Graziani, il sacrario e il collaborazionismo con Hitler

di Anna Foa

Affile, piccolo comune del Lazio, noto per aver dato i natali al maresciallo Graziani e per avergli offerto sepoltura, inaugurerà sabato un sacrario alla memoria del ministro della Difesa del governo di Salò. Nell'inevitabile polemica derivata da questa notizia, il sindaco di Affile ha minacciato di querela l'ANPI, che opponendosi al sacrario ha detto che Graziani era stato condannato per crimini di guerra, sostenendo che questi era stato condannato invece per collaborazionismo (nel 1948, una condanna a diciannove anni di cui scontò solo due anni).
Qui le versioni della stampa divergono, in alcune si dice "per collaborazionismo", in altre "solo per collaborazionismo". Senza il "solo", infatti, quel che il sindaco di Affile vuol dire è che il collaborazionismo con i nazisti è stato un fatto positivo, di lealtà all'Italia, non un crimine di guerra. Se ci aggiungiamo il "solo", vuol dire che il collaborazionismo è piccola cosa, assai minore dei crimini di guerra, e che non vale la pena di fare tanto chiasso in proposito. Dal punto di vista storico, è vero che il maresciallo Graziani è stato condannato "soltanto" per il reato di collaborazionismo, come per collaborazionismo, oltre che per tradimento, fu processato in Francia Pétain, condannato a morte e salvato dalla grazia di De Gaulle. Ma la storia ci dice anche, fondandolo su prove irrefutabili, che il maresciallo Graziani ha ordinato l'uso dei gas, l'iprite in particolare, in Abissinia, e ha ordinato rappresaglie sulla popolazione civile, impiccagioni, repressioni senza numero. Il fatto che il tribunale lo abbia condannato "per collaborazionismo", e non per questi suoi crimini di guerra, ci fa forse dimenticare che cosa comportava la collaborazione con i nazisti che avevano invaso il nostro paese? Arresti di ebrei operati in prima persona dai militi della RSI, da Graziani diretti, e consegnati alla deportazione, il proclama che porta la sua firma in base al quale i soldati italiani che non accettarono tale collaborazione furono inviati in deportazione (oltre seicentomila!), repressioni e violenze di ogni tipo nella lotta contro la Resistenza. Aspettiamo il processo per diffamazione minacciato dal sindaco di Affile per dire tutti insieme che Graziani fu un criminale di guerra, e per dirlo a voce alta appoggiandosi, stavolta, sui documenti della storia.

(l'Unione Informa, 6 agosto 2012)

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Storie – Verso un atlante delle stragi nazifasciste in Italia

