1944, torturato a via Tasso, processato dal tribunale militare tedesco e condannato a tre anni di carcere, venne ugualmente assassinato alle Ardeatine. Anche per lui si mosse Pio XII, su richiesta del padre, inviando padre Pfeiffer a visitarlo in carcere.

Nello stesso libro compare il caso del generale Simone Simoni, che aveva conosciuto Eugenio Pacelli all'epoca della prima guerra mondiale, quando era stato fatto prigioniero dai tedeschi e portato all’ospedale di Ellwangen, in Germania, e qui aveva ricevuto la visita del futuro papa Pio XII, nunzio apostolico in Baviera. Dopo il suo arresto, la moglie e le figlie ottennero un’udienza dal pontefice, il quale promise interessamento e consegnò loro tre rosari, chiedendo che uno fosse portato al generale. Anche qui la diplomazia vaticana si mosse, ma senza riuscire a salvarlo. Alla famiglia venne solo concesso di incontrarlo. Lui riuscì a inserire un messaggio cifrato nella biancheria: «Simone Simoni cella dodici – Giuseppe Ferrari due – sono malmenato – soffro con orgoglio – il mio pensiero alla Patria e alla famiglia».

Sempre in Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine ricostruisco la vicenda del sarto lucano Gaetano Sepe, membro di Bandiera rossa, arrestato il 22 marzo 1944 e torturato. Per avere sue notizie si mosse anche Giulio Andreotti, che si rivolse a padre Pfeiffer per tentare di far liberare lui e un altro prigioniero, il socialista Giuseppe Lopresti, attivissimo nella Resistenza e prezioso informatore dell'Oss, il servizio segreto americano. Inutilmente.

Il romano Renato Villoresi, che fa parte del Fronte militare clandestino guidato da Montezemolo, arrestato il 18 marzo 1944 dalle SS, finì anche lui a via Tasso, dove fu torturato senza pietà. Il fratello Massimo, non avendo piú notizie di lui, ottenne un colloquio con papa Pio XII e raccontò che quando il Santo padre, di fronte alle sue domande insistenti, lo abbracciò, capì che per Renato non c’era piú nulla da fare.

Nel libro L’uomo che arrestò Mussolini ho raccontato invece il tentativo compiuto per salvare Giovanni Frignani, Raffaele Aversa e Ugo de Carolis. Una lettera del 22 febbraio 1944, inviata a Pio XII da Elena Hoehn, chiedeva un intervento in loro favore, sostenendo che la loro attività «non era né disonorevole né da considerarsi come un tradimento» e implorando che l’autorevole parola del pontefice potesse mitigare la pena «in un più completo senso di umanità e di giustizia».

Pio XII rispose il 7 marzo attraverso monsignor Montini:

«Pregiatissima Signora, è pervenuta al Santo Padre la lettera del 22 Febbraio u.s. con la quale Ella sollecitava il Suo Paterno interessamento in favore del Ten. Col. Frignani, del Cap. Raffaele Aversa e del Mag. Ugo de Carolis, arrestati dalla polizia germanica.

Mi reco a premura d’informarLa che, per venerata disposizione di Sua Santità, ripetuti passi sono stati fatti nel senso da lei desiderato e non si mancherà di seguire la pratica, per quanto è possibile nelle presenti difficili circostanze.

Nella speranza che la pratica abbia a sortire esito favorevole l’Augusto pontefice imparte a Lei ed ai suoi cari l’Apostolica Benedizione».

Anche qui, però, il tentativo non andò a buon fine, anche perché Frignani era il nemico numero uno di Mussolini: l'uomo che lo aveva arrestato il 25 luglio 1943.

Nel libro Il partigiano Montezemolo ho ricostruito la drammatica ultima carta tentata per salvare Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, il capo del Fronte militare clandestino a Roma e nell'Italia occupata. È lo stesso Beppo, con un biglietto clandestino dal carcere, a scrivere che da lì «non si vede che azione Vaticano» e a sollecitare un intervento del Papa, anche per ottenere l’internamento in Vaticano.

Grazie alla principessa Colonna, la marchesa Fulvia Ripa di Meana ottenne nella notte tra il 18 e il 19 marzo 1944 una udienza privata con Pio XII per parlargli di Montezemolo. Il Papa promise di incaricare Montini. Padre Pfeiffer e la Segreteria di Stato si attivarono. Ma anche qui invano.

Nel volume Il partigiano Tevere emerge ancora il ruolo di questi tentativi di mediazione. Nel caso di Sabato Martelli Castaldi, generale dell'Aviazione originario di Cava de' Tirreni, il Vaticano esercitò pressioni per ottenere la sua liberazione e quella del suo fraterno amico Roberto Lordi. In carcere Sabato segnava i giorni sul muro della cella; il 22 marzo, due giorni prima della strage, scrisse che era un «giorno nero».

Il 24 marzo segna uno spartiacque. Dopo l’eccidio, il silenzio diventa ancora più fitto.

Come racconto in L’uomo che arrestò Mussolini, quando la moglie di Giovanni Frignani, Lina, insieme all’amica Elena Hoehn, torna a via Tasso a cercare notizie e non ne riceve, si rivolge di nuovo a padre Pancrazio Pfeiffer. La risposta è disarmante: via Tasso è ormai «una muraglia cinese», e «nemmeno la Santa Sede aveva potuto avere una benché minima risposta alle varie sue domande. […] Tutto mutismo, tutto mistero».

Il 7 aprile 1944, anche Luisa Martelli Castaldi, moglie del generale, scrive al cardinale Maglione, Segretario di Stato vaticano, per avere notizie del marito, detenuto da mesi: «dal 24 marzo è stato trasferito e non si sa la sua nuova destinazione». E aggiunge: «L’angoscia dei miei figli e mia è tremenda».

Dopo le suppliche, resta il vuoto. E per molte famiglie, anche la verità arriverà solo settimane dopo.

Il caso Vassalli: quando l’intervento riesce

La storia, però, non è fatta soltanto di tentativi falliti. Nel mio podcast su Rai Radio 3 Patria e Libertà, dedicato al socialista Giuliano Vassalli, futuro ministro della Giustizia, emerge un caso in cui l’intervento vaticano riuscì davvero a salvare una vita.