di Mario Avagliano

In Italia le stragi nazifasciste contro le popolazioni sono state centinaia e hanno riguardato sia il Mezzogiorno che il Centro-Nord. Tra il 1943 e il 1945 il nostro Paese fu teatro di alcune delle più efferate e sanguinose azioni criminali contro i civili che la storia del Novecento ricordi. Le vittime sono state stimate in un numero vicino a 15 mila, senza contare gli effetti devastanti sull’intera vita di alcune località, come Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema; Caiazzo ed altre.
Un libro intitolato “Le stragi nazifasciste del 1943-1945. Memoria, responsabilità e riparazione”, uscito in queste settimane, edito da Carocci e curato dall’Anpi, ha fatto il punto su queste vicende, attraverso l’analisi del lavoro compiuto in particolare dall’associazione nazionale dei partigiani negli ultimi due anni e attraverso la raccolta delle opinioni di alcuni tra i migliori esperti della materia, in un Convegno tenuto in una sala del Senato il 29 gennaio 2013: Marco De Paolis, procuratore militare di Roma; Claudio Silingardi, direttore generale dell’Insmli; Paolo Pezzino, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Pisa; Andrea Speranzoni, avvocato penalista difensore dei familiari delle vittime nel processo relativo agli eccidi di Marzabotto; Mariano Gabriele, coordinatore della commissione storica italo-tedesca; Toni Rovatti, ricercatrice dell’Istoreco; Enzo Fimiani, storico e direttore della Biblioteca provinciale di Pescara; Carlo Smuraglia, presidente nazionale dell’Anpi.
Si tratta, com’è noto, di un problema ancora aperto, per la presenza di diversi punti oscuri e la mancanza di accertamenti e decisioni giudiziarie complete ed eseguite nei confronti dei colpevoli delle stragi. I pochi processi che si sono tenuti, si scrive nel volume, si sono celebrati “con considerevole ritardo” (dovuto, in gran parte, alla vicenda dei “fascicoli occultati” nel cosiddetto armadio della vergogna), ma finora “le sentenze emesse non sono state mai eseguite, né per gli aspetti penali né per quelli civilistici”. Una commissione parlamentare, che ha lavorato per due anni attorno a queste tematiche, ha concluso i suoi lavori con due relazioni (di maggioranza e di minoranza), sulle quali non c’è mai stata una discussione parlamentare. Sul piano dei risarcimenti, nulla è avvenuto; si sta discutendo, ora, col Governo tedesco, su possibili forme di “riparazione”. Un primo risultato è l’accettazione da parte della Germania di finanziare “un atlante delle stragi nazifasciste in Italia”, a titolo di primo atto riparatore. Il 13 e il 14 dicembre scorsi si è tenuto a Milano un seminario per definire il progetto dell’atlante, che è stato presentato da Anpi e Insmli. Un primo passo verso quell’assunzione piena di responsabilità che, per aspetti diversi, ancora manca, sia da parte tedesca che da parte italiana.

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Storie - Giustolisi e l'armadio della vergogna

di Mario Avagliano
 
Vent’anni fa, nel maggio del 1994, a Palazzo Cesi, presso la sede della Procura generale militare, in via degli Acquasparta a Roma, fu ritrovato per caso un armadio, protetto da un cancello chiuso a chiave, con le ante rivolte verso il muro. Conteneva un grande registro con ben 2273 voci, su cui era annotato tutto quel che conteneva o aveva contenuto: 695 fascicoli; con i nomi dei responsabili, nazisti e fascisti di Salò, delle stragi commesse in Italia tra il 1943 e il 1945, da Marzabotto a Sant'Anna di Stazzema, fino alle Fosse Ardeatine. L’armadio era stato occultato in nome della “ragion di Stato” e della logica della guerra fredda, per non destabilizzare il fragile equilibrio che si era venuto creando in Europa con la divisione tra Germania dell’Ovest e Germania dell’Est.
Fu il giornalista e scrittore Franco Giustolisi a realizzare lo scoop, parlando per la prima volta di “armadio della vergogna”, avviando una battaglia per fare luce su quella oscura vicenda e pubblicando il libro-denuncia "L'armadio della vergogna" (Nutrimenti, 2004). Il saggio di Giustolisi, assieme al lavoro di indagine del procuratore Antonio Intelisano, portò all'apertura di quell'armadio, a processi e a condanne. Sulla questione fu poi istituita, con legge n.107/2003, una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazisti. Grazie al suo impegno civile, il giornalista ricevette la cittadinanza onoraria di Stazzema e quella di Fivizzano.
 
Giustolisi si è spento ieri a Roma, a 89 anni. Nato nella capitale il 20 luglio 1925, esordì a "Paese Sera" e 1963 divenne inviato, prima per "Il Giorno", poi per la Rai (Tv7), quindi per il settimanale "Espresso", dove concluse la sua carriera giornalistica. Si è occupato di terrorismo, di mafia e della P2. Insieme a Pier Vittorio Buffa ha pubblicato "Al di là delle mura" (Rizzoli, 1984) e "Mara, Renato e io" (Mondadori, 1988), libro-intervista con Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate Rosse insieme a Curcio.
L'ex ministro della Giustizia, Paola Severino, ha ricordato che quando il procuratore militare Infelisi “riuscì a rintracciare, far estradare e condannare all'ergastolo Priebke”, a quel processo, in cui la Severino rappresentava la parte civile su incarico dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane, Giustolisi “diede un insostituibile apporto di informazione, spiegando ai suoi lettori che si può fare un processo anche dopo cinquanta anni, se le ferite di crimini contro l'umanità, come quelle lasciate dall'orrenda strage delle Fosse Ardeatine, sono ancora aperte e vive nelle lacrime e nello strazio dei testimoni".
Tuttavia la domanda di verità e di trasparenza di Giustolisi sulle tragiche stragi di quel biennio ancora risulta inevasa, perché – come ha ammesso ieri la Presidente della Camera Laura Boldrini, “molti di quei documenti sono tuttora coperti da segreto a 70 anni di distanza”.
 