Vassalli descrisse le torture subite a via Tasso con parole terribili:

«Agli interrogatori, che si susseguirono incessantemente per una settimana, venivo portato a spintoni e ogni soldato tedesco si credeva in diritto — durante il percorso dalla cella agli uffici (sempre ammanettato) — di darmi un calcio o di sputarmi addosso. (…) Per l’intera settimana venni torturato con percosse al viso e allo stomaco, con brutalissimi calci, con staffilate e vergate sul dorso, sulle mani e sotto la pianta dei piedi. Venni inoltre percosso ripetutamente sulla testa con dei grossi tubi di metallo e più volte scaraventato a battere la testa per terra o contro le pareti, sino a perdere i sensi».

In quel caso il padre si mosse attraverso i canali vaticani. E Pio XII, tramite Montini e padre Pfeiffer, ottenne la scarcerazione di Vassalli il 3 giugno 1944, alla vigilia della liberazione di Roma.

Più tardi Vassalli ricordò che Kappler stesso gli disse:

«Ha da ringraziare esclusivamente il Santo Padre se lei nei prossimi giorni non viene messo al muro, come ha meritato».

Questo episodio non cancella i fallimenti degli altri casi. Ma dimostra che quei canali non erano fittizi. Esistevano. Talvolta non bastavano. Talvolta arrivavano troppo tardi. Talvolta, invece, riuscivano.

Le Ardeatine come storia di vite cercate fino all’ultimo

Le lettere a Pio XII, lette accanto a queste altre vicende, ci aiutano a vedere le Fosse Ardeatine in modo più pieno. Non solo come esito finale della barbarie nazista, ma come luogo in cui precipitano anche innumerevoli tentativi di salvezza. Prima della morte c’è stata una lotta contro la morte. Una lotta spesso perduta, ma non per questo meno reale.

In quelle lettere c’è il volto di una società civile che non smette di cercare mediazioni, di usare relazioni, di appellarsi alla coscienza religiosa e morale del proprio tempo. C’è l’idea che, finché una parola non è stata pronunciata per l’ultima volta, finché una porta non è stata chiusa definitivamente, qualcosa possa ancora accadere.

Molti di quei familiari non ottennero ciò che chiedevano. Ma proprio per questo le loro parole ci interrogano ancora. Perché danno voce non soltanto alla tragedia compiuta, ma anche alla speranza che la precedette. E in questo senso costituiscono uno dei documenti più intensi dell’alba delle Ardeatine.

Il libro

Strage delle Fosse Ardeatine: nelle vite delle 335 vittime c’è tutta la storia d’Italia – sociale, politica, economica, culturale – e della Resistenza, in una sorta di Spoon River italiana.

- Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine
- L’uomo che arrestò Mussolini
- Il partigiano Montezemolo
- Il partigiano Tevere

A ottantadue anni dall’eccidio, queste suppliche ci restituiscono un frammento essenziale della sua verità storica.
Non solo la violenza di chi uccise, ma anche l’ostinazione di chi tentò fino all’ultimo di salvare.

Fonte
Pubblicato su Marioavagliano.it, 22 marzo 2026.
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Fosse Ardeatine, 82 anni dopo: 7 vittime sono ancora senza nome

di Mario Avagliano

82 anni dalle Fosse Ardeatine: quei nomi che continuano a chiamarci

Ci sono date che non passano. Restano.
Il 24 marzo 1944 è una di quelle.

Nelle cave sulla via Ardeatina, a Roma, 335 uomini vennero condotti uno alla volta, costretti a inginocchiarsi e uccisi. Non erano numeri. Erano vite. Erano storie. Erano nomi.

Scorrere quell’elenco – dalla A di Ferdinando Agnini alla Z di Augusto Zironi – significa attraversare un’Italia intera, colpita nel suo momento più buio.

C’era Don Pietro Pappagallo, sacerdote che scelse di restare accanto agli altri fino all’ultimo.
C’erano i giovanissimi Duilio Cibei e Marco Di Veroli, appena quindicenni.
C’era Gavino Luna, cantante e impiegato delle Poste.

E tra quei 335 c’erano Giovanni Frignani e Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo: due figure centrali della Resistenza romana. Frignani, tenente colonnello dei carabinieri, fu l’uomo che il 25 luglio 1943 ebbe il compito di arrestare Mussolini e che, dopo l’8 settembre, scelse la Resistenza pagando con la vita. Montezemolo, capo del Fronte militare clandestino, organizzò la rete resistenziale nella capitale fino alla cattura e alla morte alle Ardeatine.

E c’era il generale Sabato Martelli Castaldi, generale dell’aeronautica, uomo che ebbe il coraggio di opporsi al regime e che, nella Roma occupata, scelse la strada della dignità e della resistenza, fino alla stessa tragica fine.

E poi centinaia di altri: operai, militari, artigiani, commercianti, contadini.
Resistenti, ebrei, civili. Un intero Paese racchiuso in una cava.

Le Fosse Ardeatine sono questo: non solo una strage, ma il ritratto di una nazione.

Nel mio libro Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine ho cercato di restituire proprio questo mosaico umano. Non solo i fatti, ma le persone. Le loro scelte, le loro paure, i loro affetti. Una sorta di “Spoon River” italiana, dove ogni nome torna ad avere voce.

E alcune di quelle voci arrivano fino a noi.

Come quella di Orlando Orlandi Posti, che dal carcere scriveva parole che ancora oggi colpiscono nel profondo: “l’alba del mio 18 anno di vita la ho passata in carcere morendo di fame”. E alla ragazza di cui era innamorato: “Cara Marcella quando leggerai questa… io sarò nel mondo dove almeno troverò un po’ di pace”.

O come le tante storie di uomini prelevati all’improvviso, senza sapere che non sarebbero mai tornati.

E persino chi si trovò lì per caso, come Rosa Fedele, contadina uccisa dalle SS solo per essersi avvicinata troppo a quel luogo già segnato dalla violenza.

Ogni storia è unica. Ogni storia è necessaria.

Eppure, dopo 82 anni, quel lavoro non è ancora finito.

Appello
Nel sacrario delle Fosse Ardeatine sette tombe portano ancora la scritta Ignoto. Grazie a nuove analisi genetiche, oggi è possibile restituire un nome a quelle vittime. L’appello è rivolto ai familiari e a chiunque possa fornire informazioni utili: contribuire significa completare un fondamentale percorso di memoria e giustizia.

Oggi, grazie al lavoro dell’antropologa forense Elena Pilli e dell’Università di Firenze, si apre una nuova possibilità: restituire un’identità alle vittime ancora sonosciute attraverso il DNA. Ma serve anche il contributo delle famiglie, della memoria privata, delle storie custodite nel tempo.