(L'Unione Informa e Moked.it del 18 novembre 2014)
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Storie – A lezione di razzismo nell’Italia fascista

di Mario Avagliano 
 
“Ma fra i nuovi conquistatori si era mescolata la razza giudaica, disseminata lungo le rive del Golfo Persico e sulle coste dell’Arabia, dispersa poi lontano dalla patria d’origine, quasi per maledizione di Dio, e astutamente infiltratasi nelle patrie degli Ariani, Essa aveva inoculato nei popoli nordici uno spirito nuovo fatto di mercantilismo e sete di guadagno, uno spirito che mirava unicamente ad accaparrarsi le maggiori ricchezze della terra. L’Italia di Mussolini, erede della gloriosa civiltà romana, non poteva rimanere inerte davanti a questa associazione di interessi affaristici, seminatrice di discordia, nemica di ogni idealità”. 
 
Così si leggeva ne "Il libro della quinta classe elementare: letture" di Luigi Rinaldi, edizione 1941, nel capitolo "Le razze", per giustificare le misure razziste adottate dal regime a partire dal 1938 nei confronti degli ebrei. È uno dei documenti presentati nella mostra "A lezione di razzismo - Scuola e libri durante la persecuzione antisemita", allestita a Bologna in occasione della Giornata della Memoria, presso il Museo Ebraico, e aperta al pubblico fino all’8 marzo. 
 
Il sistema dell’istruzione scolastica fu il primo ad essere colpito dai provvedimenti razzisti, con l’espulsione dei docenti e degli studenti ebrei dalle scuole, e fu uno degli strumenti principali del regime fascista per inoculare il veleno razzista nella popolazione italiana, in particolare nelle nuove generazioni, attraverso i libri di testo, i temi scolastici e le lezioni degli insegnanti, prendendo di mira prima le popolazioni colonizzate dell’Africa e poi gli ebrei. 
 
Lo attestano i materiali della mostra, provenienti dall’Indire, l’Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa, istituito nel 1925 con l'obiettivo di ospitare un'esposizione permanente della "scuola nuova", frutto della riforma Gentile. Libri, quaderni, diari, oltre a diverse fotografie dell'epoca, che illustrano il clima in cui crebbe la gioventù in quegli anni, fondato sul mito della superiorità della razza latina, sulla rigida divisione tra "civilizzati" e "non civilizzati", a partire dagli abitanti autoctoni delle colonie dell’Impero, e sull’esaltazione dei ragazzi bianchi e fascisti. E contribuiscono a spiegare il forte consenso alle leggi razziste degli italiani dell’epoca. Un film in bianco e nero che non fa onore all’Italia, ma che bisogna ricordare. 
 
(L'Unione Informa e Moked.it del 3 febbraio 2015)
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Storie - Gli ebrei e il Regno Sabaudo

di Mario Avagliano
 
La storia italiana è stata “sempre strettamente connessa con quella più specifica della sua bimillennaria componente ebraica”. Così Pia Jarach ha scritto nella prefazione al libro di Gianfranco Moscati “Gli ebrei sotto il Regno Sabaudo. Combattenti – Resistenza – Shoah” (editore Origrame), dal quale è nata una mostra itinerante che ora giunge a Roma, dove viene presentata domani 11 febbraio alle ore 17,00 presso la Camera dei Deputati (Complesso di Vicolo Valdina).
La mostra, che sarà aperta al pubblico dal 12 al 20 febbraio (ore 10-18, con ingresso a Piazza di Campo Marzio 42), illustra attraverso documenti ed immagini la partecipazione degli ebrei italiani alla vita nazionale nei 150 anni di regno sabaudo, dalle guerre risorgimentali fino alle leggi razziste del 1938, all’adesione alle bande partigiane e alla deportazione nei lager nazisti.
 
Viaggiando attraverso i preziosi frammenti di Memoria raccolti da Gianfranco Moscati, scopriamo così che tra i mille garibaldini sbarcati a Marsala ben sette erano ebrei. E c’erano diversi ebrei in tutte le guerre italiane, spesso partiti volontari per amor di patria: dalla guerra italo-turca del 1911 alla Grande Guerra, fino alla guerra di Etiopia e alla guerra di Spagna.
Solo alla Seconda guerra mondiale gli ebrei non parteciparono (salvo pochissime eccezioni, come il generale Umberto Pugliese del Genio Navale, richiamato in servizio nel 1941, essendo l’unico in grado di recuperare le corazzate italiane affondate dagli inglesi nel porto di Taranto), perché esclusi dall’esercito, come da ogni altro settore della società civile, a seguito dei provvedimenti razzisti.
E in quegli anni gli ebrei sono protagonisti anche dell’antifascismo (basti ricordare i fratelli Rosselli) e della Resistenza (il più giovane partigiano ucciso in combattimento fu l’ebreo Franco Cesana). Non poteva mancare un capitolo dedicato alla persecuzione degli ebrei e alla Shoah. La pagina più nera di quel secolo e mezzo, alla quale anche i Savoia e tanti altri italiani contribuirono.
 
(L'Unione Informa e Moked.it del 10 febbraio 2015)
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Foibe, il dramma degli italiani di Istria e Dalmazia

di Mario Avagliano
 
“Per troppo tempo le sofferenze patite dagli italiani giuliano-dalmati con la tragedia delle foibe e dell'esodo hanno costituito una pagina strappata nel libro della nostra storia". Lo ha detto ieri il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al termine delle celebrazioni a Montecitorio per il Giorno del Ricordo. Una commemorazione che quest’anno ha viste unite tutte le forze politiche, in un clima più sereno del passato e qualche polemica solo a livello locale, a Napoli e a Milano, dove alcuni esponenti del centrodestra hanno accusato i sindaci De Magistris e Pisapia di aver dimenticato la ricorrenza.
Gli antefatti delle foibe risalgono al primo dopoguerra. Nel 1920 il trattato di Rapallo assegna all’Italia Trieste, Gorizia, l’Istria e Zara e dichiara Fiume “città libera”. Quello stesso anno Benito Mussolini, in visita a Pola, chiarisce: “Di fronte a una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone”. Le bande fasciste la mettono subito in pratica, dando alle fiamme nell’intera Venezia Giulia 134 edifici di sloveni e croati.
 