Dal 2010 a oggi sono state identificate cinque delle dodici vittime inizialmente ignote.

Il risultato è frutto di un approccio interdisciplinare che integra l’antropologia forense – con l’estrazione e la caratterizzazione molecolare del DNA degradato – e la ricerca storico-documentale.

Al progetto hanno collaborato il RIS dei Carabinieri di Roma, l’Ufficio per la Tutela della Cultura e della Memoria della Difesa, il Museo Storico della Liberazione di Roma, la storica Alessia Glielmi, la Comunità Ebraica di Roma, l’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania, i partner del progetto Virtual Biographical Archive (ViBiA), la documentarista Michela Micocci e le rappresentanze delle famiglie delle vittime (ANFIM).

Ma nel sacrario, sette tombe portano ancora una sola parola: Ignoto.
Sette uomini senza nome. Sette vite sospese.

Perché dare un nome non è un dettaglio. È restituire una vita.

La violenza nazifascista voleva cancellare tutto: corpi, identità, storie. Ricostruirle oggi è un atto di giustizia.

E mentre ricordiamo, non possiamo non guardare al presente.
Ancora oggi, in tante guerre, i civili muoiono senza nome. Ancora oggi, esistono fosse senza identità.

Per questo le Fosse Ardeatine non sono solo memoria. Sono responsabilità. Se vogliamo davvero onorare quei 335, dobbiamo continuare a raccontarli. A leggerli. A trasmettere le loro storie. È anche questo il senso del mio lavoro.

Il libro

Strage delle Fosse Ardeatine: nelle vite delle 335 vittime c’è tutta la storia d’Italia – sociale, politica, economica, culturale – e della Resistenza, in una sorta di Spoon River italiana.

- Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine
- L’uomo che arrestò Mussolini
- Il partigiano Montezemolo
- Il partigiano Tevere

Ottantadue anni dopo, quei 335 continuano a parlarci.
E tra loro, sette attendono ancora di essere chiamati per nome.

Sta anche a noi non lasciare incompiuta la loro storia.

Per informazioni e per partecipare a questa ricerca, anche dall’estero: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Fonte
Pubblicato su Marioavagliano.it, 22 marzo 2026.
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In un libro le 335 'vite spezzate' delle Fosse Ardeatine

di Gabriele Le Moli

 

Militari, membri della resistenza, oppositori storici del fascismo. Esponenti politici di tutti i partiti dell'arco resistenziale. Uomini di tutte le età e fedi religiose, di tutte le provenienze geografiche e di tutti i ceti sociali e di ogni livello di istruzione: aristocratici, borghesi, alti ufficiali, ma anche e soprattutto tante persone comuni: macellai, impiegati, contadini, liberi professionisti. Sono le 335 vittime dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, di cui solo pochi giorni fa è stato celebrato l'80/o anniversario, e di cui per la prima volta, in maniera sistematica, vengono ricostruite e proposte le biografie complete. E' il merito dell'ultima fatica della coppia di storici Mario Avagliano e Marco Palmieri, che hanno pubblicato con Einaudi il volume "Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine. Le storie delle 335 vittime dell'eccidio simbolo della Resistenza".

La strage, compiuta dai nazisti il 24 marzo del 1944 sotto il comando del capo delle SS di Roma Herbert Kappler, come rappresaglia per l'attacco partigiano di via Rasella che era costato la vita a 33 militari tedeschi, è una delle pagine storiche più famose e presenti nell'immaginario collettivo del Paese. Per la prima volta Avagliano e Palmieri si sono assunti in maniera completa, esaustiva e metodica, il dovere di riportare alla memoria le vite e le storie di tutti i martiri dell'eccidio, dai più noti a coloro che per anni sono stati sepolti nell'oblio.

Il loro lavoro, condotto attraverso una minuziosa ricerca delle fonti, dai diari e lettere dei martiri, dei loro familiari o dei compagni di lotta, alle carte di polizia, le schede carcerarie, i documenti e relazioni dei partiti e dei movimenti di appartenenza, ma anche le schede utilizzate per il riconoscimento dei corpi, gli incartamenti del processo Kappler, le memorie postume e un costante contatto con le famiglie, fornisce così un ritratto complessivo di quello che lo storico Alessandro Portelli ha definito "un vero e proprio spaccato geografico, politico, sociale dell'identità nazionale italiana".

I tentativi di dare un volto e un nome ai martiri di quell'eccidio, in effetti, cominciarono fin da subito, grazie all'impegno di Attilio Ascarelli, il medico che per primo ebbe il compito di esumare ed identificare le salme e che lasciò un corposo fascicolo intitolato "Breve biografia dei 320, con 291 schede biografiche". Negli anni a seguire, però, questo primo volenteroso spunto di ricerca non ebbe il necessario seguito, disperdendosi in una variegata produzione storiografica, dedicata spesso ad approfondire solo singoli aspetti o singoli protagonisti di quel periodo storico.

Alcuni di essi, come il colonnello Giuseppe Montezemolo (capo del fronte militare clandestino e protagonista del colpo di stato del 25 luglio del 1943), hanno ricevuto il massimo risalto, e lo stesso Avagliano gli ha dedicato una monografica, così come al suo concittadino Sabato Martelli Castaldi. Nomi altrettanto noti sono quelli dei carabinieri Giovanni Frignani e Raffaele Aversa, che parteciparono all'arresto del Duce e furono fra le colonne della "banda Caruso". Approfondite schede biografiche erano presenti anche in un volume degli esordi dello stesso Avagliano, "Muoio innocente", dedicato alle lettere dei condannati a morte della resistenza romana.

Nel dopoguerra molti di essi hanno ricevuto i più disparati riconoscimenti: in ogni parte d'Italia ad alcuni di loro sono state intitolate strade, scuole, caserme e parchi. Presso i loro luoghi di nascita, di residenza o di lavoro sono state apposte targhe e pietre d'inciampo. Alcuni sono stati insigniti di medaglie (35 d'oro, 25 d'argento e 4 di bronzo al valor militare, più una medaglia d'oro e una d'argento al merito civile) o croci al merito. Altrettanto numerosi sono però i "senza nome", le persone comuni, accomunate con i più illustri personaggi dalla tragica fine per mano dei nazifascisti, ma sulle quali erano disponibili informazioni limitatissime o quasi nulle, e che ora trovano visibilità. 

(Ansa, 27 marzo 2024)

 

Candido Manca, lo "stradino" martire delle Ardeatine

Fra i martiri delle Fosse Ardeatine figura anche un dipendente dell’Anas, allora AASS, il sardo Candido Manca. La sua figura è ricordata nel bel libro di Mario Avagliano, “Generazione ribelle. Diari e lettere dal 1943 al 1945”, pubblicato da Einaudi, una storia della Resistenza, della deportazione e dell’internamento militare attraverso gli scritti dei protagonisti.

Nato a Dolianova (Cagliari) il 31 gennaio 1907, Manca nel '25 si arruolò volontario nei carabinieri. Prestò servizio a Roma, e dopo tre anni di ferma fu congedato. Rimasto nella capitale, ottenne il diploma di ragioniere e fu assunto nell'Azienda Autonoma Statale della Strada (AASS, poi ANAS). Fu richiamato alle armi una prima volta nel '35, per un anno, e di nuovo nel '39 per alcuni mesi e poi nel '40, con il grado di vicebrigadiere, sempre rimanendo in servizio presso la AASS. Nel '43 era brigadiere, nella compagnia squadre reali e presidenziali di Roma. Dopo l'8 settembre, riuscì a sfuggire ai tedeschi che avevano occupato le caserme. Insieme ad altri 30 carabinieri sbandati che aveva raccolto con sé, entrò nella banda "Caruso", che faceva parte del Fronte Militare Clandestino di Montezemolo, svolgendo azioni militari e raccogliendo informazioni utili al movimento partigiano e agli Alleati. Fu catturato dalla Gestapo il 10 dicembre del '43, insieme al tenente dei carabinieri Romeo Rodriguez Pereira e al capitano dei carabinieri Genserico Fontana, mentre si stava recando da un contabile che procurava denaro ai partigiani. Rinchiuso nel carcere di via Tasso, subì più volte la tortura, ma non rivelò i nomi dei compagni. Fu fucilato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo del '44. Nel dopoguerra gli fu assegnata la medaglia d'oro al valor militare alla memoria. Una lapide lo ricorda a via Chiana a Roma.

 

 

«I bisogni dobbiamo farli nella cella stessa in un recipiente chiamato bugliolo»

 

di Candido Manca

 

[Roma, carcere di via Tasso] 3.1.1944

 

Bolò mia cara,

ho ricevuto tutti i pacchi, il penultimo conteneva il Mom, di quest'ultimo fammi il piacere di mandarmene ancora, vedi di trovare i barattoli che credo sia migliore. Vuoi sapere come passo i giorni? Puoi immaginarlo, in una cella di metri quadrati 4 e 25 cm. mezza internata con una finestra munita di inferriata, ramata a vetri, semibuia. Come vitto ci danno due pagnotelle, caffè la mattina e appena un pasto di minestra alle 12. Nella cella siamo in quattro e dormiamo sul pagliericcio con due coperte a testa, i bisogni dobbiamo farli nella cella stessa in un recipiente chiamato "bugliolo"; sono sicuro che la faccenda dell'evacuazione davanti agli altri ti faccia sorridere sapendo quanto io ero suscettibile a tale funzione. Per riuscirci la parola d'ordine è «faccia al muro»... viene aperta la finestra e appena finito si apre lo sportellino della porta, il perché lo puoi immaginare. La salute è ottima, il raffreddore è quasi scomparso. Con la venuta del quarto abbiamo avuto la sorpresa dei pidocchi. Fattolo sapere al comandante questi ci ha fatto fare il bagno e disinfettare i vestiti al vapore. Dirti le peripezie non basterebbe un quaderno, ne abbiamo passato delle belle e delle brutte. Che vuoi fare ci abbiamo riso sopra. Ti avevo detto di mandarmi roba da mangiare di meno perché tesoro mio vedo che la mia permanenza qui sembra che duri e non vorrei dar fondo a quel poco che abbiamo messo da parte (puoi mandarmi della verdura al posto della carne che nutro desiderio). Quanto vi desidero! Dei giorni sono tanto triste per questo motivo. Per tutto il resto tengo alto il morale data la mia innocenza. Hai fatto bene di essere stata da Ciccillo per il primo dell'anno, così ti sei un pò divagata. Quanta tenerezza mi dai quando mi parli dei bambini, sento di adorarli in un modo tale che spesse volte anzi sempre a me e ai miei compagni di cella ci escono le lacrime. Hai fatto male di non aver allestito l'albero di Natale. Perché hai privato gli angioletti nostri di quella contentezza. Ad ogni modo spero che a Mariella per il suo compleanno avrai comprato qualche bel giocattolo e pure a Giancarlo. Come stai in salute? Mi auguro bene. Mandami cento lire specie da dieci e da cinque. Quella somma che avevo addosso è qui in deposito e la daranno quando uscirò oppure alla famiglia se fornita dell'autorizzazione del Comando Tedesco "albergo Flora". Fammi pervenire il libro di italiano "da Dante al Pascoli" che deve essere sulla ghiacciaia, la copertina è color marrone. Comprami un piccolo dizionario italiano-tedesco, bada deve essere tascabile e deve contenere anche come si pronunziano le parole. Stai attenta a fianco della parola tradotta deve esserci anche come deve leggersi. Al porta pranzo ti sei dimenticata di mettere la guarnizione cosa che ha permesso al signor sugo di uscire. Non ti faccio gli auguri per il nuovo anno ti dico soltanto che questo dovrà apportarci la felicità e la salute, altro non chiedo a Iddio. Ti abbraccio e ti bacio caramente assieme ai bambini tuo per sempre

Candido

Raffaele Zicconi, l’Icaro siciliano che sognava la libertà e morì alle Fosse Ardeatine

di Mario Avagliano

«Qui non siamo volgari delinquenti, ma detenuti politici (...) Dopo ben 17 giorni di segregazione cellulare, murato vivo in una stanza, solo, maltrattato in maniera eccessiva, adesso che rivedo la luce sono risuscitato. Le botte, la fame, la mancanza d’aria, mi avevano prodotto un poco di nevrosi cardiaca, dalla quale mi vado rimettendo(…) Ormai sono fermamente convinto che il peggio è passato. Se dopo la condanna vorranno portarmi via da Roma, si vedrà il da farsi».