Dopo la “marcia su Roma” e la nomina a capo del governo, Mussolini persegue una strategia di “bonifica nazionale” nei confronti della popolazione slava, definita sprezzantemente come “allogena”. E così, tra il 1923 e il 1927 vengono rimossi gli impiegati e gli insegnanti slavi dagli uffici pubblici e dalle scuole, viene proibito l’uso dello sloveno e del croato, vengono soppresse le loro organizzazioni culturali, ricreative e culturali e viene imposta l’italianizzazione dei cognomi e delle località.
Un nuovo capitolo si apre con la seconda guerra mondiale e  l’invasione da parte italo-tedesca della Jugoslavia nell’aprile 1941. Altro che “italiani brava gente”, anche le nostre truppe di occupazione si macchiano di eccidi, fucilazioni, incendi di villaggi, deportazioni. “Non occhio per occhio e dente per dente! Piuttosto una testa per ogni dente”, come ordina il generale Mario Roatta. E migliaia di civili slavi muoiono di stenti nei campi di internamento italiani. Uno dei peggiori è sull'isola dalmata di Arbe, ma il regime fascista istituisce decine di campi anche in Italia, da Gonars (Udine) ad Alatri (Frosinone).
Dopo l’armistizio dell’8 settembre, sloveni e croati insorgono in favore dei partigiani jugoslavi di Tito, dando sfogo al desiderio di vendetta contro i fascisti italiani. È in questo periodo che si registra la prima ondata di violenze in Istria e in Dalmazia, con l’uccisione di alcune centinaia di fascisti nelle foibe, caverne a forma di imbuto rovesciato, che possono raggiungere la profondità di 200 metri.
A inizio ottobre del ’43 i nazisti e i fascisti rioccupano l'Istria e la mettono a ferro e fuoco, arrestando migliaia di partigiani, di ebrei e di oppositori slavi, molti dei quali vengono rinchiusi ed uccisi nella Risiera di San Sabba a Trieste, l’unico campo di sterminio italiano, e altri deportati in Germania.
Il 1° maggio del 1945 la IV armata di Tito entra a Trieste e a Gorizia. In un clima di resa dei conti, a cadere dentro le foibe e ad andare nei campi di concentramento (famoso quello di Borovnica) sono migliaia di persone, comprese donne e bambini. Non solo fascisti, ma anche cattolici, liberaldemocratici, socialisti, parroci, per la sola “colpa” di essere italiani o di opporsi a Tito.
La tragedia degli istriani e dei dalmati non finisce qui. Il 10 febbraio del 1947 l’Italia ratifica il trattato di pace: l’Istria, Fiume e Zara passano sotto la Jugoslavia. Trecentocinquantamila italiani sono perseguitati e costretti all’esilio forzato, perdendo quasi tutti i loro averi: case, patrimoni, attività. E quando giungono in Italia, spesso vengono accolti come fascisti. Sul loro dramma, come denuncerà l’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano nel 2007, cala un vergognoso silenzio, sull’altare della guerra fredda e delle pregiudiziali ideologiche. Fino a quando il Parlamento nel marzo del 2004 approva la legge 92, che istituisce il 'Giorno del ricordo'.
 
(Versione più sintetica su Il Messaggero, 11 febbraio 2015)
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'Tempesta'. Gruber, storia di famiglia tra nazismo e fascismo

di Mario Avagliano
 
In ogni tragedia collettiva esiste una responsabilità individuale. Che non risparmia neppure una terra di frontiera come il Sudtirolo, dove anzi l’oscuro passato di molte persone è segnato da due dittature: l'una subita, il fascismo, l'altra sciaguratamente scelta, il nazismo. Dopo il successo di Eredità, Lilli Gruber in questo secondo capitolo della saga della sua famiglia, intitolato Tempesta (Rizzoli, pp. 294, euro 19), riprende la narrazione della vicende di Hella Rizzolli, la sua prozia maestrina dalla penna nera infatuata di Hitler, per seguirla attraverso gli anni violenti della seconda guerra mondiale.
Avevamo lasciato Hella e la sua famiglia perseguitati dal fascismo, perché colpevoli di voler difendere la loro lingua e identità, dopo che nel novembre del 1918 il Sudtirolo e i suoi oltre 250.000 abitanti di lingua tedesca erano passati di colpo dall’Impero austro-ungarico all'Italia. Anche la maestrina era stata portata via dai carabinieri, venuti a prenderla fino in casa dei suoi genitori, a Pinzon, nel 1938. Era stata gettata in prigione, interrogata, condannata al confino dai fascisti in un villaggio in Basilicata. E tutto per aver insegnato il tedesco ai bambini nelle scuole clandestine del Sudtirolo.
 