Febbraio 1944, carcere di Regina Coeli, terzo braccio: quello gestito direttamente dalle SS tedesche. La luce filtra a quadretti tra le sbarre della cella 367, dove Raffaele Zicconi, classe 1911, partigiano del Partito d’Azione, con un mozzicone di matita scrive a casa una lettera clandestina. Lino è siciliano, originario di Sommatino (Caltanissetta), ma risiede da anni a Roma, dove nel ‘41 ha sposato Ester Aragona, nata nel 1916 a Cosenza, nipote dello scienziato Alfonso Splendore, che nel 1908 aveva scoperto la toxoplasmosi all’università di Rio de Janeiro. Ha un figlio piccolo, Renzo, di appena due anni, e un’altra figlia in arrivo (Simonetta), anche se non farà in tempo a saperlo, finendo ucciso dai tedeschi nella strage delle Fosse Ardeatine.

La storia di Zicconi è riemersa dal buio della Storia grazie al nipote Massimo Ciancaglini, che ha amorevolmente raccolto le lettere e i biglietti del nonno da Regina Coeli, conservati negli archivi di famiglia, li ha trascritti e li ha pubblicati su un blog: La Vita e la Resistenza a Roma.

Lino lavora come impiegato alle Poste. Non molto alto, come tutti i maschi di famiglia, è bruno di carnagione, ha baffi ben curati, capelli ondulati scuri impomatati con la brillantina, è elegante nei modi e nell’abbigliamento (nelle missive dal carcere fa cenno più di una volta al suo smoking). Gran fumatore, ha una collezione di bocchini per le sigarette. Personalità forte la sua, a tratti irascibile, ma condita di intelligenza e di romanticismo, come testimoniano le lettere d’amore alla futura moglie Ester scritte tra il ‘39 e il ‘41.

Dopo il matrimonio, è andato a vivere con i suoceri in un grande appartamento al terzo piano di Piazza Ledro 7. Al piano di sotto ha la casa e l’ambulatorio il medico Luigi Pierantoni, detto Gigi, figlio di Amedeo, uno dei fondatori del Pcd’I nel 1921. Gigi è iscritto al Partito d’Azione clandestino, diviene presto suo grande amico e lo introduce negli ambienti antifascisti romani. La polizia fascista vigila e il 25 giugno 1943 spicca un ordine d’arresto a piede libero nei confronti di Lino, con citazione a comparire davanti al Tribunale di guerra di Roma. Le dimissioni forzate di Mussolini, datate esattamente un mese dopo, faranno decadere le accuse.

Dopo l’armistizio con gli Alleati e l’occupazione tedesca di Roma, Zicconi è tra i primi ad entrare nella Resistenza e l’8 ottobre aderisce al Partito d’Azione. Nel frattempo lascia la casa di Piazza Ledro, dove nascondeva in cantina una famiglia di ebrei che gli ha chiesto aiuto. Non vuole mettere a rischio i suoceri e allora prende casa in affitto, trasferendosi lì con la famiglia e i nuovi amici ebrei.

Il 7 febbraio 1944, alla vigilia di un’azione di sabotaggio della sua squadra ad alcuni pali postelegrafonici,  viene tradito da un sedicente compagno di nome “Albertini”, che consegna lui e l’amico Pierantoni nelle mani delle SS. «A fine guerra Albertini fu processato – racconta il nipote Massimo – ma uscì indenne dal processo». Portato a via Tasso, il carcere diretto da Herbert Kappler, Lino viene picchiato e rinchiuso in cella d’isolamento, al buio e senz’aria, ma non rivela i nomi dei compagni.

Il 24 febbraio, dopo diciassette terribili giorni di prigionia e di torture in via Tasso («mi hanno ormai collaudato come incassatore di primo ordine anzi fuori classe», ironizza lui stesso), è trasferito a Regina Coeli, dove il trattamento e il vitto sono di gran lunga  migliori. «Io sto bene e mi vado rimettendo – manda a dire ai suoi -. Questa mattina il mio amico mi ha dato un poco di zucchero, e mi sono fatto due uova frullate. Mi sembrava un sogno , dopo tutte le sofferenze ed i patimenti inenarrabili nel vero senso della parola, che ho dovuto sopportare nella triste tomba di lassù. Qui ho aria, luce, compagnia di veri amici che mi hanno sempre sorretto, e che godono nel vedere che le mie sembianze umane tornano a rifiorire sul mio volto. Qui sì tutti per uno ed uno per tutti. Mi hanno dato da mangiare, da fumare, e mi hanno assistito sul piccolo disturbo che mi affligge, ricordo questo di lassù». E in un altro biglietto clandestino aggiunge:  «Dalle porte si chiacchiera con le altre celle. Io sto di fronte a Gigi, e siamo in continuo contatto. Nella cella ci stiamo creando tante piccole comodità, e si va avanti discretamente».

Lino ha trovato la strada per corrispondere clandestinamente con casa senza il vaglio della censura e di poter ricevere pacchi e cibo, attraverso le figlie di un altro detenuto politico («la nostra vera colonna di sostenimento e sostentamento»), probabilmente in contatto con qualcuno dell’amministrazione carceraria. «Percorrete sempre quella [strada] – ammonisce la famiglia -, perché così anche quando uscirà il padre, se io sarò ancora qui, mi porteranno tutti i giorni tutto ciò che volete. Sono loro che pensano già ad una quindicina di persone, e sono ben felici di esservi utili. Ester pensi come poter fare per farle una gentilezza che dimostri la nostra riconoscenza. Se voi consegnate il pacco invece direttamente qui, mi arriva anche con due giorni di ritardo ed in questo caso non azzardatevi a mettere biglietti, se vi preme la mia incolumità, e di farmi ricevere il pacco».

A Regina Coeli le condizioni di salute di Zicconi migliorano, anche grazie all’affetto dei compagni («qui si è tutti per uno e il cameratismo è veramente bello. Sia per il fatto del fumo che per il fatto del mangiare»), ma la lontananza dalla famiglia gli pesa. Molto. «Vorrei notizie un poco più estese di tutti – scrive -, e di Ester, che ho un vago timore che non stia troppo bene (la moglie avverte forti fitte allo stomaco, ancora non lo sa, è incinta ndr). Vi penso tutti ardentemente , ma come potete immaginare , ho lo spasimo di poter riabbracciare pupetto». E in un’altra missiva esprime tutto il suo desiderio di essere ancora con loro: «Mia piccola cara, troppe cose ci sono da indovinare nel tuo letterone che ho tanto gradito. Mi dici di aver ripreso l’ufficio, sei stata dunque male? Cosa ti è successo? Mi devi parlare esplicitamente. Scrivi come se parlassimo. Ho ancora bisogno di vivere in casa. Come hai ricevuto il colpo? Cosa hai fatto quando non sono rientrato? In casa come ti sei sistemata? Con chi stavi? Cosa ha fatto Renzuccio? E ora come fai? Ti prego non mi lasciare all’oscuro, isolato. Se tu mi parli di tutto ciò io ti risponderò, parleremo, e io non sarò più lontano da casa».

Le sue parole d’amore per la moglie commuovono: «Piccola stellina mia, bé cosa vuoi? Oggi penso troppo alle stelle e mi sono ricordato che nel firmamento tu brilli sempre più fulgida. La tua lettera di ieri mi ha tolto dall’ansia e dall’incubo della mia solitudine». Così come l’affetto per il figlio: «Ho solo qui il conforto(veramente immenso) delle vostre fotografie. Mi riguardo continuamente Renzuccio nostro, e mi convinco sempre di più che fra tutte le nostre disgrazie, i nostri dolori, le nostre sofferenze, Iddio ci ha voluto dare la prova lampante che non si è dimenticato di noi, facendoci avere quanto di meglio potevamo aspettarci nei riguardi di pupetto. Cerca di non farlo guastare, insegnali ad essere sempre buono e docile com’è. Fagli leggere le mie lettere, convincilo insomma che paparino suo è sempre vicino. Distrailo molto, perché è tanto sensibile, e sono sicuro che anche lui soffre della mia lontananza. È l’unico tesoro veramente di valore che abbiamo. Conserviamolo senza farlo rovinare. Ricordati che non deve essere allevato con le botte. Non voglio assolutamente. Che nessuno me lo tocchi».

Il suo animo nobile e generoso emerge anche da altri particolari. Come quando, nonostante il vitto del carcere sia scarso, non vuole che la famiglia (e l’amatissima zia, suo «angelo custode») si privi di qualcosa per lui: «Quando mi mandate da mangiare – avverte la cugina Mimmina - attenetevi esclusivamente alla mia tessera. Non fate sacrifici finanziari, dillo anche a zia. (…) Non era il caso di privarti di tutta la marmellata. Non voglio affatto che facciate sacrifici».

Nei momenti di sconforto, Zicconi si aggrappa agli ideali politici: «In certo qual modo – confessa alla cugina Mimmina - mi sento anche orgoglioso di questa avventura dato che non sono un volgare delinquente ma un novello Cesare Battisti, per quanto lui sia andato oltre il punto al quale mi fermerò io. E a proposito di Cesare gli sto facendo concorrenza anche per il pizzetto che cresce rigoglioso e mi da’ campo alla gioia immensa di passeggiare per le celle, fronte corrugata, sguardo linceo e terribile». Oppure lo aiuta la sua tenace fede religiosa: «Questo per Ester – si legge in un biglietto -. Importantissimo e delicatissimo. Mi stacchi dal muro dove l’avevo attaccato dietro il seggiolone della mia scrivania, il quadro della Madonna al quale tengo moltissimo . Lo spolveri bene dietro e davanti, e me lo riponga bene dopo averci tolta la cornice della quale non mi interessa nulla. Mi raccomando… Madonna che voi pregherete per me e per la mia liberazione. Datemi conferma per la mia tranquillità». In un’altra lettera chiede invece di fargli recapitare il libro che ha nello studio: “La vita di Cristo”.

Fuori la guerra continua. E a Roma si susseguono le fucilazioni di partigiani da parte dei fascisti e delle SS. Lino teme il peggio: «La causa ci sarà, e molto probabilmente, anzi sicuramente, ci dovrebbe essere la condanna. Il mio fervido augurio è che questa sia magari di 30 anni. E spero fermamente che sia così soltanto. Ad ogni modo abbiate fiducia e sappiatemi attendere con pazienza e rassegnazione, pregando per la mia salvezza». Tuttavia sa che da un momento all’altro la sua vita potrebbe finire. E allora invia alla moglie Ester una lettera-testamento, nella quale le chiede perdono per aver osato troppo:

«Mia piccola Madonna,

è con la stessa disperazione del moribondo che si attacca alla vita , che io mi stringo a te. Come un naufrago si aggrappa rabbiosamente all’unico relitto di nave che potrà salvarlo da morte, io così disperatamente mi aggrappo a te per salvarmi. A te così cara, a te così buona, che con il tuo amore, con la tua passione sai ancora darmi la gioia e lo scopo di vivere. Sono anche io quasi un naufrago della vita, di questa insulsa, di questa stupida, di questa miserabile vita, che dopo aver maledetto, benedico. Amore mio non puoi ancora capire il mio stato d’animo, e i tremendi periodi di burrasca che sono costretto ad attraversare. Non hai ancora idea delle lotte tremende che da solo, completamente da solo, devo combattere. Tutta la mia bella filosofia è caduta stupidamente di fronte alla dura realtà. Tutta la mia spensieratezza s’è infranta nell’urto contro la vera vita. La vita di tutti, la vita che non ho mai voluto immaginare, che non ho mai conosciuta. Quest’ira repressa che è in me, questo spirito di ribellione impotente,non è se non il frutto di chi ha tutto perduto. Chi è abituato a vincere, credo non potrà mai assoggettarsi alla vita del vinto. Il mio orgoglio sconfinato, il mio spirito indipendente, il mio isolamento completo su tutto ciò che mi riguarda, la mia frenesia di agire solo per assaporare la soddisfazione unicamente mia dello scopo raggiunto, mi ha portato al punto di essere mal giudicato, di non essere compreso, di apparire forse anche pazzo. Imbevuto di teorie individualistiche assolute, mi sono buttato a corpo morto in un esperimento che mi affascinava. Raggiungere il superuomo creato da me, in me stesso. Ed in questo mi sono talmente immedesimato da condurre la mia lotta sorda inebriandomi di ogni mia piccola conquista. Ciò mi ha completamente astratto dalla realtà, nella quale sono caduto così bruscamente, dopo anni di studio,da infrangere ogni più piccola illusione senza più poter distruggere la mia maniera di vivere, inadatta alla nuova posizione che dovevo occupare nella vita. Icaro, lo stesso che aveva aspirato ad altezze troppo elevate, ha trovato la morte sul suo insulso tentativo. E io nel mio sogno dorato ho dimenticato di valutare in giusta misura quelle che avevo considerato inezie trascurabili; e ho trovato la morte dello spirito. (…)

Ho voluto raggiungere cose più grandi di me, ma sotto il loro peso sono rimasto schiacciato. Per non confessare la mia sconfitta, ho fatto cose assurde, che mi hanno fatto perdere anche l’ultimo sogno di grandezza e di supremazia, finché mi sono trovato in terra, nelle stesse condizioni di una belva chiusa in trappola, che nella sua irrequietezza ruggendo si lancia impotente contro le sbarre della gabbia. (…)».