Il racconto avvincente della vita di Hella, sospeso tra la Storia e la narrativa, e basato su lettere, diari, interviste e documenti d’archivio (con qualche licenza d’immaginazione nella ricostruzione dei dialoghi e di alcuni personaggi), riprende nel 1941, con l’avvio della campagna di Russia, in un’Europa in cui il nazismo dilaga vittorioso.
Hella crede ancora nel Führer, ma lui le sta strappando ciò che ha di più prezioso al mondo: l’adorato fidanzato Wastl, che parte per il fronte russo dopo un’ultima settimana d’amore a Berlino. Sul treno che la riporta a Pinzon, la maestrina conosce un giovane comunista tedesco, Karl, che sotto falsa identità è in fuga da una Germania ormai troppo pericolosa per i nemici del nazismo. Suo padre è stato tra i primi a essere arrestati durante l’epurazione dei comunisti del marzo 1933; la fidanzata Ida è ebrea. Lui ha deciso di rifugiarsi in Sudtirolo.
Ma neppure quella terra incantevole, chiusa tra le montagne, è al sicuro dalle tempeste della storia. L’orrore del nazismo e la realtà della guerra arrivano anche lì, con la loro scia di spie, delatori, approfittatori, e l’appendice violenta della persecuzione degli ebrei, degli oppositori politici e dei disabili (tra cui i 299 pazienti «optanti» dell’ospedale psichiatrico di Pergine, quasi tutti soppressi nel criminale piano nazista Aktion T4). Nel frattempo Wastl muore in combattimento in Russia, Hella si risveglia dal sogno nazista, scoprendo che si tratta di un incubo, e Karl è costretto a confrontarsi con il Mostro nazista, nei panni del fratellastro Oskar.
Una storia d’amore e di sofferenza. Ma nella parabola di Hella si disegna anche la tragedia di un popolo, quello sudtirolese, intrappolato tra due regimi sanguinari e prigioniero di un dilemma: salvarsi la vita o salvarsi l’anima? Un dilemma che molti risolsero facendo la scelta sbagliata, aderendo alla croce uncinata, come Hubert, lo zio della Gruber, fratello maggiore della madre, che partì volontario a diciotto anni. E nel dopoguerra ci fu perfino chi aiutò i familiari di alcuni gerarchi nazisti, tra cui Mengele, Himmler e Göring, a trovare rifugio e una nuova vita in Sudtirolo.
Molti sbagliarono ma non tutti, come sottolinea l’autrice. Perché anche nel Sudtirolo ci fu chi coraggiosamente, come il canonico Michael Gamper e la nipote Marta, pur difendendo il Deutschtum, la germanicità, nel 1939 si schierò tra i Dableiber, ovvero quel 13 per cento di sudtirolesi che non optò per la Germania, osteggiando e combattendo, per quanto possibile, la follia nazista.
 
(Il Messaggero, 25 ottobre 2014) 
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Storie - I volenterosi carnefici di Mussolini

di Mario Avagliano

Nei due anni tragici di Salò e dell’occupazione tedesca del centro nord dell’Italia, numerosi italiani si prestarono ad essere “volenterosi” carnefici dei loro connazionali ebrei. La retata a Venezia del 5 dicembre 1943, ad esempio, fu condotta da poliziotti, carabinieri e volontari del ricostituito partito fascista. E almeno la metà degli arresti degli ebrei poi deportati ad Auschwitz e in altri Lager fu opera di italiani, senza ordini o diretta partecipazione dei tedeschi.

A ricordarcelo, con un agile e documentato saggio pubblicato da Feltrinelli, è Simon Levis Sullam, professore di Storia Contemporanea presso l'Università Ca' Foscari di Venezia, in I carnefici italiani. Scene dal genocidio degli ebrei, 1943-1945 (pp. 150), il cui titolo rimanda volutamente a quello del saggio di Goldhagen, "I volonterosi carnefici di Hitler", che ha riaperto la questione sulla responsabilità dei tedeschi (e non solo dei nazisti) nella Shoah.

Anche dopo l’armistizio, l’Italia non rimase “al di fuori del cono d’ombra dell’Olocausto” e accanto ai giusti e ai salvatori, vi furono purtroppo tanti persecutori. Nel libro, oltre che delle responsabilità degli apparati dello Stato e degli uomini di partito, ci si occupa fra l’altro del ruolo dei delatori, che non furono solo fascisti convinti ma anche semplici civili, quasi sempre per motivi di soldi. E perfino alcuni ebrei, come il triestino Mauro Grini, che tra Trieste, Venezia, Milano identificò e denunciò un migliaio di ebrei ("anche di più" - si vantava) dietro lauti pagamenti, e la romana Celeste Di Porto.

(L'Unione Informa e Moked.it del 24 febbraio 2015)

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