E infatti l’«incognito domani», come lo definisce lo stesso Lino in un’altra lettera alla sorella Anna, gli riserva sorprese amare. Il 24 marzo 1944, il giorno dopo l’attacco dei Gap comunisti a Via Rasella, per rappresaglia le SS assassinano barbaramente 335 detenuti politici ed ebrei alle Fosse Ardeatine, prelevandoli da via Tasso e da Regina Coeli. Tra questi, c’è anche Raffaele Zicconi, l’elegante partigiano siciliano che amava la libertà come Cesare Battisti e inseguiva il sogno di Icaro.

("Patria Indipendente", n. 7, luglio 2011)

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Storie - Il Montezemolo partigiano

di Mario Avagliano

   Il 23 settembre del 1943 i tedeschi circondavano il Ministero della Guerra, sede del comando di Roma Città Aperta, arrestando il conte Guido Calvi di Bergolo, genero del re e a capo della struttura, e altri ufficiali, e deportandoli in Germania. L'unico a sfuggire al blitz nazista era il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, che - indossati abiti civili - se la svignava attraverso i sotterranei del Ministero, sbucando in via Nazionale e dandosi alla macchia.
Iniziava cosi l'attività resistenziale di Montezemolo, di cui ho parlato ieri a Firenze, nella bella sede del Consiglio regionale della Toscana. Beppo, così era chiamato in famiglia, reduce di tre guerre (i due conflitti mondiali e la guerra di Spagna), disilluso dal fascismo come milioni di italiani, invece di nascondersi, diede vita al Fronte militare clandestino, che raccoglieva migliaia di militari, carabinieri e civili (tra cui don Pietro Pappagallo), collaborava strettamente con il Cln ed era collegato con Brindisi e il governo Badoglio.
Il Fronte compì atti di sabotaggio, rifornì di armi ed esplosivi le bande partigiane, sottrasse migliaia di militari dalle chiamate di Salò, svolse un'intensa attività di intelligence al servizio degli Alleati e produsse anche documenti falsi come carte di identità e certificati di battesimo che servirono a diverse famiglie di ebrei per sfuggire alla caccia all'uomo scatenata da nazisti e fascisti. Un'organizzazione capillare e importante, con  gruppi collegati in tutta l'Italia occupata.
Dopo lo sbarco alleato ad Anzio, in vista dell'insurrezione, i gruppi clandestini intensificarono le riunioni e gli incontri. Tedeschi e fascisti ne approfittarono per catturare molti esponenti della Resistenza, anche attraverso l'opera di delatori. Come avvenne per Montezemolo, considerato da Kappler il suo "più temibile nemico", che venne imprigionato nel carcere di via Tasso e barbaramente torturato.
Verrà ucciso dai tedeschi il 24 marzo del 1944 alle Fosse Ardeatine assieme ad altri 334 italiani, di cui circa 70 ebrei, gridando "Viva l'Italia! Viva il re!". Gli sarà assegnata la medaglia d'oro alla memoria. La sua vicenda straordinaria e il suo eroismo verranno a lungo dimenticati, in quanto esponente di quella resistenza moderata, monarchica, militare per troppo tempo negletta e che solo dal presidente Ciampi in poi si è finalmente iniziato a studiare e a riscoprire.

(L’Unione Informa e Moked.it del 27 settembre 2016)

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Storie - Al Museo di via Tasso depositati nuovi documenti. La lista degli ebrei alle Ardeatine e la lettera di Terracina

di Mario Avagliano

I tedeschi volevano cancellare le tracce del terrore perpetrato a Roma nei nove mesi della loro occupazione. E così la notte del 3 giugno 1944, nelle ore frenetiche dei preparativi per la fuga dalla capitale, Herbert Kappler ordinò alle SS di bruciare gran parte dei documenti che erano custoditi presso il carcere di via Tasso. Una straordinaria fotografia di quei roghi è stata ritrovata nell’archivio del questore di polizia Giuseppe Dosi, che di recente è stato acquisito dal Museo Storico della Liberazione di Roma.

Dosi, che nel dopoguerra sarebbe diventato direttore dell’ufficio italiano Interpol, proprio la mattina del 4 giugno recuperò nel carcere delle SS e nel reparto tedesco di Regina Coeli (il tristemente famoso terzo braccio) la documentazione scampata alla distruzione.
L’archivio di Dosi è stato presentato il 19 ottobre scorsi, dal presidente del Museo, Antonio Parisella, e da Alessia Glielmi, responsabile degli archivi, insieme ad altri originali documenti inediti provenienti da privati.
Una delle scoperte più rilevanti compiute dalla Glielmi è stata quella degli elenchi originali dei nominativi utilizzati dagli agenti tedeschi incaricati di prelevare a Regina Coeli i detenuti e di predisporre il trasporto verso la via Ardeatina il 24 marzo 1944. Gli elenchi ricomposti, che furono compilati da Heinz Thunath, sono tre: due riguardano gli ebrei («Judenliste») e uno gli altri detenuti. Essi contengono nome, cognome, data ed in alcuni casi luogo di nascita e numero di cella dei detenuti prelevati.
Tra i documenti acquisiti dal Museo figurano anche quelli di Davide Arnaldo Terracina, detto Dino, ebreo romano sfuggito miracolosamente alla deportazione del 16 ottobre e alla strage delle Fosse Ardeatine, come narrò egli stesso nel 1944 in una lettera allo zio Salvatore Fornari, emigrato a New York. Di particolare interesse il racconto delle ore successive all’azione di via Rasella del 23 marzo 1944, dove quel giorno casualmente Terracina si trovava in un appartamento in affitto assieme ai suoceri, al cognato Armando e al figlio. Terracina e il figlio furono arrestati dai tedeschi e rinchiusi nei sotterranei al Ministero dell’Interno, ma grazie alle carte d’identità false furono rilasciati.
Parisella ha anche presentato il lavoro sviluppato per la digitalizzazione dei documenti esposti nelle bacheche del Museo, realizzato con il supporto tecnico del Consiglio Nazionale delle Ricerca. È stata creata fra l’altro una banca dati delle 1.132 biografie di coloro che transitarono in quel periodo nel carcere nazista di via Tasso. Un eccezionale archivio della memoria dell’orrore nazista a Roma.

(L'Unione Informa, 23 ottobre 2012)

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Fosse Ardeatine. Vite perdute e ritrovate

di Mario Avagliano

Roma 24 marzo 1944, quarto giorno di primavera. In una cava di pozzolana sulla via Ardeatina, i tedeschi uccidono 335 uomini con un colpo di pistola alla nuca. Sono prigionieri politici e partigiani di tutte le forze antifasciste, ebrei, detenuti comuni e ignari cittadini estranei alla Resistenza, sacrificati in proporzione di dieci a uno (ma nella fretta e nella confusione ne vengono uccisi cinque in più), in rappresaglia per l’attacco partigiano del giorno prima in via Rasella, costato la vita a 33 militari della compagnia dell’SS Polizei Regiment Bozen. È il più grande massacro compiuto dai nazisti in un’area metropolitana d’Europa e segnerà profondamente la storia e la memoria italiana del dopoguerra.

Nella ricorrenza del 50° anniversario della scomparsa di Attilio Ascarelli, il medico legale ebreo che dall’estate all’autunno del 1944 diresse le attività di esumazione e di identificazione delle salme della strage delle Fosse Ardeatine, esce un libro intitolato I Martiri Ardeatini. Carte inedite 1944-1945 (AM&D Edizioni, pp. 331, euro 30). Il volume, curato da Martino Contu, Mariano Cingolani e Cecilia Tasca, propone per la prima volta le schede biografiche delle vittime che furono redatte all’epoca dalla commissione, accompagnate da un interessante saggio sui più recenti sviluppi storiografici relativi all’eccidio, una preziosa bibliografia sull’argomento, un profilo del professor Ascarelli, e l’inventario del Fondo a lui intestato e conservato presso l’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Macerata.
In qualità di direttore della commissione medico-legale, Ascarelli raccolse la documentazione prodotta in quei mesi (comprensiva di fotografie delle operazioni di recupero delle salme, dei cadaveri e delle lettere ritrovate sui corpi delle vittime), più altri documenti che via via aggiunse negli anni successivi.
In uno di questi corposi fascicoli, sono contenute 291 schede di martiri (su un totale di 335), alcune più ampie, alcune telegrafiche, che vengono pubblicate in questo volume e ci rivelano particolari inediti di alcuni di loro.
Nulla si sapeva, ad esempio, del commerciante Secondo Bernardini, democristiano, che fu arrestato dalle SS a Pisoniano assieme alle moglie e, dopo la devastazione della casa, venne tradotto nel carcere di via Tasso, dove entrambi «subirono immane torture tra le quali hanno avuto asportazioni delle unghie e fustigazioni sotto le piante dei piedi». Il sottotenente Marcello Bucchi, invece, rinchiuso a Regina Coeli assieme a don Giuseppe Morosini, quando ebbe un colloquio con la madre e questa gli chiese cosa avesse fatto, rispose: “Mamma, la Patria è un ideale tanto grande”.
Le schede rappresentano, come scrive Claudio Procaccia nella prefazione, “un punto di partenza per la creazione di un dizionario biografico delle persone assassinate il 24 marzo 1944”. Se infatti il susseguirsi degli eventi tra il 23 e il 24 marzo è stato ampiamente ricostruito dalla storiografia, così come si è indagato a fondo sull’impronta che l’eccidio ha lasciato nella memoria del dopoguerra (vedi il libro di Alessandro Portelli “L’ordine è già stato eseguito”), poco invece si conosce, ad eccezione di alcuni personaggi più noti, delle vicende individuali delle vittime, di cui oggi resta traccia – e non per tutti – solo in alcune pubblicazioni locali o a carattere familiare, nelle cerimonie e nelle lapidi presenti a Roma e nelle città di origine.
La ricostruzione delle biografie civili e politiche dei martiri – alcuni dei quali ancora non sono stati identificati – sarebbe invece un’operazione di grande interesse storico, anche perché da essa emergerebbe un microcosmo altamente rappresentativo dell'intera storia italiana di quel tempo, in uno dei suoi snodi più drammatici e cruciali, tra fascismo, occupazione nazista, Resistenza e liberazione.
Alle Fosse Ardeatine furono uccisi italiani originari di ogni parte della penisola, dalla Lombardia alla Sicilia (più alcuni stranieri: un belga, un francese, un libico, un turco, un ungherese, tre ucraini e tre tedeschi). Le vittime erano militari e civili e appartenevano a tutti i ceti sociali, dagli aristocratici ai poveracci venuti in città per sbarcare il lunario e sopravvivere alla miseria.
Erano impiegati, commessi, commercianti, avvocati, professori, studenti, militari, venditori ambulanti, artigiani, contadini, pastori, operai. Di ogni fascia d’età, dagli anziani ai giovanissimi. Di ogni livello d’istruzione, dagli analfabeti ai grandi intellettuali, compresi alcuni colpevoli di reati comuni, che stavano scontando la loro pena in carcere. Quanto al credo religioso, vi era un sacerdote, don Pietro Pappagallo, e anche 75 ebrei (per la maggior parte di essi, i documenti pubblicati in questo volume sono le uniche testimonianze biografiche sino ad ora note). Tra i politici, infine, c’erano esponenti di tutte le forze antifasciste, compresi alcuni degli esponenti più autorevoli del Fronte militare clandestino di Roma, a partire dal loro capo, il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo.
Il libro I Martiri Ardeatini, che sarà seguito a breve nel piano editoriale da altri due volumi tratti dal Fondo (uno sui verbali di esumazione della commissione medico-legale e un altro sulla figura del generale Simone Simoni, una delle vittime dell’eccidio), offre quindi la chiave e gli strumenti per riportare alla luce quelle vicende, “perché – come scrisse nel 1945 Ascarelli – si diffonda ovunque l’eco di tanta infamia e perché resti documentata una delle innumerevoli atrocità naziste che commosse la pubblica opinione del mondo civile!”.

(Il Messaggero, 23 marzo 2013)

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